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Korngold e Tchaikovsky • Jarvi

  • Lorenzo Giovati
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano, Teatro alla Scala. 11 Maggio 2026.

Accanto al ricco e prestigioso cartellone delle orchestre ospiti, da sempre uno dei fiori all’occhiello del Teatro alla Scala di Milano, la Stagione della Filarmonica, ente autonomo rispetto al teatro, ha ospitato la Tonhalle Orchester di Zurigo, una delle compagini più importanti, non soltanto del panorama svizzero, ma dell’intera scena europea. L’orchestra ha offerto al pubblico milanese un concerto di notevole interesse, costruito su un programma non banale e realizzato con una qualità musicale davvero ragguardevole.


Non sempre, tuttavia, la qualità dell’ascolto in sala è stata all’altezza di quella proposta dagli interpreti. L’esecuzione è stata infatti più volte disturbata da comportamenti di alcuni (non esclusi telefoni mantenuti accesi e nemmeno silenziati) che mal si conciliavano con la concentrazione richiesta da un concerto di tale livello.


Se dunque sul piano del bon ton una parte del pubblico scaligero non ha adeguatamente reso onore alla bravura degli interpreti, sul piano musicale la Tonhalle Orchester di Zurigo, guidata dal proprio direttore musicale Paavo Järvi, ha invece regalato una serata di straordinaria qualità.


Nella prima parte è stato proposto il Concerto per violino e orchestra di Erich Wolfgang Korngold, compositore dal linguaggio talvolta vagamente americaneggiante, noto anche per la sua importante attività nell’ambito della musica da film. “Più Korn che Gold”, diceva una critica dell’epoca, proponendo una battuta tanto efficace quanto riduttiva. In realtà, questo concerto ha saputo imporsi per la qualità degli interpreti e per il pregio di una proposta non consueta, capace di illuminare un repertorio spesso meno frequentato rispetto ai grandi titoli ottocenteschi.


A rendere l’esecuzione realmente memorabile è stata la giovanissima ed estremamente talentuosa violinista María Dueñas, che solo poche settimane fa aveva già incantato il pubblico milanese in un concerto alla Sala Verdi del Conservatorio. La Dueñas ha dato prova di un virtuosismo controllatissimo, sempre ricondotto a una precisa idea musicale. Le arcate del violino sono apparse costantemente soppesate, cesellate con un senso del fraseggio scolpito e musicalmente delizioso. La sua è stata una lettura che non ha puntato sull’effetto immediato, ma sulla qualità del suono, sulla pulizia dell’articolazione, sulla capacità di dare rilievo a ogni nota senza confonderla con le altre. Ogni dettaglio è risultato nitido, ogni linea ben disegnata, ogni frase condotta con naturalezza e intelligenza.


Eccellente è stata anche l’intesa con il maestro Paavo Järvi, che ha firmato un’esecuzione luminosa e molto cantabile nei primi due movimenti. Nel terzo movimento, invece, la direzione si è fatta più vivace, più contrappuntistica, con momenti molto energici e convincenti. L’orchestra ha seguito il solista con grande duttilità, senza mai coprirne il suono e contribuendo a creare un equilibrio esecutivo di rara eleganza.


Come bis, la straordinaria Dueñas ha proposto un brano toccante e di estrema delicatezza, eseguito insieme all’arpista dell’orchestra. Una scelta raffinata, lontana dal facile effetto virtuosistico, che ha confermato ancora una volta la qualità musicale della violinista e la sua capacità di costruire l’emozione attraverso la misura.


Nella seconda parte del concerto, il maestro Paavo Järvi ha proposto la Quinta sinfonia di Tchaikovsky, opera alla quale il direttore si era già accostato anche nell’ambito dell’integrale delle sei sinfonie del compositore russo, incisa qualche anno fa con la Tonhalle Orchester, agli inizi del suo rapporto con la compagine zurighese. La sua Quinta si è caratterizzata soprattutto per una fortissima componente emotiva, più che per un costante scavo analitico alla ricerca di sonorità, contrasti, effetti e sfumature. Eppure, proprio questa impostazione, così immediata e vibrante, ha saputo colpire nel profondo, caricando spesso le frasi musicali e le arcate degli archi di tensione e di drammaticità.


