top of page

Stiffelio • Sini

  • Lorenzo Giovati
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Piacenza, Teatro Municipale. 21 Dicembre 2025.

Dopo il periodo interamente verdiano di fine ottobre e inizio novembre, segnato dalla Trilogia popolare, al Teatro Municipale di Piacenza torna a risuonare la musica, sempre splendida, di Giuseppe Verdi con Stiffelio, titolo di rara esecuzione, anche perché non tra i più ispirati dal punto di vista strettamente musicale del catalogo verdiano.


Sul podio è salito il giovane Leonardo Sini, che si è confrontato con questa partitura complessa con un’attitudine fresca, vigorosa e giovanile, tutt’altro che superficiale. Mantenendo un impianto orchestrale energico e incalzante, è riuscito a evitare qualsiasi cedimento della tensione musicale, che è rimasta costantemente animata. Buono anche il controllo del rapporto con il palcoscenico e con le voci, sempre ben seguite.


Il vero punto critico della direzione d'orchestra, tuttavia, è emerso proprio nella sua seconda componente: l’orchestra. La Filarmonica Arturo Toscanini ha offerto una prova tutt’altro che convincente sul piano sonoro, mettendo in luce alcune criticità ormai note. Gli ottoni sono apparsi perennemente instabili, inclusa la tromba dell’ouverture, solida nell’attacco, ma ondulata nel mantenimento dell’intonazione. Particolarmente problematica la sezione dei fiati, ruvida e poco rifinita, soprattutto nella prima parte dell’ouverture, davvero da dimenticare, e nell’aria “Egli un patto proponeva”, affidata a un oboe eccessivamente sforzato. Ne è risultata una prova orchestrale tendente al chiassoso e non di rado inelegante, pur la relativa compattezza dovuta al lavoro del direttore.


Migliore, pur senza particolari slanci, la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, che, sebbene non si distingua per ampiezza di suono, ha comunque fornito un contributo solido e funzionale all’insieme.


Sul palcoscenico, l’esito delle interpretazioni vocali è stato alterno.

Di grande fascino, come sempre, è stata la prestazione di Gregory Kunde nel ruolo del titolo. Il tenore, pur lasciando affiorare una naturale usura vocale dovuta all’inesorabile trascorrere del tempo, conserva intatta la sua straordinaria intelligenza interpretativa, oltre a una meravigliosa abilità nel fraseggio, oggi sempre più rara. Un grande artista che continua a colpire nel segno, con acuti affrontati senza incertezze, né tensioni premonitrici di cedimenti.


Diversa è da giudicare la prova di Lidia Fridman nel ruolo di Lina. Il giovanissimo soprano, la cui carriera è in rapida ascesa, ha messo in mostra una presenza scenica magnetica e una tecnica complessivamente solida. Tuttavia, la voce è apparsa decisamente scura per il ruolo: nel registro medio-grave è risultata non di rado fibrosa, mentre negli acuti, pur sempre intonati, ha faticato a trovare leggerezza e nitore timbrico. Anche sul piano interpretativo, al di là di qualche accento riuscito e della già citata presenza scenica, la resa complessiva non ha conquistato.


Superlativa, invece, è stata la prova del baritono Vladimyr Stoyanov nel ruolo di Stankar, interprete di assoluto rilievo che ha saputo mettere in evidenza con grande intelligenza, tanto il vigore drammatico della parte, quanto la sua componente più intima e dolente. La sua grande scena del terzo atto ha rappresentato uno dei vertici musicali della serata, risolta con autorevolezza e con profonda partecipazione espressiva. Il tutto sostenuto da una voce in splendida forma, vigorosa e squillante, impeccabile nell’emissione e nell’intonazione, oltre che di rara eleganza nel fraseggio.


Ottimo anche il contributo di Paolo Raffelli nel ruolo di Raffaele, ben cantato con una voce chiara e appropriata. Da segnalare anche l’eccellente Adriano Gramigni come Jorg, interpretato con una bella voce di basso, e le prove convincenti di Paolo Nevi (Federico di Frengel) e Carlotta Vichi (Dorotea).


Ha completato lo spettacolo l’elegante regia di Pier Luigi Pizzi, ormai stabilmente orientata verso l’uso di supporti digitali con immagini tridimensionali e prospettiche sullo sfondo. La messa in scena, interamente giocata in bianco e nero, si è avvalsa di suggestive immagini di fondo e di elementi d’arredo essenziali. Una regia che non si è proposta di rileggere o problematizzare l’opera, ma si è limitata ad accompagnarne con maestria lo svolgimento narrativo. Una cifra ormai riconoscibile, simile a molte altre regie firmate da Pizzi: non particolarmente innovativa sul piano concettuale, ma di sicuro impatto visivo e di grande eleganza formale.


Uno spettacolo che difficilmente rimarrà negli annali del teatro, soprattutto per i limiti intrinseci dell’opera e per una prestazione orchestrale complessivamente scarsa, ma che è riescita comunque ad appagare grazie alla qualità della direzione e del comparto vocale maschile. Un progetto ambizioso, accolto infine da calorosi applausi.


  • Instagram
  • Facebook

Powered and secured by Wix

bottom of page