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Mahler Sinfonia 2 • Sokhiev

  • Lorenzo Giovati
  • 2 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Vienna, Konzerthaus. 18 Aprile 2026.

Dopo il concerto di Sir Simon Rattle al Musikverein, con i Wiener Philharmoniker, impegnati nella Nona Sinfonia di Gustav Mahler, a distanza di un tempo appena sufficiente per bersi un tè, nell’altra grande sala da concerto viennese, la Konzerthaus, è andata in scena la Seconda Sinfonia del medesimo autore, c.d. “Resurrezione”, sotto la direzione del maestro Tugan Sokhiev, alla guida dei complessi orchestrali del Lussemburgo.

Il maestro Sokhiev, che ha vantato nella propria carriera una frequentazione assidua del repertorio russo, da Sergei Prokofiev a Igor Stravinsky, da Pyotr Ilyich Tchaikovsky a Dmitri Shostakovich, ha affrontato invece più episodicamente i grandi colossi del sinfonismo tardo-romantico, quali, ad esempio, Anton Bruckner e Gustav Mahler. Quando vi si è accostato, tuttavia, ne ha restituito letture sempre di notevole spessore, confermandosi una bacchetta di primissimo piano nel panorama internazionale.


In questa occasione il maestro Sokhiev ha conferito alla Seconda Sinfonia mahleriana un carattere spiccatamente liturgico, permeato da una riflessività costante e profondamente meditata lungo l’intero arco dei movimenti. Il maestro Sokhiev ha inoltre messo in evidenza la propria innata capacità di costruire e di sostenere l’arco delle frasi musicali, cesellando il fraseggio con maestria e con raffinato senso estetico. Il gesto, elegantissimo e al contempo non convenzionale, ha saputo trasmettere con chiarezza ogni indicazione agogica, dinamica ed espressiva: non si è limitato a scandire il tempo o a suggerire gli ingressi, pur intervenendo talora anche in tal senso, ma ha guidato l’interpretazione nella sua interezza, modellando il suono orchestrale secondo una precisa visione e orientando l’ascolto del pubblico verso l’esito sonoro desiderato.


La sua concezione della “Resurrezione” si è delineata come profondamente contemplativa: nel primo movimento il maestro Sokhiev ha adottato tempi mai concitati, lasciando ampio respiro alla materia musicale e permettendo ai contrasti di emergere non per impeto, bensì per morbida evidenza. Tale cifra interpretativa, delicata e minuziosamente curata, ha trovato nel secondo movimento uno dei vertici della serata, reso con una distensione quasi paradisiaca e una morbidezza degli archi di rara qualità. Nel terzo movimento, questa stessa morbidezza si è trasfigurata in leggerezza. Anche nei passaggi più intensi, il carattere è risultato gioioso, mai marziale. Qui il maestro Sokhiev ha dato il meglio di sé nella gestione degli ingressi, divertendosi, con evidente intelligenza musicale, a far emergere le sovrapposizioni della complessa trama orchestrale.


L’“Urlicht”, quarto movimento, grazie a un tempo particolarmente disteso, ha acquisito un respiro sospeso, creando una sorta di cesura contemplativa fra le sezioni della sinfonia. Più articolata è risultata invece la costruzione dell’ultimo movimento: nella lunga sezione iniziale, puramente orchestrale, il maestro Sokhiev ha privilegiato un suono denso e cupo, e la gestione delle arcate dei violini, sempre prolungate e mai scontate, ha finito per attenuare parzialmente le tensioni che si sviluppano a partire dal crescendo delle percussioni. Sono forse mancati, in questa fase, quei contrasti tellurici e quei suoni mastodontici e travolgenti che costituiscono una cifra distintiva di questa pagina.Dall’ingresso del coro, tuttavia, l’atmosfera si è progressivamente rischiarata, e il direttore ha curato con estrema attenzione anche il fraseggio corale. Il finale si è dispiegato come un autentico trionfo di luce e di suono, configurandosi pienamente come una resurrezione sonora; e tuttavia, anche in questo apice, i suoni sono rimasti costantemente morbidi, mai nervosi. L’ultima nota, tenuta a lungo, non è stata ribattuta in modo secco e conclusivo da ottoni e timpani, ma si è quasi dissolta nel silenzio.


Ne è risultata un’interpretazione di forte impronta religiosa, quasi liturgica, indubbiamente distante da molte letture consuete, ma proprio per questo particolarmente interessante: un’interpretazione eseguita con impeccabile perizia tecnica e tutt’altro che priva di tensione emotiva, sebbene nel quarto movimento, fatta eccezione per gli ultimi minuti, siano mancati momenti di autentica drammaticità.


Di buon livello sono state le due voci soliste: leggermente incerta, pur rimanendo apprezzabile per qualità timbrica, Okka von der Damerau; chiara e pulita, invece, la voce del soprano Louise Alder.


La Filarmonica del Lussemburgo ha suonato con notevole qualità, esibendo un velluto degli archi morbido, ma luminoso, e una compattezza esemplare in tutte le sezioni. Particolarmente brillanti sono apparsi i fiati, con una menzione speciale per la precisione d’intonazione e la rotondità del suono degli ottoni; impeccabili le percussioni. Un complesso orchestrale, nel suo insieme, di ottimo livello.


La componente corale, scelta a “Km 0”, ha visto protagonista il sempre straordinario Wiener Singverein, coro di grande volume sonoro, di eccellente preparazione e di ammirevole compattezza. Da segnalare la disposizione inconsueta delle voci, non suddivise per genere o per registro, ma distribuite in ordine sparso: una scelta che ha ulteriormente amplificato la percezione di compattezza timbrica.


Una “Resurrezione”, dunque, diversa, ma non per questo meno significativa. Un’interpretazione singolare, di grande interesse. Un’esperienza d’ascolto pienamente appagante quando sostenuta da una tale qualità musicale e interpretativa.


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