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Tannhäuser • Sokhiev

  • Lorenzo Giovati
  • 18 minuti fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Zurigo, Opernhaus. 2 Luglio 2026.

Per il suo debutto all’Opernhaus Zürich, il maestro Tugan Sokhiev ha scelto Wagner e, più precisamente, Tannhäuser, titolo nel quale convivono ancora elementi riconoscibili della tradizione operistica precedente e i segni ormai evidenti di un linguaggio teatrale nuovo. La partitura guarda ancora infatti alla forma chiusa, all’aria, al concertato, alla grande scena corale, ma contiene già una concezione drammatica più ampia, nella quale il materiale tematico e il colore orchestrale diventano strumenti decisivi per definire il conflitto interiore dei personaggi.


La scelta ha avuto un interesse particolare anche nel percorso recente del direttore russo. Il maestro Sokhiev aveva già debuttato a Zurigo alla guida della Tonhalle-Orchester e dalla stagione 2026/27 assumerà l’incarico di direttore principale e consulente artistico dell’Orchestre de la Suisse Romande. Si tratta dunque di un rapporto sempre più intenso con la Svizzera, che il maestro ha ulteriormente consolidato presentandosi nel principale teatro lirico elvetico con un titolo non immediatamente riconducibile al repertorio per il quale è più spesso celebrato, vale a dire quello russo. Proprio per questo, il suo Tannhäuser è risultato ancora più interessante.


La direzione del maestro Sokhiev non ha cercato un Wagner pesante, saturo, cupo, costruito attraverso grandi masse sonore e tempi dilatati. Ha seguito invece una strada più tersa, più mobile, quasi più mediterranea nella chiarezza del disegno, senza per questo perdere tensione o profondità drammatica. Il gesto del maestro, morbido e insieme estremamente preciso, ha permesso di lavorare con grande cura sulle singole linee orchestrali: legature, respiri, rubati, sfumature dinamiche e rapporti fra le sezioni sono apparsi sempre governati con attenzione. Il risultato non è stato un fiume sonoro compatto e travolgente, ma un flusso più elegante e articolato, capace di far emergere molti dettagli senza frammentare l’insieme. Nei momenti più concitati dell’azione il maestro Sokhiev ha saputo creare la giusta tensione, evitando però di trasformare Wagner in un puro esercizio di potenza. La sua lettura ha avuto energia, ma anche respiro; decisione, ma anche trasparenza. L’ouverture è stata costruita con bella progressione, senza indulgere in un’eccessiva monumentalità, mentre le grandi scene d’insieme hanno mantenuto sempre un equilibrio chiaro fra orchestra, coro e palcoscenico.


L’Orchestra dell’Opernhaus Zürich ha risposto, offrendo una prova di notevole livello. Nonostante le dimensioni contenute della buca, il suono è apparso compatto, pieno e ben proiettato. Gli archi hanno mostrato volume, carattere e buona omogeneità, sostenendo con efficacia, tanto i momenti più lirici, quanto quelli più drammatici. I fiati si sono distinti per qualità del colore e precisione degli interventi, mentre gli ottoni hanno unito potenza e controllo, senza cedimenti o squilibri. L’orchestra ha confermato una fisionomia sonora molto riconoscibile. Non smisurata, ma nitida, energica, flessibile e capace di sostenere con autorevolezza il disegno del direttore.


Eccellente è stato anche il Coro dell’Opernhaus Zürich, preparato da Klaas-Jan de Groot. Gli attacchi sono stati precisi, l’insieme compatto, la presenza scenica e musicale sempre ben integrata nello spettacolo. Nel secondo e nel terzo atto il coro ha assunto un ruolo fondamentale, non soltanto come massa sonora, ma come elemento drammaturgico decisivo: comunità, giudizio, memoria religiosa, pressione collettiva. La prova è stata solida, disciplinata e musicalmente molto efficace.


Accanto alla qualità musicale, lo spettacolo ha trovato un punto di forza nella regia di Thorleifur Örn Arnarsson, non immediata nella lettura, ma ricca di immagini forti e coerente nella propria idea di fondo. Il suo Tannhäuser è stato rappresentato come un uomo senza dimora, incapace di appartenere davvero a un luogo, a una comunità, a un amore o a una fede. La sua condizione è quella di un individuo visceralmente sradicato, esposto alla propria incapacità di trovare una forma stabile di esistenza. La scena iniziale, ambientata nella sala da pranzo di Venere, viene interrotta dall’irruzione quasi surreale degli amici di Tannhäuser. Elisabeth è apparsa nel primo e nel terzo atto come una statua, mentre nel secondo atto, accanto all’uomo amato, è tornata a essere una donna in carne e ossa. È stata un’idea visivamente efficace, capace di suggerire la distanza fra l’Elisabeth reale e quella costruita dallo sguardo di Tannhäuser. Molto riuscita è stata la scena della gara di canto. La grande sala dorata, inizialmente elegante e solenne, si è trasformata progressivamente in uno spazio oppressivo. Le pareti si sono ristrette lentamente, quasi senza che lo spettatore se ne accorgesse, fino a comprimere fisicamente coro e protagonista. L’immagine ha reso con forza la pressione sociale e morale che si abbatte su Tannhäuser, trasformando il giudizio collettivo in una minaccia concreta e percepibile.


