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Tristan und Isolde • Pappano

  • Lorenzo Giovati
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Londra, Barbican Hall. 1 Luglio 2026.

Nella programmazione di una grande orchestra sinfonica, come la London Symphony Orchestra, non manca quasi mai l’inserimento di un titolo operistico, che costituisce sempre l’occasione per affrontare il teatro musicale da una prospettiva diversa, in cui la dimensione orchestrale può emergere con una nitidezza e una centralità raramente raggiungibili nella buca di un teatro d’opera. Non è un caso, infatti, che le grandi registrazioni operistiche del passato siano quasi tutte realizzate con orchestre sinfoniche. È accaduto anche nella stagione della London Symphony Orchestra, che sotto la guida del proprio direttore principale Sir Antonio Pappano ha affrontato quest'anno Tristan und Isolde di Richard Wagner, vertice assoluto dell’ottocento musicale e partitura di sovrumana difficoltà, tanto per le voci, quanto per l’orchestra.


Londra ha già avuto modo di apprezzare il Wagner di Pappano, che negli ultimi anni si è misurato con il Ring des Nibelungen, avendone già diretto il prologo e le prime due giornate, prima della conclusione prevista con Götterdämmerung nel 2027. In questa occasione, tuttavia, il maestro ha dato una delle prove più alte della propria maturità interpretativa. La sua direzione è stata lucidissima, ampia, tesa, costantemente sorvegliata nella costruzione formale e insieme capace di restituire l’abisso emotivo dell’opera. Uno degli aspetti più rilevanti dell’esecuzione è stato proprio il rapporto fra Pappano e la London Symphony Orchestra. Con le orchestre dei teatri d’opera è spesso difficile raggiungere un simile grado di rifinitura, anche per la natura stessa dell’attività teatrale, in cui la medesima compagine si trova a preparare contemporaneamente più titoli, alternando repertori, linguaggi e necessità lavorative spesso complesse. Un’orchestra sinfonica, al contrario, porta con sé un’abitudine specifica al lavoro di cesello, alla piena responsabilità della parte orchestrale, alla costruzione di un suono autonomo e compiuto. Il maestro Pappano ha saputo sfruttare questa condizione nel modo più alto, ottenendo una lettura nella quale ogni dettaglio è parso necessario. Il primo atto ha respirato in tutta la sua complessità psicologica: vi si sono avvertiti il rancore, l’orgoglio, l’attrazione repressa e il progressivo dissolversi delle difese razionali dei personaggi. Il secondo atto ha assunto una tensione notturna e sospesa, mai genericamente sensuale, ma percorsa da un’inquietudine continua, quasi febbrile. Nel terzo, invece, il maestro Pappano ha introdotto fin dalle prime battute un senso di solitudine irreparabile, facendo emergere la morte non come conclusione improvvisa, ma come presenza già inscritta nella materia musicale. Ne è nato un Tristan completo, di eccezionale coerenza interna, nel quale l’intensità non è derivata dall’accumulo sonoro, ma dalla capacità di governare la tensione nel lungo periodo.


La London Symphony Orchestra ha offerto una prova di altissimo livello. Gli archi hanno suonato con compattezza, morbidezza e grande continuità di fraseggio, sostenendo le interminabili arcate wagneriane senza mai perdere corpo, né trasparenza. I fiati sono apparsi perfettamente amalgamati, sempre riconoscibili nel colore, ma mai isolati dal tessuto complessivo. Gli ottoni hanno impressionato per qualità, potenza e controllo, evitando ogni pesantezza, pur restituendo alla partitura la sua necessaria monumentalità. L’insieme è risultato elegante, profondo, duttile, capace di passare dalla massima rarefazione a un pieno orchestrale avvolgente senza fratture. Particolarmente memorabili sono stati gli assoli di corno inglese di Drake Gritton. Nel terzo atto, il suo intervento ha assunto una qualità quasi narrativa. La linea è stata dolce, pensosa, misuratissima, con un controllo del colore e del respiro che ha conferito una malinconia trattenuta e profondamente commovente. È stato uno dei momenti più alti della serata.


