Weber, Tchaikovsky e Dvorak • Honeck
- Lorenzo Giovati
- 4 giorni fa
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Roma, Auditorium Parco della Musica. 10 Gennaio 2026.
A riaprire la stagione dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dopo il fermo natalizio è stato, anche quest’anno come l’anno scorso, il maestro Manfred Honeck, direttore di riferimento per il repertorio mitteleuropeo, chiamato a misurarsi con un programma a lui particolarmente congeniale, che accostava Weber, Tchaikovsky e Dvorak in un itinerario tra il repertorio classico e quello romantico.
La serata si è aperta con l’Ouverture dall’Oberon, ultima opera di Carl Maria von Weber, affrontata dal maestro Honeck con quella vitalità che contraddistingue il suo gesto e il suo pensiero musicale. L’esecuzione è risultata luminosa, scattante, perfettamente calibrata nei contrasti dinamici e nei giochi di colore orchestrale, capace di restituire freschezza e teatralità a una pagina spesso eseguita. Il fraseggio curatissimo e la chiarezza delle articolazioni hanno reso evidente la volontà di scolpire la forma con precisione, senza mai rinunciare alla leggerezza narrativa propria di Weber.
È seguito il celeberrimo Primo concerto per pianoforte e orchestra di Tchaikovsky, con il pianista Seong-jin Cho come solista. Il pianista ha offerto una prova di impressionante sicurezza tecnica e di controllo assoluto dello strumento, offrendo un suono sempre pulito e compatto. L’interpretazione ha però mostrato, a tratti, una vena nervosa e corrucciata, più incline al rigore che all’abbandono lirico, consegnandosi ad un romanticismo talvolta trattenuto e palesando un fraseggio meno disteso di quanto la partitura potrebbe suggerire.
Il maestro Honeck ha sostenuto il solista con una direzione energica e scattante, dai tempi ben serrati e dagli attacchi perentori, privilegiando la chiarezza strutturale e la linea musicale. Una lettura molto solida, musicalmente impeccabile, che non si è però imposta come particolarmente innovativa, ma che ha convinto per coerenza, precisione e sicurezza di concezione.
Decisamente superiore è risultata l’Ottava sinfonia di Dvorak, eseguita dal maestro Honeck in modo assolutamente superlativo, a conferma di quanto questo titolo sia uno dei suoi territori d’elezione. Il primo movimento è stato costruito su un tempo inizialmente controllato, progressivamente animato da una tensione crescente che ha condotto con naturalezza verso la piena espansione finale. Il secondo movimento ha brillato per luminosità e per respiro cantabile. Il terzo, danzante e scorrevole, ha messo in luce l’elemento popolare, mentre il finale è risultato travolgente per energia, chiarezza ritmica e forza propulsiva, capace di fondere la componente slava più ballabile con quella più ampia e “americana” della scrittura del musicista boemo.
L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha suonato splendidamente per tutta la durata del concerto, con archi compatti e voluminosi, fiati di grande qualità timbrica e corni sempre precisissimi, dando prova di una coesione e di una duttilità che hanno permesso al maestro Honeck di modellare il suono con grande libertà e finezza.
Si è assistito quindi a un concerto di altissimo livello, dominato da una lettura sinfonica memorabile di Dvorak e suggellato dal bis conclusivo, la Prima Danza ungherese di Johannes Brahms, offerta come ultimo, brillante, omaggio al pubblico, augurale per l’anno 2026.












