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Pärt, Vivaldi e Beethoven • Mengoli

  • Lorenzo Giovati
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Torino, Auditorium Rai "Arturo Toscanini" (in differita su Rai 5). 3 Aprile 2026.

Mentre ad Aix-en-Provence, a Lucerna e a Salisburgo le grandi orchestre sinfoniche hanno festeggiato la Pasqua con rassegne molto fitte di eventi e nel resto del mondo la ricorrenza continua a rappresentare un’occasione privilegiata per la programmazione musicale, in Italia i cosiddetti concerti pasquali restano episodi isolati. Tra questi, si distinguono quello del Maggio Musicale Fiorentino, nella Basilica di San Francesco ad Assisi, e quello dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, entrambi trasmessi in differita dall’emittente nazionale in orari da insonni, che rivelano la pianificata tendenza a marginalizzare i contenuti di valore, soprattutto musicale, in spazi orari difficilmente frequentabili: la mezzanotte inoltrata in un caso, le prime ore del mattino nell’altro caso.


Nonostante questo contesto, molto italiota, il concerto pasquale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, sostenuto dalla direzione del giovane maestro Giuseppe Mengoli, ha avuto comunque modo di imporsi per la sua indubbia qualità musicale. La presenza sul podio del maestro Mengoli non si è limitata a fornire una prova di solida preparazione tecnica, ma ha rivelato una personalità interpretativa già ben definita, capace di coniugare lucidità analitica e naturale inclinazione al respiro musicale. Ciò che ha colpito, in particolare, è stata la sua distanza da un approccio oggi piuttosto diffuso tra molti giovani direttori, spesso orientati a una lettura corretta, ma poco problematizzata della partitura, in cui la solidità tecnica finisce per garantire il risultato con il minimo intervento interpretativo. Il maestro Mengoli, al contrario, ha mostrato la volontà di entrare nel testo musicale, lavorandolo con attenzione e restituendolo attraverso una visione personale, sostenuta da una musicalità evidente e da un pensiero interpretativo già ben formato.


L’apertura con Fratres di Arvo Pärt ha trovato nel maestro Mengoli un interprete attento alle sospensioni temporali e alla dimensione quasi metafisica del brano. La resa degli archi si è mantenuta a lungo su un piano di rarefazione controllata, senza mai perdere di consistenza timbrica, mentre il gesto del direttore ha garantito una scansione rigorosa, capace di sostenere adeguatamente la “nebbia sonora”. Al contrario, la trama si è conservata luminosa, attraversata da una tensione costantemente percepibile.


Il passaggio allo Stabat Mater di Antonio Vivaldi ha segnato un netto mutamento di prospettiva stilistica ed è stato  affrontato con consapevolezza e misura. La direzione ha privilegiato una lettura asciutta, attenta alla qualità del fraseggio e all’equilibrio dinamico, evitando, tanto le rigidità accademiche, quanto le eccessive derive espressive. In questo contesto si è inserita la prova del controtenore Carlo Vistoli, che si è imposto per la finezza del controllo vocale e per una linea di canto sempre nitida, sostenuta da un fraseggio curato. La sua interpretazione ha saputo coniugare chiarezza d’emissione e intensità espressiva.


Mengoli, dal canto suo, ha costruito un tessuto orchestrale saldo, ma flessibile, capace di accompagnare e dialogare con la voce solista, restituendo pienamente il carattere raccolto e meditativo della pagina di Vivaldi.


Come bis, “Lascia la spina, cogli la rosa” da Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel è stato proposto su un respiro ampio e disteso, suggellando con eleganza la prima parte del concerto.


Nella seconda parte, la Settima Sinfonia di Beethoven ha rappresentato il banco di prova più impegnativo, affrontato dal maestro Mengoli con una maturità già evidente. Fin dall’introduzione, la scelta di un tempo molto felice ha evitato, sia una lettura troppo muscolare, sia, al contrario, un’eccessiva dilatazione. Il primo movimento si è sviluppato con un equilibrio convincente tra energia e chiarezza, con un’attenzione rivolta alle articolazioni interne, che ha permesso di far emergere la varietà della scrittura senza perdere coesione. Particolarmente riuscito anche il modo in cui sono state gestite le pause, mai ridotte a semplici interruzioni ma integrate nel discorso musicale come veri momenti di tensione.

Nel secondo movimento, invece, il maestro Mengoli ha lavorato soprattutto sulla costruzione progressiva della trama, impostando l’incipit con grande chiarezza e lasciando emergere con precisione l’intreccio delle voci.

Nel terzo movimento, il tempo è rimasto sempre sotto controllo, senza mai risultare nervoso, permettendo alla musica di fluire con precisione e continuità.

Il finale, infine, è stato affrontato evitando ogni concitazione. Il maestro Mengoli ha scelto un andamento che favorisse la chiarezza del tessuto orchestrale e il dialogo tra le sezioni, costruendo la tensione in modo progressivo, fino alla conclusione.


Nel complesso, il maestro Mengoli si è confermato un interprete che affronta la partitura con mente libera, senza limitarsi a ricalcare soluzioni già consolidate, ma costruendo una lettura personale, fondata su una musicalità molto evidente. Questa libertà nasce da un rapporto attento e rispettoso con il testo, che gli consente di metterne in luce dettagli interessanti. Ne deriva una direzione che non punta all’effetto, ma alla costruzione di un discorso musicale solido, in cui ogni scelta appare motivata e inserita in una visione complessiva ben definita.


L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ha risposto con una prova di grande professionalità. Gli archi si sono distinti per compattezza e duttilità, sempre attenti al gesto del direttore; i fiati hanno garantito precisione negli ingressi e qualità timbrica; gli ottoni, infine, si sono mantenuti saldi e misurati, contribuendo all’equilibrio complessivo dell’ensemble.


Ne è risultato un concerto pasquale di indubbio pregio, costruito con coerenza in tutte le sue parti e sostenuto da una direzione attenta. Un’esecuzione che ha mostrato chiarezza d’intenti e solidità d’insieme, capace di restituire pienamente il valore del programma proposto.

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