Susani, Martucci e Brahms • Mengoli
- Lorenzo Giovati
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Milano, Sala Verdi del Conservatorio. 3 Giugno 2026.
All’indomani della presentazione della stagione 2026/2027 della Società dei Concerti di Milano, la Sala Verdi del Conservatorio ha ospitato il concerto conclusivo della Serie Smeraldo, affidato alla Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz sotto la direzione del maestro Giuseppe Mengoli, chiamato a sostituire il previsto maestro Dirk Kaftan.
La Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz proviene dalla Renania-Palatinato, una regione meno identificata, almeno nell’immaginario comune, con i grandi centri musicali tedeschi. Proprio per questo la presenza dell’orchestra a Milano ha offerto un’occasione di ascolto assai interessante, consentendo di apprezzare una compagine di solida preparazione, pronta nel rispondere alle indicazioni del direttore e capace di sostenere un programma tutt’altro che semplice per varietà di linguaggi, densità di scrittura e impegno espressivo. Al centro della serata si è imposto il lavoro del maestro Mengoli, che ha dato alla successione dei brani una coerenza interpretativa riconoscibile, mostrando una maturità direttoriale già molto definita e una padronanza tecnica di notevole rilievo e in sensibile ascesa.
Il concerto si è aperto con Nowruz di Giacomo Susani, nuova commissione della Società dei Concerti nell’ambito del progetto dedicato agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030. Il titolo rimanda alla festa della primavera e del rinnovamento, che coincide con il Capodanno persiano, elemento che la partitura ha tradotto in una scrittura luminosa, dal carattere quasi di fanfara, efficace e immediata nella costruzione dei suoi impasti. Il maestro Mengoli ha diretto il brano con polso sicuro, dando ordine alla materia orchestrale e ottenendo una risposta compatta, intonata, brillante, già indicativa della qualità del rapporto da lui instaurato con la compagine.
È seguito il Concerto n. 2 in si bemolle minore op. 66 per pianoforte e orchestra di Giuseppe Martucci, pagina di non immediato approccio e men che meno di frequente esecuzione, ma di notevole interesse per il modo in cui essa coniuga scrittura virtuosistica e densità orchestrale. Il brano richiede al solista una tenuta tecnica, nella quale la brillantezza pianistica deve trovare equilibrio con una trama orchestrale di considerevole spessore. Giuseppe Albanese ha affrontato la parte con sicurezza, offrendo una prova tecnicamente solida e musicalmente partecipe. Particolarmente riuscito è apparso il secondo movimento, nel quale Albanese ha trovato un tono intimo e disteso. Qui si è imposto con evidenza anche il lavoro del maestro Mengoli, che lo ha accompagnato con grande attenzione. Il dialogo tra pianoforte e orchestra ha avuto naturalezza, equilibrio e precisione, mettendo in evidenza una concertazione sempre vigile e un rapporto ben calibrato tra la voce solistica e il tessuto sinfonico. Anche nei passaggi più fitti, l’esecuzione ha mantenuto chiarezza e compattezza.
Al termine della prova solistica, Albanese ha offerto come bis il Moto perpetuo di Carl Maria von Weber, scelta opportuna nell’anno del bicentenario della morte del compositore. Il brano è stato eseguito con brillantezza, leggerezza e nitidezza di articolazione, confermando la sicurezza tecnica del pianista e aggiungendo alla serata un momento di efficace virtuosismo, accolto con evidente favore dal pubblico.
La seconda parte è stata dedicata alla Sinfonia n. 1 in do minore op. 68 di Johannes Brahms, nella quale Mengoli ha proposto la misura più compiuta della sua personalità direttoriale. Fin dall’attacco del primo movimento, secco, deciso, scolpito con forte evidenza drammatica, la lettura ha assunto un profilo netto. La tensione iniziale ha innervato l’intero movimento, trasformandosi in un flusso drammatico costante, sostenuto da un tempo rapido, ma non precipitoso, e da una pulsazione interna sempre ben governata. Il maestro Mengoli ha costruito con intelligenza il passaggio dalla compattezza dell’avvio allo sviluppo più ampio della materia melodica, mantenendo una direzione energica e lucida. Nel secondo movimento la direzione ha assunto una linea più morbida e riflessiva. Il tempo più disteso ha consentito alla frase di respirare con ampiezza, mentre la gestione delle dinamiche ha dato alla pagina una qualità espressiva autenticamente partecipe. Il terzo movimento ha confermato la raffinatezza della concertazione. La lettura ha avuto eleganza, leggerezza e precisione, facendo emergere ottimi dettagli sonori e una chiara distinzione dei piani strumentali. Nel quarto movimento il livello esecutivo ha raggiunto uno dei momenti più alti della serata. L’introduzione ha avuto peso, tensione e chiarezza, con pizzicati decisi, compatti, perfettamente allineati. Molto efficace è risultato il contributo dei tromboni, che hanno dato ampiezza alla pagina senza appesantirne la progressione. Il maestro Mengoli ha costruito il movimento con mano ferma, preparando con attenzione l’approdo al grande tema e conducendo poi il discorso verso una conclusione di notevole slancio. Il finale, affrontato con una rapidità sorprendente, ma assai riuscita, ha impresso all’esecuzione un carattere serrato, quasi di corsa controllata, mantenendo sempre compattezza e precisione. L’orchestra è rimasta saldamente unita anche nei momenti di maggiore accelerazione, segno di una direzione tecnicamente sicura e di un controllo del gesto molto efficace.
Ciò che ha colpito maggiormente nel Brahms del maestro Mengoli è stata la presenza di un’idea interpretativa coerente dall’inizio alla fine. La lettura non si è risolta in una serie di intuizioni isolate, ma ha seguito un percorso organico, nel quale la drammaticità del primo movimento ha trovato una naturale prosecuzione nell’energia dell’ultimo, mentre il secondo e il terzo movimento hanno assunto il valore di due parentesi complementari, una più lirica e meditativa, l’altra più elegante e misurata. Questa capacità di pensare la sinfonia come organismo unitario ha dato alla prova un tono esecutivo molto alto e ha confermato in Mengoli una personalità musicale già riconoscibile e di grande interesse. Di particolare rilievo è apparsa la scelta dei tempi. Il maestro Mengoli ha dimostrato di saper individuare il tempo più adatto per ogni sezione, variandolo con naturalezza e senza uniformare la partitura a un unico colore espressivo. La sua lettura ha dato l’impressione di una mente libera, capace di assimilare la tradizione senza rimanerne vincolata, e di rielaborarla secondo una prospettiva personale. La concertazione è risultata inappuntabile anche dal punto di vista tecnico.
La Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz ha offerto una prova decisamente valida. Gli archi, pur non numerosissimi, hanno garantito precisione, coesione e compattezza, evitando asperità individuali e mantenendo un impasto sonoro omogeneo. Molto buoni i corni, soprattutto nel quarto movimento della sinfonia di Brahms, così come i tromboni, solidi e ben inseriti nella massa orchestrale. Le trombe hanno suonato con sicurezza, le percussioni sono state decise, ma sempre misurate, mentre i fiati hanno confermato precisione, luminosità e buona qualità timbrica. La compagine non possiede la profondità sonora delle più blasonate orchestre tedesche, ma ha mostrato una qualità esecutiva più che dignitosa, una notevole duttilità e una risposta attenta alle esigenze del direttore.
Nel complesso, il concerto ha lasciato l’impressione di una serata riuscita, sostenuta da un programma ben costruito, da un solista di sicura musicalità e da una direzione di evidente valore.














