top of page

Mozart, Debussy e Prokofiev • Mariotti

  • Lorenzo Giovati
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 13 Aprile 2026.

Sul palcoscenico del Teatro alla Scala, tra una Turandot e un Pelléas et Mélisande, la Filarmonica della Scala ha proposto un concerto di particolare pregio sotto la direzione del maestro Michele Mariotti, bacchetta ormai consolidata nel panorama internazionale e recentemente nominato futuro direttore principale dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. In questa occasione il maestro Mariotti ha confermato pienamente tale statura, costruendo un programma ampio e articolato, capace di attraversare linguaggi stilistici profondamente diversi tra loro: dalle tensioni drammatiche della Sinfonia n. 40 di Mozart, alle raffinate suggestioni della Petite Suite di Debussy, fino alla rara e complessa Jeu de cartes di Stravinsky.


La prima parte ha seguito un chiaro ordine cronologico, funzionale a mettere in rilievo le differenti prospettive compositive. La Sinfonia n. 40 di Mozart, il cui incipit appartiene ormai all’immaginario collettivo quanto quello della Quinta di Beethoven, è stata affrontata dal maestro Mariotti con un’impostazione eminentemente lirica. La lettura ha privilegiato una flessuosità costante del fraseggio, con linee melodiche che hanno assunto un andamento ondulatorio, in continuo avvicinamento e distacco. Il controllo dell’insieme è risultato saldo, con una gestione accurata degli ingressi e una scansione dei tempi sempre felice. Nel secondo movimento, sostenuto su un tempo disteso, ma mai indulgente, la melodia ha potuto dispiegarsi con naturalezza, senza irrigidirsi. Il terzo movimento ha mostrato una precisione quasi chirurgica nella definizione degli attacchi e nella tenuta ritmica, mentre il finale è stato calibrato con attenzione nelle dinamiche, senza eccessi. Ne è emerso un Mozart elegante, sufficientemente energico, fondato su una costante attenzione alla coesione orchestrale. La scelta dei tempi, sempre ponderata, ha restituito un’interpretazione molto sorvegliata, ma al tempo stesso lucida e coerente.


La seconda parte si è aperta con la Petite Suite di Debussy nell’orchestrazione di Henri Busser. Originariamente concepita per pianoforte a quattro mani, la trascrizione di Busser ha dimostrato una sorprendente aderenza allo spirito di Debussy, tanto da sembrare quasi un intervento autografo. L’orchestrazione ha rispettato con equilibrio, tanto i momenti più rarefatti, quanto quelli più animati, nei quali affiorano inflessioni quasi jazzistiche. La figura di Busser, oggi poco frequentata, resta legata a un catalogo scarsamente eseguito e a poche note biografiche, tra cui una longevità eccezionale (101 anni), elementi opportunamente richiamati nel programma di sala (riportato in fondo a questa pagina). L’esecuzione ha rappresentato uno dei vertici della serata: Mariotti ha restituito con notevole finezza la varietà espressiva della partitura, passando con naturalezza dalla leggerezza della barcarola iniziale ai passaggi più vivaci e ritmicamente definiti. Precisione, freschezza timbrica e luminosità hanno caratterizzato una lettura sempre controllata, ma non rigida, capace di modellare il suono con intelligenza ed eleganza.


A seguire, Jeu de cartes di Stravinsky ha confermato il livello della seconda parte. Il balletto, articolato non in movimenti ma in “mani”, secondo la logica del gioco, ha offerto una scrittura frammentata e allusiva verso le varie carte e i vari semi del mazzo (anche se molto in astratto), culminante nel “trionfo dei cuori”. Una pagina complessa, tutt’altro che immediata, resa particolarmente insidiosa dai frequenti mutamenti metrici e agogici che mettono alla prova la chiarezza del gesto direttoriale. Il maestro Mariotti ha affrontato tali difficoltà con sicurezza, proponendo una lettura ricca di colori e perfettamente articolata. Ogni momento è risultato distinto per carattere, con una gestione puntuale dei tempi e delle dinamiche. L’insieme è apparso sempre credibile, sostenuto da una concertazione esemplare per compattezza e precisione, qualità che non sempre si sono riscontrate in passato nella compagine scaligera.


La Filarmonica della Scala, in evidente stato di grazia, ha offerto una prova di alto livello. In Mozart, l’organico ampio, lontano da prassi cameristiche, ha prodotto un suono omogeneo e pieno, vellutato negli archi, sebbene con qualche episodica legnosità, e preciso nei fiati e negli ottoni. In Debussy, la tavolozza timbrica si è ulteriormente ammorbidita, con archi e fiati capaci di un fraseggio particolarmente fluido; da segnalare l’intervento dell’arpista Luisa Prandina, distintasi per la qualità del tocco nella barcarola iniziale. In Stravinsky, infine, l’orchestra ha mostrato una reattività superiore, rispondendo con prontezza e precisione al gesto del direttore e mantenendo una compattezza notevole anche nei passaggi più complessi. L’intonazione è risultata sempre sicura. Nel complesso, la compagine è apparsa lontana da ogni stanchezza, piuttosto duttile e luminosa nel passare da un linguaggio all’altro. Al termine del concerto, l’orchestra ha manifestato un evidente apprezzamento nei confronti del maestro Mariotti, rimanendo seduta al suo gesto e lasciandogli accogliere per primo il caloroso applauso del pubblico.


Mariotti ha potuto così contare su un’orchestra in forma eccellente in tutte le sezioni che gli ha consentito, sostenuta da un gesto chiaro e nitido, di costruire un concerto raffinato, equilibrato e di notevole qualità esecutiva, oltre che pienamente convincente sul piano musicale.


  • Instagram
  • Facebook

Powered and secured by Wix

bottom of page