Shostakovich • Viotti
- Lorenzo Giovati
- 1 mar
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Milano, Teatro alla Scala. 16 Febbraio 2026
Molto atteso era il secondo concerto della Filarmonica della Scala, interamente dedicato a Dmitri Shostakovich, compositore al quale il Teatro alla Scala ha scelto di affidare anche l’inaugurazione della stagione lirica 2025/2026, quasi a sottolineare una ben precisa linea culturale e un dialogo serrato con il Novecento storico. Al centro del programma, la monumentale Settima Sinfonia “Leningrado”, partitura smisurata per concezione e per organico, affidata alla direzione del giovane Lorenzo Viotti, recentemente protagonista alla Scala anche del Concerto di Natale.
Il maestro Viotti si è accostato alla sinfonia con un’impostazione ispirata a una generale correttezza e con un’evidente volontà di ricercare una chiarezza strutturale. La sua lettura ha rivelato una sicura padronanza, tanto delle asperità ritmiche, quanto della complessa architettura orchestrale che sostiene l’intero edificio sinfonico. Fin dalle prime battute è emersa una direzione improntata al controllo, alla disciplina del suono e alla lucidità dell’insieme.
Nel primo movimento Viotti ha privilegiato una prospettiva analitica, quasi a voler scolpire con attenzione ogni elemento della trama. Il celebre crescendo della marcia delle truppe, costruito sull’ostinato progressivo e sull’accumulo orchestrale, è stato sviluppato con rigore, ma è apparso leggermente privo della tensione necessaria a rendere quella dimensione opprimente e inesorabile che la scrittura suggerisce. Anche i tamburi rullanti, fondamentali nel generare la sensazione di minaccia crescente, sono parsi talvolta meno incisivi di quanto la pagina richiederebbe. L’emozione si è sprigionata con maggiore evidenza soltanto nel culmine sonoro, quando la massa orchestrale ha dispiegato tutta la propria potenza. Ciononostante, l’insieme è rimasto sempre sotto un controllo ammirevole: l’orchestra ha proceduto con assoluta precisione, mentre Viotti ha modellato con il gesto le sfumature dinamiche e ha messo in rilievo accenti e linee interne della scrittura di Shostakovich, dimostrando una lettura consapevole dei piani sonori.
Il secondo movimento è risultato il più convincente della serata. Il tempo spedito, la nettezza degli accenti e la cura minuziosa dei dettagli hanno restituito con efficacia l’ambiguità ironica e talvolta grottesca di questa pagina. Qui la concertazione è parsa più sciolta, più naturale, capace di unire brillantezza e precisione, senza irrigidimenti. L’articolazione delle frasi e il gioco delle dinamiche hanno dato vita a un’esecuzione vivace e calibrata, in cui l’orchestra ha potuto esibire compattezza e prontezza di risposta.
Il terzo movimento, fra i più complessi per densità espressiva e stratificazione timbrica, è stato affrontato con una leggerezza complessiva che non ne ha però sacrificato la precisione. La linea melodica è stata comunque seguita con grande attenzione, con un fraseggio accurato e ben sostenuto, quasi a voler privilegiare la cantabilità interna della pagina, più che la sua dimensione tragica.
La gestazione del quarto movimento è stata invece segnata da un imprevisto che ha generato qualche momento di paura: un’interruzione di circa venti minuti dovuta al malore di una spettatrice, prontamente soccorsa prima da alcuni presenti e poi dal personale medico del teatro. Solo dopo il suo trasporto fuori dalla sala il concerto ha potuto riprendere. Nonostante la pausa forzata, l’orchestra e il maestro Viotti hanno saputo ricreare con sorprendente rapidità quell’atmosfera sospesa e raccolta che apre l’ultimo tempo. La sezione riflessiva è stata delineata con chiarezza e misura, mentre la componente eroica del finale è stata scandita con decisione, fino alla riproposizione del tema iniziale, trasformato in una dimensione trionfale, potente e luminosa. Il climax conclusivo è stato costruito con coerenza e saldezza, senza abbandonare la linea di controllo che ha caratterizzato l’intera interpretazione.
La Filarmonica della Scala ha offerto una prova di alto livello per tutta la durata del concerto. Gli archi hanno esibito un suono compatto e vellutato, di grande qualità timbrica; i fiati si sono distinti per precisione d’intonazione e morbidezza d’emissione; gli ottoni sono risultati solidi e ben proiettati, mentre le percussioni, pur non sempre dominanti nel primo movimento, hanno fornito interventi incisivi e puntuali. L’intesa con il direttore svizzero è apparsa evidente: l’orchestra ha reagito con prontezza al gesto di Viotti, mostrando una reattività talvolta più stentata per questa compagine e una partecipazione vigile a ogni sfumatura richiesta.
Nel complesso, la direzione di Viotti ha rivelato intenzioni chiare e una visione analitica della partitura, concentrata sulla tenuta strutturale e sulla precisione del dettaglio. La componente emotiva non è stata esclusa, ma è stata subordinata a un disegno complessivo che ha mirato soprattutto alla coerenza interna e alla solidità dell’esecuzione. Ne è emersa una lettura di notevole maturità tecnica e di gesto preciso, capace di governare una macchina orchestrale imponente con lucidità e disciplina.
Il concerto è stato accolto con un entusiasmo vivo e meritato da parte del pubblico, che ha riconosciuto la qualità dell’esecuzione e l’impegno profuso in una delle pagine più impegnative del repertorio sinfonico novecentesco.








