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Das Rheingold • Soddy

  • Lorenzo Giovati
  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano, Teatro alla Scala. 1 Marzo 2026.

Grandissima l’attesa che accompagnava il ritorno del Ring wagneriano, inteso come progetto unitario eseguito nell'arco di una settimana come per volontà di Wagner, al Teatro alla Scala. Un’attesa motivata, non soltanto dall’assenza del ciclo dal cartellone del Piermarini dal 2013, quando a dirigerlo fu l’allora direttore musicale Daniel Barenboim, ma anche dalla curiosità di verificare la tenuta della complessa macchina teatrale, impegnata in quattro recite consecutive nell’arco di una sola settimana. La risposta, alla prova dei fatti, è stata inequivocabile: quella della Scala si è confermata una struttura di prim’ordine, capace di sostenere senza cedimenti un’impresa titanica, con un’organizzazione impeccabile e una resa artistica di altissimo livello.


Il primo dei due cicli è stato affidato alla bacchetta di Alexander Soddy, che nelle recite dal 2024 ad oggi si è alternato sul podio con Simone Young. In questo Rheingold il direttore britannico ha offerto una lettura di notevole compattezza e slancio drammatico, coniugando precisione analitica e tensione narrativa. La sua direzione si è distinta per la sapiente gestione dei contrasti dinamici, per il fluire organico e senza cedimenti del discorso orchestrale e per la cura di una trama sonora densa e stratificata, sempre governata da un gesto saldo e autorevole. Ne è scaturita una concertazione vigorosa, ma mai opaca, capace di mantenere chiarezza anche nei momenti di massima complessità timbrica. Unico lieve inciampo, peraltro già riscontrato nel novembre 2024 sotto la direzione di Simone Young, l’attacco delle incudini fuori scena, inizialmente non perfettamente coeso con l’orchestra, ma prontamente ricomposto nel giro di poche battute. Per il resto, gli ingressi sono risultati costantemente nitidi, il gesto direttoriale limpido e misurato, capace di farsi discreto sostegno quando il canto richiedeva respiro e protagonista autorevole nei grandi snodi sinfonici. Un Wagner esemplare per equilibrio, impreziosito dall’attenzione ai colori orchestrali: sonorità ruvide e taglienti hanno efficacemente caratterizzato la dimensione brutale dei giganti, mentre tinte più rarefatte ed eteree hanno accompagnato con suggestione la costruzione del Walhalla.


Determinante, in tal senso, la prova eccellente dell’Orchestra del Teatro alla Scala, apparsa in uno stato di grazia raro anche per gli standard su cui abitualmente si attesta. Gli archi hanno sfoggiato un suono morbido, compatto e duttile. Gli ottoni, poderosi e smaglianti, hanno colpito per la forza controllata del suono, volutamente venato di una ruvidità espressiva mai scomposta, sostenuta da intonazioni saldissime e da un impasto timbrico perfettamente fuso con il resto della compagine orchestrale.


Sul versante vocale, la serata ha offerto un insieme di interpretazioni di altissimo profilo, saldamente guidate da una linea comune di rigore stilistico e profondità espressiva.

A dominare la scena è stato il Wotan di Michael Volle, ormai riferimento imprescindibile per il ruolo. La sua interpretazione si è imposta per autorevolezza scenica e completezza psicologica, restituendo un Dio insieme maestoso e intimamente travagliato. Il timbro brunito e compatto, la proiezione sempre salda e l’emissione perfettamente controllata hanno sorretto un fraseggio di rara intelligenza, capace di scolpire la parola con accenti incisivi e di cesellare ogni inflessione.


Di pari rilievo il Loge di Norbert Ernst, che ha saputo delineare con grande finezza un personaggio sfuggente e insinuante. La presenza scenica vivace e la spiccata intelligenza attoriale si sono tradotte in un’interpretazione ricca di sfumature ironiche e ambigue.

Notevolissima anche la prova di Ólafur Sigurdarson, interprete di un Alberich di intensa forza teatrale. Lungi dal ridurre il personaggio a una mera caricatura brutale, il baritono islandese ne ha messo in luce la complessità, tratteggiando un antagonista dominato da un rancore lucido e corrosivo.


Preciso, misurato e teatralmente centrato il Mime di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, che ha saputo valorizzare ogni intervento con chiarezza espressiva e nitore vocale, preparando con intelligenza un personaggio che troverà ben più ampio sviluppo nel Siegfried.


Tra i ruoli di contorno hanno spiccato i due giganti Fasolt e Fafner, cui Jongmin Park e Ain Anger hanno conferito imponenza vocale e autorevolezza scenica. Le voci, ampie e profonde, si sono distinte per compattezza e solidità d’emissione, mentre la presenza fisica, ulteriormente esaltata da costumi di grande impatto visivo, ha contribuito a rendere credibile e minacciosa la loro statura mitica.


Andre Schuen ha delineato un Donner nobile e solenne, sostenuto da un timbro brunito e da una linea di canto autorevole, culminata in un efficace incantesimo finale. Brillante e luminoso il Froh di Siyabonga Maqungo, apprezzabile per freschezza timbrica.


Autorevole e scolpita la Fricka di Okka von der Damerau, che ha dato voce a una figura di grande fermezza attraverso un canto saldo. Olga Bezsmertna ha vestito i panni di Freia con una vocalità luminosa e una presenza scenica delicata ma partecipe, restituendo con efficacia la fragilità della giovane dea. Di nobile spessore l’Erda di Christa Meyer, il cui timbro scuro e vellutato, unito a un’emissione solenne e ben sostenuta, ha conferito al personaggio un’aura di ieratica autorevolezza.


Hanno completato degnamente il cast le Figlie del Reno Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, interpretate da Polina Pastirchak, Svetlina Stoyanova e Virginie Verrez, affiatate musicalmente e scenicamente.


A coronamento dell’impianto musicale, la regia di Sir David McVicar si è imposta per intelligenza e coerenza drammaturgica. Lungi dal cedere a forzature provocatorie, il regista scozzese ha concepito una visione saldamente ancorata al dettato del libretto, tradizionale nell’impianto, ma animata da una sensibilità moderna e da una solida base concettuale. L’idea di un mondo già segnato dal declino, evocato attraverso frammenti di statue infrante e presenze macabre come teschi disseminati sulla scena, ha costruito un universo visivo cupo e pregnante. Suggestiva l’intuizione di affidare la personificazione dell’oro a un figurante di straordinaria efficacia espressiva, raro esempio di utilizzo pienamente funzionale delle comparse. I raffinati giochi di luce, sapientemente orchestrati, hanno amplificato la tensione drammatica e hanno scolpito gli spazi scenici con grande potenza evocativa, contribuendo a definire un allestimento di notevole impatto visivo, curato minuziosamente tanto nella coerenza simbolica, quanto nell’equilibrio estetico complessivo. Ne è risultata una produzione di grande intelligenza teatrale, capace di coniugare chiarezza narrativa, profondità di pensiero e forte suggestione.


L’avvio di questo Ring scaligero è stato così salutato da un entusiasmo travolgente, con consensi calorosi e prolungati rivolti a tutti gli interpreti di una serata che ha confermato, senza riserve, l’eccellenza del teatro milanese nelle grandi sfide.


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