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Mahler Sinfonia 3 • Harding

  • Lorenzo Giovati
  • 29 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Roma, Auditorium Parco della Musica. 19 Dicembre 2025.

È ripreso con la Terza Sinfonia il progetto Mahler–Harding dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, volto all’esecuzione integrale delle sinfonie di Gustav Mahler sotto la direzione del maestro Daniel Harding, che dalla scorsa stagione ha assunto la guida dell’istituzione romana dopo il lungo e autorevole “pontificato” del maestro Sir Antonio Pappano. Questa Terza ha inaugurato il primo appuntamento della nuova stagione sinfonica. L’esito complessivo del concerto ha evidenziato una solida tenuta interpretativa e un alto livello esecutivo, come del resto l’orchestra romana ha ormai da tempo abituato il proprio pubblico. Non tutte le scelte del maestro Harding sono però risultate pienamente convincenti, in particolare nel sesto movimento.


Il primo movimento, nella sua estrema complessità, ha restituito un risultato alterno: da un lato, si è ascoltata un’orchestra compatta al millimetro, dotata di un suono ampio e luminoso; dall’altro lato, si è percepita una direzione che ha privilegiato l’evidenziazione delle linee melodiche rispetto alla messa in rilievo dei dettagli strumentali. Una scelta interpretativa che ha rinunciato, almeno in parte, all’esuberanza dell’orchestrazione per concentrarsi sulla bellezza del materiale tematico.

Il secondo movimento ha seguito un’impostazione simile, ma con un esito decisamente più felice, grazie a un’orchestrazione più sobria e delicata, quasi fiorita, in perfetta coerenza con il titolo del movimento (“Quello che i fiori del prato mi raccontano”). Un’esecuzione classica, elegante e ben calibrata.

Più problematico è stato invece il terzo movimento, apparso talvolta eccessivamente concitato, soprattutto in alcuni passaggi dal forte potenziale evocativo. In questo contesto ha brillato senza alcun dubbio la sezione eterea della cornetta da postiglione, eseguita con perfezione assoluta da Alfonso Gonzalez Barquin, musicista di straordinario livello dell’Accademia.

Ben riuscito è risultato invece il quarto movimento, la cui parte solistica è stata affidata all’ottima Wiebke Lehmkuhl, interprete esperta del repertorio, capace di affrontare la parte con la giusta vocalità e con un accurato lavoro di cesello sul testo. Il maestro Harding ha privilegiato un clima orchestrale di assoluto mistero, in efficace dialogo con l’oscurità delle parole di Nietzsche. Tuttavia, in alcuni momenti, il movimento è parso leggermente rallentato e faticoso, pur restando sempre molto ben suonato e ottimamente concertato.

Meno luminoso e meno contrastato il quinto movimento, nonostante l’eccellente prova del coro dell’Accademia, sia nella compagine femminile, sia in quella dei bambini, rispettivamente preparate da Andrea Secchi e Claudia Morelli.

Seconda componente mastodontica della sinfonia, dopo il primo movimento, è senza dubbio il sesto Adagio, affrontato da Harding su un tempo generalmente assai lento. La scansione agogica è risultata molto variata: talora distesa, talora improvvisamente incalzante, talora moderata. Non sempre, tuttavia, il direttore è riuscito a individuare il tempo più efficace nel momento opportuno per creare quella sensazione di accelerazione e di freno necessaria a uno sviluppo naturale e convincente del tema dell’amore, fulcro espressivo del movimento. L’esito complessivo è stato comunque positivo, fino al finale, forse eccessivamente trattenuto.


L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha offerto una prova maiuscola per compattezza e per qualità timbrica: un suono potente, rotondo, luminoso, versatile e ricco di sfumature, a conferma di un’eccellenza assoluta. Gli archi si sono distinti per il velluto del suono e la notevole coesione, anche grazie al contributo fondamentale del primo violino Andrea Obiso, sempre impeccabile nel compattare la sezione e nel garantire attacchi precisi, anche nei momenti in cui il direttore è impegnato altrove. Gli ottoni hanno suonato magnificamente, con suono pieno e intonato, in particolare il trombone nel primo movimento, la già citata cornetta da postiglione e l’intera sezione dei corni. Percussioni precise e attente hanno completato un quadro strumentale di altissimo livello.


Un’esecuzione che, nel suo complesso, ha convinto, pur senza conquistare del tutto. Una prova assolutamente professionale, ma non tale da imporsi come lettura di riferimento o come interpretazione realmente innovativa del repertorio. Un approccio decisamente più analitico che emotivo, fondato sullo studio rigoroso della partitura e su un’esecuzione fedele, ma non sempre capace di restituire quella ricchezza emotiva, esuberante e colorata che altri interpreti, come Leonard Bernstein, che ne rappresenta il paradigma obbligato, hanno reso cifra distintiva di questa musica. Un risultato complessivamente positivo, che ha comunque raccolto un ampio consenso da parte del pubblico, accorso in Sala Santa Cecilia in numero superiore al consueto.


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