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Weber, Walton e Mendelssohn • Jacquot

  • Lorenzo Giovati
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano, Teatro alla Scala. 25 Maggio 2026.

Nel panorama direttoriale contemporaneo, una delle novità più interessanti è senza dubbio la presenza sempre più significativa di direttrici d’orchestra, fenomeno che, al di là di ogni facile entusiasmo statistico, merita di essere valutato soprattutto sul piano della qualità musicale. Ogni nuovo nome che si affaccia sul mercato internazionale rappresenta infatti una possibile promessa, un talento da osservare. Dopo alcune esperienze italiote non sempre confortanti, il debutto scaligero di Marie Jacquot ha costituito un’occasione di sicuro interesse.


Direttrice ospite principale dei Wiener Symphoniker e presenza ormai regolare presso numerose e prestigiose orchestre tedesche (e non solo), Marie Jacquot ha alle spalle un percorso biografico non comune. All’età di quattordici anni ha compreso che il tennis, nonostante fosse arrivata fino ai tornei juniores del Roland-Garros, non sarebbe stato la sua strada definitiva, scegliendo poi di dedicarsi alla direzione d’orchestra con risultati sempre più promettenti. Alla Scala si è presentata con un programma ben costruito, vario e intelligente, capace di mettere in luce tanto la sua cura analitica quanto la sua attitudine a instaurare un rapporto saldo con l’orchestra. L’esito complessivo è stato buono. Un concerto elegante, piacevole, attentamente preparato, sebbene non privo di qualche riserva sul piano del "coraggio" interpretativo. Jacquot ha studiato con evidente serietà, ha eseguito con diligenza, ha controllato l’orchestra con mano sicura, ma ciò che ancora sembra in parte mancare, almeno da quanto è emerso in questa occasione, è una visione davvero personale, una capacità di imprimere alla partitura un segno più riconoscibile e, perchè no, più rischioso.


La serata si è aperta con la splendida ouverture del Freischütz di Carl Maria von Weber, pagina nella quale Jacquot ha mostrato subito alcune delle sue qualità migliori. La direzione ha avuto piglio, misura e compostezza; l’energia non è mancata, ma è sempre rimasta entro un controllo molto sorvegliato. Nella prima parte la linea melodica ha respirato con naturalezza, distendendosi con buon senso del fraseggio. Il finale ha acquistato progressivamente maggiore concitazione, senza però raggiungere quel carattere più febbrile e nervoso che la pagina potrebbe suggerire. Ne è derivata una lettura ben fatta, corretta ed elegante.


È seguito il Concerto per viola e orchestra di William Walton, affidato ad Antoine Tamestit, anch’egli al debutto scaligero. La scelta del brano è stata particolarmente felice: una pagina poco nota, non sempre di immediata presa, ma di grande fascino per il modo in cui coniuga lirismo, tensione e una scrittura orchestrale raffinata. Tamestit ne ha offerto un’esecuzione magistrale. Il suono della sua viola, ambrato, rotondo, sempre nobile, ha riempito la sala con naturalezza, imponendosi per qualità del timbro e ricchezza del fraseggio. La sua interpretazione ha saputo ricordare quanto la viola possieda una voce propria, autonoma, capace di cantare con un colore inconfondibile, nonostante sia spesso relegata, nella percezione comune, a una funzione di secondo piano.

Tamestit ha affrontato la parte solistica con precisione impeccabile e con una musicalità di grande finezza. In questo contesto è risultato particolarmente riuscito il rapporto fra solista e orchestra, forse uno dei punti più convincenti dell’intera serata. Jacquot ha accompagnato con attenzione costante, mantenendo l'orchestra morbida e flessibile. Ha seguito il solista con cura, ha saputo contenerne e sostenerne il respiro, e nei momenti in cui il discorso musicale si è fatto più concitato ha conservato un equilibrio apprezzabile fra trasparenza orchestrale e tensione ritmica.


Nella seconda parte è stata eseguita la suite dal Sogno di una notte di mezz’estate di Felix Mendelssohn, pagina che ha confermato tanto i pregi quanto i limiti della concertazione di Jacquot. La direttrice ha impostato una lettura elegante, ordinata, sempre rispettosa della scrittura, mettendo bene in evidenza la bellezza della partitura e la sua trasparenza timbrica. Anche qui, però, ci si sarebbe potuti attendere qualcosa di più incisivo, più personale, più audace.


L’ouverture ha avuto eleganza ed energia, con una buona definizione delle linee e un’apprezzabile nettezza dell’articolazione. Lo Scherzo è stato costruito con fraseggio accurato e con una certa grazia, pur senza quegli accenti minuti che avrebbero potuto conferirgli maggiore personalità. Meno convincenti sono risultati l’Intermezzo e il Notturno, nei quali, pur restando evidente la cura del suono e della frase, è affiorata una certa uniformità di tempi e dinamiche. Molto buona, invece, è stata l’energia della Marcia nuziale, condotta con slancio e chiarezza, mentre la Danza dei villici ha trovato un carattere sottile e vivace. La chiusura, sospesa nello sfavillio quasi impalpabile dell’ultima atmosfera, ha ritrovato le tinte giuste, con una leggerezza finalmente più suggestiva.


La Filarmonica della Scala ha suonato bene. Gli archi si sono mostrati duttili, eleganti, pronti a seguire le intenzioni della direttrice, con violini e violoncelli particolarmente apprezzabili per morbidezza e coesione. I fiati sono stati sempre precisi e ben inseriti nel tessuto orchestrale. Gli ottoni hanno mantenuto un profilo corretto, con una menzione positiva soprattutto per i corni. Più problematica è risultata la sezione delle percussioni. In Weber e in Mendelssohn i timpani hanno mostrato un eccesso sonoro notevole. Come sempre sono stati precisi, ma spesso con un suono sordo, troppo forte e troppo invasivi. Il loro intervento non ha aggiunto energia alla massa orchestrale, ma ha sottratto luminosità, eleganza e trasparenza al disegno complessivo.


Il pubblico ha seguito con attenzione e ha apprezzato calorosamente l’esito della serata, riconoscendo tanto la qualità del solista quanto la serietà del lavoro direttoriale di Jacquot. Con il suo curriculum, con la solidità tecnica già raggiunta e con l’evidente serietà del suo approccio musicale, Marie Jacquot sembra avere davanti a sé un percorso di ulteriore crescita. Se saprà affiancare alla precisione del gesto e alla cura della concertazione uno spirito interpretativo più personale, potrà certamente raggiungere risultati ancora più alti. Alla Scala ha offerto una prova elegante e curata; senza dubbio il segnale di una musicista di valore.


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