Il primo movimento è stato scandito su un tempo piuttosto comodo, ma sottoposto a numerose accelerazioni e frenate, con rallentamenti, rubati e sottolineature melodiche che hanno amplificato il senso di urgenza della partitura. Il maestro Järvi ha lasciato respirare le melodie, quasi facendole desiderare prima del loro pieno dispiegarsi, e ha creato tensioni sempre controllate, eleganti, mai abbandonate a un sentimentalismo generico. La linea musicale è apparsa mobile, flessibile, attraversata da un’inquietudine costante, ma sempre governata da una mano sicura.


Il culmine della serata si è avuto però nel secondo movimento. Dopo l’introduzione affidata al corno solista, davvero di rara perfezione sonora e d’intonazione, il maestro Järvi ha costruito un percorso musicale di straordinaria bellezza, capace di entusiasmare per ampiezza, intensità e naturalezza espressiva. Il celebre tema è emerso con nobiltà, sostenuto da un’orchestra capace di fondere calore timbrico e precisione formale. Qui la qualità della Tonhalle Orchester si è manifestata con particolare evidenza, in un equilibrio felicissimo tra cantabilità, densità emotiva e controllo del suono.


Il terzo movimento, molto garbato e delicato, ha avuto il pregio di una chiarezza esecutiva di grande precisione. Il maestro Järvi ha restituito alla pagina un’eleganza quasi cameristica, con un fraseggio leggero, ma non superficiale.


Il finale ha concluso trionfalmente la sinfonia. La tensione è rimasta sempre altissima, ma senza perdere controllo; i tempi sono apparsi perfettamente calibrati in ogni passaggio, con una progressione solida e ben costruita. Ogni sezione orchestrale è stata valorizzata al massimo, contribuendo a un impasto omogeneo nel quale nessuna famiglia strumentale è risultata sacrificata o sovrastata. Nemmeno gli archi, pur immersi in una scrittura spesso poderosa, sono stati coperti dagli ottoni, che hanno invece saputo sprigionare potenza, mantenendo precisione e compattezza.


Ne è derivata un’esecuzione veramente splendida, emotivamente partecipe, fondata sull’intensità e sulla vibrante drammaticità della sinfonia. Il maestro Järvi ha guidato l’orchestra con un gesto elegante e preciso, sorreggendo una lettura di grande chiarezza d’intenti e di ammirevole solidità musicale. La sua interpretazione non ha cercato tanto l’inedito a ogni costo, quanto una forte adesione emotiva alla partitura, condotta però con mestiere, lucidità e senso della forma.


La Tonhalle Orchester di Zurigo ha convinto in toto per la sua straordinaria qualità musicale. Gli archi hanno offerto un suono compatto e sinuoso, caldo e avvolgente, di straordinario velluto, ma al tempo stesso concreto e solido. Gli ottoni hanno sprigionato tutta la loro potenza, con particolare riferimento ai tromboni e ai già menzionati, splendidi corni, capaci di unire sicurezza, ampiezza e precisione. Anche le altre sezioni hanno contribuito a un risultato complessivo di altissimo livello, confermando la statura europea di una compagine che possiede insieme raffinatezza timbrica, disciplina esecutiva e grande personalità sonora.


Il concerto è stato accolto con grande entusiasmo, proseguito anche dopo il bis orchestrale: il Valse triste di Jean Sibelius, eseguito con estrema delicatezza e dei pianissimi impalpabili. A suggellare la serata è arrivato infine il commento di uno spettatore dal loggione, che ha consegnato forse la più breve, ma anche la più appropriata delle recensioni: “sublime!”.


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