top of page

Wagner e Mahler • Harding

  • Lorenzo Giovati
  • 16 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Bologna, Auditorium Manzoni. 8 Maggio 2026.

È proseguito con la Quarta Sinfonia il progetto che vede impegnati l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il suo direttore principale Daniel Harding nell’esecuzione integrale delle Sinfonie di Gustav Mahler. Questa nuova tappa non ha avuto luogo, come normalmente avviene, nella Sala Santa Cecilia di Roma, sede della compagine capitolina, ma all’Auditorium Manzoni di Bologna, nell’ambito di una tournée riservata unicamente al Bologna Festival.


Rispetto al concerto romano, che prevedeva in apertura il Settimo Concerto per violino e orchestra di Alexey Shor, a Bologna Harding ha scelto di introdurre la serata con il Preludio e Liebestod dal Tristan und Isolde di Richard Wagner. L’esecuzione è stata di notevole densità espressiva, accuratissima nel lavoro sul dettaglio e sostenuta da una tensione dinamica sempre viva. Nel Preludio Harding ha costruito con estrema precisione il progressivo addensarsi della materia sonora, curando le sospensioni armoniche e il respiro interno della frase con un controllo raffinato. Il vero culmine emotivo si è però raggiunto nel Liebestod, dove il maestro ha ottenuto dalla compagine romana un suono ampio, luminoso e avvolgente, complessivamente molto bello, capace di restituire con evidenza il turbine passionale e insieme la trasfigurazione lirica della pagina wagneriana.


Nella seconda parte è stato invece il turno della Quarta Sinfonia di Mahler, dopo l’esecuzione della Terza avvenuta lo scorso dicembre. Proprio in questa occasione si è avvertito, più che altrove, come il dosaggio dei volumi sembrasse calibrato su una spazialità ben più ampia e in parte dispersiva della Sala Santa Cecilia di Roma. L’esecuzione ha funzionato pienamente nel suo disegno generale, restituendo la Quarta nella sua interezza e nella sua complessità attraverso una lettura di impianto assolutamente tradizionale, ma condotta con mano salda, gusto sicuro e notevole cura del particolare. Tuttavia, soprattutto in relazione alle dimensioni più raccolte dell’Auditorium Manzoni, i volumi orchestrali sono parsi spesso orientati verso una sonorità piuttosto robusta: alcuni piani, pur presenti in partitura e realizzati con indubbia attenzione, sono risultati più vicini a un forte contenuto che a una reale rarefazione sonora. Di conseguenza sono talvolta mancate, soprattutto nel terzo e nel quarto movimento, quelle tinte più eteree e incorporee che costituiscono una delle cifre più caratteristiche della partitura. Per converso, i forti sono apparsi fortissimi, secondo una proporzione dinamica che ha privilegiato la pienezza del suono più che la sua smaterializzazione.


Ciò non ha impedito all’esecuzione di imporsi per attenzione, nitidezza e coerenza. Nel primo movimento Harding ha scelto un incipit di particolare finezza, con i campanelli trattenuti in un pianissimo netto, non accentuati, così da privilegiare sin dall’inizio un’articolazione limpida dei piani sonori. Il gesto, elegantissimo e preciso, ha consentito di mettere in rilievo con grande chiarezza i dettagli dei fiati, sempre ben scolpiti nel tessuto orchestrale, e di mantenere un equilibrio formale saldo.


Nel secondo movimento gli interventi solistici di Andrea Obiso, straordinario primo violino dell’Accademia, hanno conferito alla pagina un carattere ritmato, pungente e felicemente caratterizzato. Harding ha gestito il movimento con spirito contrappuntistico di grande precisione, valorizzando l’intreccio delle linee e la dimensione ironica della scrittura mahleriana senza forzarne i tratti grotteschi. Ne è derivata una lettura controllata, tersa, mai caricaturale, nella quale la bizzarria del movimento è emersa, più per finezza di cesello, che per sottolineatura teatrale.


Il lungo terzo movimento, pur non essendo stato impostato su un tempo così largo da costruire quella necessità melodica in cui ogni nota sembra lasciarsi desiderare emotivamente prima di compiersi, ha comunque trovato le giuste tinte e le giuste atmosfere con un finale esplosivo ed emotivamente partecipe. Sono rimasti, in questo caso, i limiti già citati sul piano delle dinamiche. Una maggiore rarefazione del suono avrebbe forse permesso alla scrittura di respirare con più mistero.


Il quarto e ultimo movimento ha invece offerto una chiusura di notevole delicatezza. La cantabilità lirica e commossa della pagina è stata restituita con morbidezza e misura, impreziosita dagli interventi pertinenti, eleganti e stilisticamente accurati di Christine Karg nel ruolo del soprano. La sua linea vocale ha saputo mantenere il giusto equilibrio tra semplicità, purezza d’emissione e consapevolezza espressiva. La conclusione è risultata così delicata, morbida e molto coerente.


In sintesi, questa Quarta è stata stilisticamente appropriata e molto ben fatta, forse la più convincente finora ascoltata da Harding con Santa Cecilia nell’ambito del ciclo mahleriano. Non una lettura rivoluzionaria, né particolarmente incline a scavare nei lati più enigmatici e sfuggenti della partitura, ma un’esecuzione di grande solidità, costruita con intelligenza, precisione e controllo orchestrale.


L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha suonato splendidamente, confermando ancora una volta la qualità della propria pasta sonora. Gli archi hanno mostrato spessore, compattezza e un suono tornito, sempre rifinito nella trama; i fiati sono stati precisi, ben caratterizzati e spesso eccellenti nei dettagli; gli ottoni hanno offerto una rotondità di grande pregio, sostenendo l’architettura complessiva senza perdere eleganza.


Il concerto è stato accolto con grande entusiasmo dal pubblico, in modo assolutamente meritato.


  • Instagram
  • Facebook

Powered and secured by Wix

bottom of page