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Die Fledermaus • Viotti

  • Lorenzo Giovati
  • 18 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Zurigo, Opernhaus. 4 Gennaio 2026.

Tradizione squisitamente viennese è quella di inaugurare il nuovo anno con Die Fledermaus, che allo Staatsoper di Vienna torna puntualmente ogni stagione nel periodo di Capodanno. Quest’anno la consuetudine è stata raccolta anche dall’Opernhaus di Zurigo, che ha proposto il capolavoro di Johann Strauss II in un suggestivo e innevato clima invernale, quasi da cartolina. La produzione ha convinto pienamente sul versante musicale, mentre ha lasciato più perplessi sul versante registico, in cui la categoria di “operetta” è stata talvolta utilizzata come pretesto per alcune forzature non sempre necessarie, talora felicemente ispirate, altre volte eccessivamente libere.

 

La regia di Anna Bernreitner ha avvolto la trama in un’aura luminosa, colorata, giovanile e di grande freschezza visiva. Non sono mancati tuttavia momenti di sovraccarico, come le numerose interpolazioni di musica pop, da Bohemian Rhapsody a Suavemente, inserite con esiti alterni e non sempre pienamente pertinenti. Il primo atto è risultato il più convincente e il maggiormente rispettoso dell’originale, con un’ouverture che già sviluppa lo scherzo di Eisenstein, evocato nel titolo stesso dell’opera, e una scenografia costruita in profondità, fatta di pannelli mobili che hanno creato situazioni comiche efficacissime, come il continuo passaggio dell’amante durante il duetto tra Rosalinde ed Eisenstein. Qui la regia ha aderito con intelligenza alla partitura e al libretto.Proseguendo, però lo spettacolo si è allontanato progressivamente dalla rotta tradizionale. La festa di Orlofsky è diventata una festa in spiaggia, in sé simpatica, ma che ha anche condotto a una completa snaturalizzazione del personaggio, trasformando dapprima in un’anziana signora inglese e poi in una giovane festaiola spagnola. Coerentemente con questa impostazione, l’intermezzo tradizionale tra secondo e terzo atto è stato sostituito dalla Triqui-Traqi Polka, revisione “sud-americanizzata” della Trisch-Trasch Polka di Paul Desenne. Nel terzo atto la regia ha stravolto ulteriormente il senso dell’azione: Frosch è scomparso, sostituito da tre voci narranti esclusivamente in tedesco, che hanno monopolizzato la scena a lungo, relegando la musica a pochi interventi e facendo perdere il filo drammaturgico. Il risultato, pur visivamente accattivante, è apparso eccessivamente libero, con dialoghi spesso rimaneggiati in modo non sempre felice. Una regia, in sostanza, che ha spesso privatol’opera della sua naturale essenza viennese e, di conseguenza, della sua divertente eleganza.

 

È stato però il versante musicale a tenere saldamente insieme lo spettacolo, grazie a una direzione splendida e ispirata del maestro Lorenzo Viotti, da poco nominato futuro direttore artistico del teatro di Zurigo. Il giovane direttore si è accostato a Strauss con leggerezza autentica e con grande intelligenza stilistica, mettendo in luce rubati, atmosfere e scorrevolezza, con tempi sempre ben dosati, dinamiche curate e un equilibrio esemplare tra buca e palcoscenico. Orchestra e coro dell’Opernhaus hanno offerto una prova di altissimo livello, offrendo un suono leggero, compatto e duttile, perfettamente aderente allo spirito dell’operetta.

 

Il palcoscenico era popolato da artisti di indubbio valore, capaci di costruire personaggi credibili,nonostante la regia non sempre li sostenesse. Ha prevalso su tutti l’eccellente Rosalinde di Golda Schulz, che ha affrontato la parte con verve scenica e con sicurezza vocale, brillando per controllo, tecnica e qualità timbrica. L’Eisenstein di Matthias Klink si è imposto per autorevolezza, con una voce scura e una presenza scenica perfettamente calibrata. Regula Mühlemann ha dato corpo ad un’Adele fresca, giovanile e sorridente, vocalmente agile e ben differenziata da Rosalinde. Ruben Drole ha impersonato un Franz convincente, autorevole e simpatico.

 

Il principe Orlofsky di Marina Viotti, penalizzato dalle scelte registiche, non è invece risultato pienamente centrato sul piano drammaturgico, pur restando indiscutibili le qualità vocali e attorialidell’artista, che ne confermano il talento. Ottimi anche il Dottor Falke di Yannick Debus e l’Alfred di Andrew Owens, entrambi efficaci scenicamente e vocalmente appropriati, così come corretti sono risultati i ruoli minori del Dottor Blind di Nathan Haller e dell’Ida di Rebeca Olvera.

 

In sintesi, una produzione musicalmente felicissima, sorretta da una direzione di grande classe e da un cast solido, ma in parte penalizzata da una regia troppo disinvolta nelle sue libertà, che però non ha privato l’operetta della splendida vitalità che le deriva dalla musica di Strauss.


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