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Weber, Bruch e Beethoven • Luisi

  • Lorenzo Giovati
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 21 Febbraio 2026.

A distanza di pochi giorni dall’ultimo appuntamento della stagione della Filarmonica della Scala, che aveva visto Lorenzo Viotti confrontarsi con la mastodontica Settima sinfonia di Shostakovich, la compagine scaligera è tornata sul palco per un concerto di segno assai diverso, affidato alla bacchetta del maestro Fabio Luisi. Un programma “classico”, non soltanto nella scelta degli autori (Weber, Bruch e Beethoven), ma anche nella sua stessa architettura formale: Ouverture, Concerto e Sinfonia, secondo un impianto che richiama la più salda tradizione ottocentesca.


Conoscendo l’idea musicale del maestro, direttore di fama internazionale che ha fatto dell’eleganza e della nitidezza del fraseggio una cifra stilistica riconoscibile, era lecito attendersi una lettura improntata a misura, equilibrio e controllo del dettaglio. Attese che non sono andate deluse, almeno sul piano dell’intenzione interpretativa.

Fin dalle prime battute dell’Ouverture dall’Oberon di Carl Maria von Weber si è imposta un’interpretazione levigata, sorvegliata, in cui la componente fiabesca e luminosa della partitura è stata restituita con morbidezza di linea e cura del suono. Qualche guizzo più energico ha animato le sezioni di maggiore slancio, ma sempre entro una cornice di compostezza formale.


Il Primo Concerto per violino e orchestra di Max Bruch ha poi trovato in Sergej Krylov un interprete di tecnica sopraffina. Il suono, pieno e corposo (merito anche dello Stradivari che ha utilizzato), si è imposto per rotondità e omogeneità lungo l’intera estensione dello strumento; i bicordi, sempre perfettamente a fuoco, hanno risuonato compatti, senza asprezze, sostenuti da un arco saldo e generoso. L’impressione complessiva è stata quella di un controllo strumentale assoluto. Se talvolta è sembrata mancare una partecipazione emotiva più ardente, una vibrazione interiore capace di oltrepassare la perfezione formale, è rimasta tuttavia indiscutibile la qualità timbrica, davvero notevole. Dal podio, il maestro Luisi ha accompagnato con eleganza e temperamento, cesellando le dinamiche e offrendo buone sottolineature nei passaggi più lirici, senza però indulgere a soluzioni interpretative particolarmente innovative.


Nella seconda parte del concerto la Sinfonia n. 8 di Ludwig van Beethoven ha confermato l’approccio del direttore, ovvero un Beethoven rifinito, attento ai dettagli della scrittura, consapevole che questa partitura non è soltanto slancio, ma anche trama contrappuntistica sottile ed eleganza melodica. Il maestro Luisi ha messo in luce accenti e singole voci, illuminando alcuni snodi interni con mano esperta. Tuttavia, nel primo e nel quarto movimento è parsa mancare una visione realmente incisiva, capace di imprimere un carattere inconfondibile all’intera costruzione sinfonica. Molto ben eseguito il secondo movimento, scandito su un tempo particolarmente rapido. Nulla di trascinante, dunque, ma un’esecuzione corretta, coerente, stilisticamente ineccepibile.


Se sul piano interpretativo la coerenza non è mancata, più problematica è risultata la risposta dell’orchestra. Nella prima parte la Filarmonica ha offerto una prova solida, con fiati moderati, intonati e ben amalgamati al tessuto orchestrale. Nella Sinfonia beethoveniana, invece, sono emerse criticità difficilmente trascurabili. I timpani sono risultati eccessivamente marcati, talora sonori oltre misura, compromettendo l’equilibrio dinamico; gli ottoni, in particolare, hanno offerto una prestazione particolarmente opaca, culminata in un trio del terzo movimento di marcata ineleganza, segnato da approssimazioni nell’intonazione e da un fraseggio incapace di chiudersi in modo adeguato. Le trombe, troppo incisive, sono risultate spesso in disarmonia con i timpani, generando un effetto complessivo disomogeneo. Migliore è stata la prestazione degli archi, eleganti nel timbro, dotati di un velluto sonoro di pregio e generalmente precisi, anche se nei passaggi più rapidi è affiorato qualche lieve disallineamento.


Ne è comunque scaturito un concerto interpretativamente elegantissimo, piacevole nella concezione e nella linea direttoriale, ma eseguito dall’orchestra con una certa superficialità nella seconda parte.


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