Il London Symphony Chorus ha offerto nel primo atto un apporto prezioso, compatto e vigoroso, contribuendo con efficacia alla definizione dell’ambiente marino e collettivo entro cui si consuma il conflitto iniziale.


A una componente orchestrale già di per sé sufficiente a rendere la serata memorabile si è aggiunto un cast vocale di notevole livello, omogeneo per tenuta musicale e complessivamente assai efficace nella resa drammatica.


Su tutti si è imposto il Tristan di Clay Hilley. Il tenore ha affrontato una delle parti più impervie dell’intero repertorio wagneriano con sicurezza tecnica, resistenza e intelligenza espressiva. Il suo Tristan è stato perentorio e altero nei momenti di maggiore slancio eroico, ma non ha mai assunto una rigidità monolitica. Al contrario, Hilley ha saputo far emergere progressivamente la dimensione più umana e vulnerabile del personaggio, fino a un terzo atto restituito con intensa verità drammatica. La voce ha mostrato un’emissione solida, ben sostenuta, capace di attraversare l’orchestra senza durezze. L’interpretazione ha convinto proprio per la capacità di non separare mai il canto dalla condizione psicologica del personaggio.


Molto significativa è stata anche la prova di Sara Jakubiak, al debutto nel ruolo di Isolde. Nota al pubblico italiano, e non solo, per la sua Katerina nella Lady Macbeth del distretto di Mcensk, con cui ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala, la Jakubiak ha affrontato la parte wagneriana con notevole autorevolezza. La sua Isolde è apparsa dura, ferita e imperiosa nel primo atto, più abbandonata e luminosa nel secondo, infine quasi trasfigurata nel Liebestod conclusivo. Proprio nella scena finale ha dato la prova migliore, sostenuta da una parte orchestrale formidabile, ma mai sommersa da essa. La voce si è imposta per volume, pulizia di emissione e particolarità timbrica; il canto ha mantenuto sicurezza e precisione anche nei passaggi più esposti, senza mostrare cedimenti o segni evidenti di affaticamento. Ne è derivata un’Isolde vocalmente salda e teatralmente credibile, capace di evolvere lungo l’arco dell’opera senza limitarsi a una generica imponenza drammatica.


Marina Prudenskaya ha dato a Brangäne una voce scura, morbida e ben tornita. Il personaggio è emerso con grande naturalezza nel rapporto con Isolde, in un equilibrio efficace fra devozione, inquietudine e consapevolezza.


Franz-Josef Selig ha incarnato König Marke con presenza austera e severa. La voce, ampia, scura, autorevole e sempre intonatissima, ha conferito al personaggio una nobiltà ferita, lontana da ogni retorica declamatoria. Il grande monologo è stato restituito con compostezza e peso morale, facendo emergere non soltanto l’autorità del sovrano, ma anche l’amarezza dell’uomo tradito.


Gyula Orendt è stato un Kurwenal di ottima qualità. La voce baritonale, solida e ben proiettata, si è rivelata particolarmente adatta al ruolo, restituendone tanto la fedeltà ruvida quanto la sincera partecipazione emotiva. Il rapporto con il Tristan di Hilley è risultato credibile e musicalmente affiatato, soprattutto nel terzo atto, in cui Kurwenal assume un rilievo drammatico decisivo nel custodire l’agonia del protagonista.


Neal Cooper ha offerto un Melot vocalmente saldo e incisivo, ben inserito nell’insieme e capace di definire con chiarezza il proprio intervento senza sovraccaricare il personaggio.

Michael Gibson, nei ruoli del Sailor e dello Shepherd, e James Emerson come Steersman hanno completato il cast con professionalità e precisione.


La serata ha trovato il proprio valore più alto nella convergenza fra una direzione di straordinaria consapevolezza, un’orchestra in stato di grazia e un cast capace di sostenere la tensione drammatica senza cedimenti. Il maestro Pappano ha costruito un Tristan und Isolde di grande intensità, ma soprattutto di grande intelligenza musicale.


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