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Weinberg e Bruckner • Welser-Most

  • Lorenzo Giovati
  • 5 set 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Salisburgo, Großes Festspielhaus. 30 Agosto 2025.

Prima di intraprendere una lunga tournée europea che li porterà nei maggiori festival estivi, i Wiener Philharmoniker hanno salutato per l’ultima volta quest’anno il pubblico della Festspielhaus di Salisburgo all’interno del Festival estivo 2025. Sul podio è salito il maestro Franz Welser-Möst, direttore austriaco molto legato all’orchestra viennese, con la quale vanta una lunga collaborazione, non solo in concerti sinfonici, ma anche in tre edizioni del prestigioso Concerto di Capodanno. Il programma della mattinata accostava due pagine di grande interesse: la Seconda Sinfonia per orchestra d’archi di Mieczysław Weinberg, raramente proposta nei programmi delle sale da concerto, e la Nona Sinfonia di Anton Bruckner, molto eseguita invece, ma mai priva di fascino.


In Weinberg, il maestro Welser-Möst ha sin dall’inizio mostrato un gesto chiaro e privo di esitazioni, che ha garantito ai Wiener Philharmoniker un andamento compatto e di assoluta precisione. La cura del fraseggio si è rivelata particolarmente evidente nel secondo movimento, cesellato con grande attenzione al respiro della linea melodica. Il terzo movimento, di carattere più vivace, ha beneficiato invece di una notevole pulizia ritmica e di una apprezzabile coerenza d’insieme che ha permesso agli archi di esibire la loro proverbiale compattezza e quel timbro di velluto raffinatissimo che rimane il marchio di fabbrica della compagine viennese.


In Bruckner il discorso si è fatto diverso. Qui, anziché lavorare per sfumature e per morbide transizioni, il maestro Welser-Möst ha preferito privilegiare un approccio teso, quasi monolitico, che ha conferito alla sinfonia un carattere asciutto, ma sorprendentemente affascinante. Ha colpito soprattutto l’interpretazione personale di molte legature, in particolare negli ottoni, che hanno restituito una linea melodica netta, scabra, mai indulgente ad eccessi patetici. Asciutto, dunque, ma non freddo: qua e là sono emersi momenti trascinanti e di grande energia. Il secondo movimento, con il suo moto irruente, è risultato particolarmente efficace, mentre il terzo movimento ha raggiunto una potenza straordinaria, quasi visionaria. Un Bruckner non caricato emotivamente, ma lucidissimo nella costruzione e di altissima qualità esecutiva. Straordinario è stato il suono degli ottoni, con le trombe in particolare evidenza, ma eccellenti sono stati anche gli archi, i fiati e le percussioni, tutti all’altezza della scrittura bruckneriana. L’impressione generale è stata quella di un’orchestra che, pur nell’approccio rigoroso del maestro, non ha mai perso la sua capacità di respirare e di offrire un suono plastico, omogeneo, di inconfondibile rotondità.


Un concerto, insomma, da manuale, rigoroso e al tempo stesso avvincente, che ha confermato ancora una volta la statura del maestro Welser-Möst e la straordinaria qualità dei Wiener Philharmoniker.


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