Mendelssohn e Dvorak • Mariotti
- Lorenzo Giovati
- 54 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min
Milano, Teatro alla Scala. 4 Maggio 2026.
A meno di un mese dal concerto con la Filarmonica della Scala, il maestro Michele Mariotti è tornato sul podio del Piermarini, questa volta all’interno della stagione sinfonica del Teatro milanese, con una serie di tre appuntamenti dal programma marcatamente “british”. In apertura, la Sinfonia n. 3 “Scozzese” di Mendelssohn, con le sue atmosfere ombrose e severamente evocative; a seguire, la Sinfonia n. 8 di Antonín Dvořák, che ha acquisito, forse in modo non del tutto proprio, il soprannome di “inglese” per via della prima pubblicazione, avvenuta nel 1892 da parte dell’editore Novello di Londra.
Nel precedente concerto del 13 aprile, Mariotti aveva già dato prova di saper attraversare con naturalezza linguaggi e stili compositivi differenti. In questa occasione lo ha confermato, pur con un esito leggermente più alterno, soprattutto in Dvořák, e ha rinnovato il suo eccellente rapporto con l’Orchestra del Teatro alla Scala. Il gesto, di straordinarie precisione ed eleganza, è stato seguito con attenzione impeccabile dalla compagine scaligera, con la quale si è nuovamente instaurata una collaborazione di rara simbiosi, fondata sulla cura del dettaglio.
Tale sintonia è emersa in modo particolare in Mendelssohn, dove la forza quasi marziale dei ritmi e delle sonorità è risultata pienamente convincente all’interno di una lettura intensa e vibrante. Il primo movimento ha avuto un incipit piuttosto trattenuto, seguito da una progressiva accelerazione verso il tema principale: una scelta forse un poco dura nei contorni, ma efficace nella costruzione del clima complessivo. Ugualmente persuasivo è risultato il secondo movimento, sostenuto da un trasporto ritmico non più marziale, bensì leggero e mobile, non particolarmente esuberante nella tavolozza dei colori, ma ricco, dinamico e ben articolato. L’Adagio ha brillato per la cura del dettaglio melodico e per la finezza espressiva, mentre l’ultimo movimento ha assunto un carattere violento e tumultuoso, molto ben realizzato soprattutto nei repentini mutamenti d’umore e di evocazione. Ne è uscita una Terza Sinfonia assai ben eseguita, compatta nella struttura e convincente nella resa drammatica.
Meno persuasiva è apparsa invece l’Ottava Sinfonia di Dvořák. Anche in questo caso l’approccio del maestro Mariotti si è distinto per un’impronta fortemente analitica, attenta allo scavo dei molteplici dettagli della partitura, in particolare nei fiati e nelle singole linee strumentali. Tuttavia, proprio il desiderio di mettere in luce ogni nota, ogni inciso, ogni particolare timbrico ha finito talvolta per sacrificare la visione d’insieme, la coerenza interna e soprattutto la definizione di uno stile interpretativo pienamente coerente. La lettura è parsa così corretta e sorvegliata, ma poco trascinante. I movimenti interni hanno mostrato raffinatezza e buon controllo, pur risultando dinamicamente un poco spenti; i movimenti estremi sono stati più convincenti, senza però raggiungere quell’esuberanza generosa e vitale che la partitura richiederebbe. Un’Ottava di Dvořák dunque ben condotta, ma non davvero entusiasmante.
Il punto di reale forza della serata è stato comunque l’eccellente rapporto tra Mariotti e l’Orchestra del Teatro alla Scala. Gli archi si sono mostrati coesi, i fiati attenti ai dettagli e ben caratterizzati, gli ottoni complessivamente precisi, con particolare rilievo per corni e tromboni. Permangono invece alcune perplessità sul suono delle trombe, non sempre rotondo e talvolta segnato da qualche criticità, pur restando ben controllato nei volumi. Nel complesso, tuttavia, l’insieme ha mantenuto omogeneità, equilibrio e notevole qualità.
È stato dunque un concerto di indubbio valore musicale, sorretto da un programma piacevole e da una realizzazione di ottima professionalità, nel quale Mariotti ha confermato la solidità del suo rapporto con l’orchestra scaligera e una cifra direttoriale elegante, precisa e attentissima al dettaglio.