Nel terzo atto la regia ha raggiunto forse il momento più alto. La landa fredda e desolata, con la neve e gli iceberg di vetro, ha restituito con grande efficacia la solitudine di Elisabeth e il vuoto che circonda l’ultima parte dell’opera. I pellegrini, figure senza volto e senza vero soccorso reciproco, hanno accentuato la dimensione disumana del mondo rappresentato. Quando Tannhäuser è tornato, il fondale nero si è progressivamente acceso di colori: il rosso, nei riferimenti all’inferno, e infine il viola, colore liturgicamente legato alla penitenza e alla remissione dei peccati. Ne è derivata una regia moderna, ma non scontata, capace di proporre immagini forti senza separarsi dalla sostanza dell’opera. Non tutto è risultato di immediata chiarezza, ma l’insieme ha avuto coerenza, intelligenza e un notevole senso estetico.


Il cast vocale è stato all’altezza dell’impianto musicale e scenico.

Eric Cutler ha proposto un Tannhäuser di eccellente pasta vocale e di notevole presenza drammatica. Il tenore ha dato al personaggio un profilo tormentato, inquieto, mai generico. Nel secondo atto è stato rabbioso, irruento, incapace di contenere la propria frattura interiore; nel terzo ha invece trovato accenti più dolenti, segnati da stanchezza e desiderio di espiazione. Vocalmente la prova è stata solida e generosa, con uno strumento ben proiettato e adatto a sostenere le difficoltà del ruolo. Scenicamente Cutler è stato sempre presente, credibile nella fisicità dolente del personaggio e capace di rendere Tannhäuser un uomo lacerato e irrisolto.


Il vertice vocale della serata è stato però l’Elisabeth di Christina Nilsson. La giovane soprano ha offerto una prova di rara qualità, unendo fascino scenico, controllo tecnico e intensità espressiva. La sua Elisabeth è stata austera, luminosa, interiormente ferma, ma mai fredda. La voce è apparsa molto ben emessa, sicura in ogni registro, ampia senza essere pesante, morbida nei passaggi più lirici e sempre precisa nell’intonazione. La Nilsson ha saputo evitare ogni sentimentalismo, restituendo al personaggio una purezza non ingenua, ma consapevole e dolorosa. La preghiera del terzo atto ha confermato la qualità di un’interprete capace di sostenere la grande linea wagneriana con nobiltà e naturalezza.


Di grande rilievo è stato anche il Wolfram von Eschenbach di Christian Gerhaher. Il baritono ha portato nel ruolo la raffinatezza del grande liederista. Nei primi atti ha mostrato una voce sontuosa, controllata, ricchissima nel fraseggio e sempre perfettamente intonata. Nel terzo atto ha scelto invece una via più raccolta, concentrata, quasi interiore. Il monologo che precede il coro dei pellegrini è stato risolto con una misura esemplare, toccante per qualità della parola, del respiro e del colore. È stata una prova di altissima eleganza musicale.


Christof Fischesser, nei panni del Langravio Hermann, ha confermato una voce di bella qualità, scura, autorevole e ben proiettata. L’interpretazione è stata nobile ed elegante, con una presenza scenica più vivace di quanto spesso accada nel ruolo, ma senza mai cadere nell’eccesso. Il personaggio ha mantenuto dignità e peso, sostenuto da un canto saldo e da una linea sempre controllata.


Rachael Wilson ha dato a Venus una presenza scenica intensa e vocalmente ben definita. La sua interpretazione ha evitato una sensualità generica, preferendo un profilo più nervoso, inquieto, quasi possessivo. La voce ha sostenuto con sicurezza la parte.


Andrew Moore si è distinto come Biterolf per vivacità scenica e notevole efficacia teatrale, soprattutto nel primo atto, dove ha saputo dare al personaggio un rilievo immediato e divertente senza rompere l’equilibrio dell’insieme. Vocalmente ha offerto una prova solida e ben caratterizzata.


Johan Krogius come Walther von der Vogelweide, Nathan Haller come Heinrich der Schreiber, Brent Michael Smith come Reinmar von Zweter e Yewon Han come giovane pastore hanno completato il cast con correttezza, precisione e piena professionalità.


Nel complesso, questo Tannhäuser ha convinto per la qualità molto alta di tutte le sue componenti. Ne è nato uno spettacolo di notevole forza musicale e teatrale, bello da ascoltare e da vedere, capace di lasciare un’impressione duratura.


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