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Takemitsu e Mahler • Gatti

  • Lorenzo Giovati
  • 15 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 8 Settembre 2025.

“Quando il gatto non c’è, i topi ballano”: così recita il proverbio, e il detto ben si attaglia all’attuale momento del Teatro alla Scala, che, approfittando della tournée della sua orchestra, ha fatto esibire nel giro di pochi giorni due ospiti di assoluto rilievo: la London Symphony Orchestra e la Staatskapelle Dresden. Quest’ultima è giunta sotto la guida del suo direttore principale Daniele Gatti, che ha rimesso piede sul podio scaligero questa volta come ospite, non come protagonista della programmazione ufficiale, dopo le vicende che lo hanno visto coinvolto in un repentino cambio di rotta della nuova sovrintendenza di Fortunato Ortombina, che ha sostituito il suo nome, la cui designazione era ormai data per fatta, con quello del maestro Chung. La tensione in sala era palpabile, non solo per la qualità dell’orchestra tedesca, ma anche per la curiosità di verificare la performance del maestro Gatti, dopo i suoi forfait nei futuri titoli operistici a lui inizialmente assegnati. Invece, con assoluta professionalità, sul palco della Scala è salito proprio lui, Daniele Gatti, riscuotendo la calorosa accoglienza del pubblico milanese e proponendo un programma di grande interesse.


L’apertura è stata affidata al Requiem per archi di Toru Takemitsu, pagina breve e raccolta, che la Staatskapelle ha affrontato con grande compattezza e concentrazione. La trasparenza del tessuto sonoro e la densità del fraseggio hanno trovato in Gatti un interprete attento alla misura e alla precisione, che ha scolpito con sobrietà i contorni di un brano non spettacolare, ma dalla forza introspettiva indiscutibile.


Il cuore della serata è però stata, naturalmente, la Sinfonia n. 5 di Gustav Mahler, di cui il maestro Gatti ha offerto una lettura estremamente curata, pensata in ogni dettaglio, costruita con intelligenza formale e con un controllo assoluto delle masse orchestrali. Ne è emerso però un Mahler austero, severo, rigoroso, quasi implacabile e a tratti irrigidito, plasmato più con la ragione, che con l’istinto. Una visione personale e riconoscibile, che però ha finito per sacrificare quegli slanci emotivi e quei repentini mutamenti di umore che costituiscono l’essenza più autentica e dirompente dell’universo mahleriano.


Il primo movimento, con il celebre attacco di tromba, ha avuto un carattere solenne e ieratico, condotto con tempi molto variati e con attacchi sempre nitidi, anche se non particolarmente slanciati sul piano emotivo. Da sottolineare il perentorio pizzicato conclusivo dei violoncelli, gesto deciso e incisivo. Il secondo movimento ha compensato con energia e travolgente impeto quanto mancava al primo: qui l’orchestra ha trovato accenti poderosi, contrasti drammatici, un’ampiezza espressiva che ha messo in evidenza la straordinaria tavolozza timbrica della Staatskapelle. Splendido il gioco delle masse orchestrali e la compattezza degli archi, capaci di restituire la tensione di una pagina fra le più accese e febbrili dell’intera sinfonia.

Il terzo movimento, uno Scherzo multiforme, ha visto emergere in modo netto il valore dei corni, molto precisi e con un suono pieno e duttile. Gatti ha saputo gestire i repentini sbalzi di carattere, passando dall’ironia sottile ai momenti più danzanti con un controllo sempre lucidissimo. È stato, insieme al secondo movimento, il punto più alto della lettura, grazie anche all’equilibrio interno e alla cura meticolosa dei dettagli.

L’Adagietto, reso celebre dalle sue infinite interpretazioni, è stato condotto con un pathos composto: sentito e intenso, anche se non sempre delicato. Più riflessivo che sognante. Infine, il Rondò-Finale ha trovato in Gatti un costruttore di architetture solide e dinamiche: qualche momento forse leggermente confuso nella gestione dei piani sonori, ma comunque un congedo costruito senza mai perdere di vista la tensione narrativa.

L’impressione generale è stata quella di una lettura coerente e molto personale, che ha privilegiato il controllo alla spontaneità, la lucidità analitica all’abbandono emotivo. Si è trattata di una visione che può forse rinunciare a quel caleidoscopio di emozioni e contrasti improvvisi che Mahler porta in sé, ma che guadagna in rigore, compattezza e lucidità.


La Staatskapelle Dresden ha confermato la sua statura di grande orchestra. Archi sontuosi e vellutati, corni splendidi, ottime le percussioni; qualche lieve incertezza invece nelle trombe, non sempre rotonde nel suono. In generale, il timbro complessivo è rimasto fedele a una tradizione sonora “tedesca”: scura, densa, poco incline alla luminosità mediterranea, ma di una nobiltà inconfondibile.


È stato, insomma, un concerto di notevole livello, che ha segnato il ritorno (speriamo non l'addio) di Gatti alla Scala.


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