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Turandot • Luisotti

  • Lorenzo Giovati
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano, Teatro alla Scala. 9 Aprile 2026.

Sono trascorsi cento anni da quel gesto, ormai entrato nella mitologia del teatro musicale, con cui Arturo Toscanini interruppe la prima esecuzione di Turandot alla morte di Liù, pronunciando il celebre “Qui il maestro è morto”, a segnalare l’incompiutezza lasciata da Giacomo Puccini. La Scala ha scelto di commemorare tale ricorrenza con un nuovo allestimento dell’opera, affidato alla regia di Davide Livermore e alla direzione del maestro Nicola Luisotti, sostenuto da un cast vocale di indubbio rilievo. Le premesse, dunque, erano quelle di una serata molto promettente; l’esito, pur solido, si è invece attestato su un livello buono, ma non memorabile.


Al centro di questa riuscita solo parziale si colloca la direzione del maestro Luisotti, il cui gesto, nitido e ben leggibile, non ha però trovato un corrispettivo altrettanto incisivo sul piano espressivo. L’esito musicale ha finito così per rispecchiarne la meccanicità quasi integralmente: fin dalla prima battuta si sono imposti suoni forti e accesi, ma sostanzialmente monotoni nei tempi e nelle dinamiche, marcando una generale tendenza all’uniformità. Questa impostazione, segnata anche da una certa fretta nel procedere, ha inciso in modo evidente sul rapporto con il palcoscenico. Più che una concertazione pienamente condivisa, si è spesso avvertita una direzione che procedeva in avanti senza concedere spazio al respiro dei cantanti. Nel primo atto, ad esempio, le frasi di Timur, portate via con eccessiva rapidità, non hanno consentito a Riccardo Zanellato di articolare compiutamente il fraseggio; nel secondo atto, Roberto Alagna è parso talvolta costretto ad affrettarsi per non perdere il contatto con l’orchestra, giungendo a un acuto conclusivo risolto, ma non del tutto naturale, quasi “tirato”, più che liberamente sostenuto. Non sono mancati, inoltre, momenti di lieve scollamento, soprattutto nei passi d’assieme, in cui coro e cantanti sembravano inseguire una buca costantemente protesa in avanti. Nel complesso, la direzione ha privilegiato una successione di effetti, senza restituire appieno quel caleidoscopio di luci, ombre, colori e dinamiche che costituisce l’essenza della partitura. Dalle grandi scene corali alle arie di Turandot, fino alle nostalgie di Ping, Pong e Pang, tutto è apparso ricondotto a una dimensione tendente all’uniforme, con volumi orchestrali frequentemente sopra le righe e non sempre favorevoli all’equilibrio con il palcoscenico. Ne è derivata una direzione di mestiere, solida, ma non sempre attenta al dettaglio e adeguata alla complessità dell’opera.


A sostenere con decisione l’esito musicale è intervenuta l’Orchestra della Scala, che ha offerto invece una prova di ottima compattezza e di rimarchevole affidabilità. Gli ottoni, poderosi e generalmente ben intonati (fatta eccezione per le trombe, abbastanza instabili), hanno fornito un sostegno solido; i legni si sono distinti per precisione e nitidezza, mentre gli archi hanno garantito un suono pieno e ben amalgamato. Di rilievo anche il contributo delle percussioni, puntuali e incisive.


Eccellente è stato il Coro del Teatro alla Scala, preparato da Alberto Malazzi, che ha coniugato potenza sonora e precisione, risultando particolarmente efficace nelle grandi scene collettive.


È tuttavia il palcoscenico ad aver assicurato allo spettacolo il suo vero successo.

Nei panni di Turandot, Anna Pirozzi ha offerto un’interpretazione di altissimo livello. La sua voce, naturalmente predisposta per il ruolo, unisce una brillantezza metallica, intesa come qualità timbrica preziosa, a un controllo esemplare del vibrato e dell’intonazione. Ma è soprattutto sul piano interpretativo che la sua prova si è distinta: la principessa è emersa inizialmente come figura algida e impenetrabile, per poi progressivamente incrinarsi, lasciando affiorare una dimensione più umana dopo la morte di Liù. Una costruzione del personaggio coerente e profondamente meditata, che la conferma interprete di eccellente livello.


Accanto a lei, Roberto Alagna ha delineato un Calaf di notevole solidità. Al di là di una certa freddezza del pubblico, ancora legata forse a episodi del passato, la sua prova si è imposta per qualità e per consapevolezza. A sessant’anni, la voce appare ancora salda, ben proiettata e priva di segni evidenti di usura. Colpisce, in particolare, la cura del fraseggio, sempre pensato e rifinito, capace di restituire al personaggio una dimensione, non solo eroica, ma anche nobile e liricamente sfumata. Gli acuti, pur inseriti in un contesto direttoriale non sempre favorevole, sono risultati generalmente precisi, contribuendo a delineare un Calaf credibile e musicalmente maturo.


Straordinaria si è rivelata poi la Liù di Mariangela Sicilia, vertice della serata. La bellezza del timbro si è accompagnata a una gestione del fiato e delle dinamiche di rara intelligenza, che le ha consentito di modellare ogni frase con naturalezza e intensità. Il personaggio, lungi dall’essere confinato a una dimensione di fragile remissività, ha acquistato progressivamente profondità, fino a trovare nella scena del sacrificio una verità espressiva di grande impatto. Ne è emersa una Liù compiuta, vocalmente impeccabile e scenicamente pienamente risolta, confermandola interprete dalla spiccata profondità interpretativa.


Di pregio anche il Timur di Riccardo Zanellato, interprete autorevole e musicalmente consapevole, capace di valorizzare il ruolo.


Ben assortito il terzetto di Ping, Pong e Pang, che, pur non particolarmente valorizzati, hanno offerto una prova coesa e musicalmente solida.


Hanno completato degnamente il cast Alberto Petricca, Mandarino dalla voce ampia e autorevole, Gregory Bonfatti, Altoum corretto e mai caricaturale, insieme a Flavia Scarlatti (Prima ancella), Vittoria Vimercati (Seconda ancella) e Haiyang Guo (principe di Persia).


Resta infine la regia di Davide Livermore, già presentata due anni fa in occasione delle celebrazioni pucciniane e alla cui recensione rimando (link alla recensione). Una regia che si riconferma di talento, studiata, mai banale ed efficace nel restituire con chiarezza la trama dell’opera. Permangono tuttavia alcune riserve su singoli elementi, come il cavallo particolarmente rumoroso o la presenza del figurante nudo, che risulterebbe probabilmente efficace anche in perizoma. Più in generale, si è avvertita un’idea scenica che alla prima visione colpisce e affascina, alla seconda tende invece a perdere in parte di freschezza. Continua dunque a convincere, ma con qualche inevitabile perplessità. Da segnalare, infine, che gli interventi iniziali del coro del terzo atto non sono stati più amplificati come nel 2024, ma sono stati eseguiti dal vivo fuori scena, sebbene con un effetto sonoro forse fin troppo attenuato.


Nel complesso, una Turandot di buon livello, sostenuta da un palcoscenico di grande qualità e da alcune interpretazioni davvero notevoli, ma che non riesce pienamente a tradurre in esperienza memorabile le sue eccellenti premesse.


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