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Siegfried • Soddy

  • Lorenzo Giovati
  • 23 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Milano, Teatro alla Scala. 5 Marzo 2026.

Mentre Wotan pronuncia l’incantesimo che avvolgerà la roccia di Brünnhilde, stabilendo che soltanto l’eroe più forte al mondo potrà attraversare il cerchio di fuoco e destarla, l’orchestra anticipa già il destino che incombe sull’intero dramma. Tra le pieghe della trama musicale emerge infatti il motivo di Siegfried, l’eroe definitivo, figlio di Siegmund e Sieglinde. Nella narrazione scenica passano anni, il tempo necessario alla nascita e alla crescita del giovane eroe; nella realtà teatrale del ciclo scaligero del Ring, invece, sono trascorse appena quarantotto ore, intervallate da un concerto sinfonico di Esa-Pekka Salonen che ha separato le due serate.


Sul podio, per la terza volta nel corso della Tetralogia, il maestro Alexander Soddy è tornato a guidare l’orchestra della Scala. Dopo uno sfavillante Das Rheingold e una Die Walküre convincente, ma non priva di alcune riserve sul piano interpretativo e della concertazione, la sua lettura di Siegfried ha rivelato una maturità e una chiarezza di visione tali da rappresentare, fino a questo punto del ciclo, il risultato migliore. Sin dalle prime battute del primo atto il maestro Soddy ha imposto una direzione di notevole lucidità, lasciando scorrere con naturalezza l’intreccio dei leitmotive che punteggiano il dialogo tra Mime e il Viandante. L’orchestra, sotto la sua direzione, ha mostrato un equilibrio esemplare tra precisione e tensione, con guizzi che hanno illuminato l’azione scenica nei momenti di maggiore energia, come nella celebre scena della forgiatura della spada Nothung, resa con un vigore quasi scultoreo. Il secondo atto ha assunto invece una tinta più distesa e pastorale. Il maestro Soddy ha saputo modellare un suono morbido e quasi bucolico, mantenendo l’orchestra raccolta e trasparente, capace di evocare la dimensione naturale del bosco, senza mai appesantire il tessuto orchestrale. In questo quadro di apparente quiete, la scena del drago Fafner ha costituito l’unica vera frattura sonora: qui la compagine scaligera ha sprigionato una violenza brutale, cupa e cavernosa, che ha restituito pienamente il carattere mostruoso della creatura. Il terzo atto si è dispiegato con un respiro più ampio e solenne. Il maestro Soddy ha scelto tempi larghi, quasi meditativi, che hanno conferito alla lunga scena del risveglio di Brünnhilde un carattere monumentale. Il finale, dapprima carico di stupore amoroso e poi progressivamente trionfale, è stato costruito con un controllo ammirevole delle dinamiche e delle tensioni interne. L’intera concertazione ha rivelato un polso saldo, attacchi precisissimi, volumi sempre calibrati con grande attenzione e una costante cura nel mantenere compatto e inesorabile il flusso musicale wagneriano. Col senno del poi, si può affermare che questa sia stata la migliore delle tre direzioni finora ascoltate nel ciclo, persino superiore a quella del successivo Götterdämmerung.


In questo segno, l’Orchestra del Teatro alla Scala ha offerto una prova eccellente per duttilità, compattezza e ampiezza sonora, assecondando con grande precisione la visione del direttore e mantenendo sempre un suono saldo, ben calibrato e perfettamente intonato. Anche la sezione degli ottoni, che non aveva convinto del tutto in Die Walküre, ha mostrato qui una tenuta e una qualità decisamente superiori. Tra tutti hanno spiccato gli interventi di grande qualità timbrica e impeccabile intonazione del corno fuori scena di Emanuele Urso, eseguiti con notevole sicurezza.


Il palcoscenico si è confermato uno dei punti di forza dell’intera operazione scaligera.

Su tutti ha trionfato il protagonista, Siegfried, affidato a Klaus Florian Vogt. Tenore di lunghissima esperienza nel repertorio wagneriano, Vogt ha offerto un’interpretazione perfettamente coerente con l’indole del personaggio. Il suo timbro chiaro e luminoso si è prestato in modo naturale a delineare un eroe giovane, ancora ingenuo, quasi inconsapevole della propria forza. L’emissione è apparsa sempre sicura, la linea di canto saldissima e le intonazioni costantemente precise. Ma ciò che ha colpito maggiormente è stata la capacità di modulare il fraseggio secondo le diverse situazioni drammatiche: più brusco e quasi aggressivo nei dialoghi con Mime, più spensierato e leggero nei momenti di contemplazione del secondo atto e infine più ampio e disteso nel lungo confronto amoroso con Brünnhilde nel finale.


Anche Camilla Nylund, chiamata a incarnare Brünnhilde, ha brillato, nonostante la relativamente breve durata del suo intervento. La voce, di ottima consistenza e perfettamente proiettata, ha confermato tutte le qualità già emerse nella Valchiria: timbro nobile, sicurezza tecnica e grande precisione d’intonazione. In questa occasione il fraseggio si è fatto sensibilmente più morbido rispetto alla precedente apparizione del personaggio, quasi a sottolineare la trasformazione da guerriera divina a donna finalmente risvegliata all’amore. Nel primo vero intervento femminile dell’opera, se si eccettua la breve apparizione dell’uccellino del bosco (che non è comunque una donna), Nylund ha offerto un canto disteso e autorevole, accompagnato da una presenza scenica magnetica per imponenza e consapevolezza.


Di altissimo livello anche il Mime di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, interprete ormai di riferimento assoluto per questo ruolo. Il cantante ha costruito un personaggio ricchissimo di sfumature psicologiche, restituendone con straordinaria precisione le contraddizioni. Nel primo atto il suo Mime è apparso fragile, quasi patetico nella sua goffa effeminatezza; nel secondo atto, invece, il personaggio ha assunto tratti più sicuri e manipolatori, soprattutto nella celebre scena della confessione involontaria a Siegfried, resa con un controllo espressivo esemplare. Ogni frase è stata scolpita con estrema cura, calibrando significato, accento e inflessione vocale in modo sempre pertinente. Ne è emerso un ritratto interpretativo complesso: vile, mellifluo, talvolta crudele, ma anche nervosamente instabile. Una prova davvero straordinaria.


Michael Volle ha confermato la propria statura nel ruolo del Viandante, ossia Wotan ormai prossimo alla decadenza. Rispetto alla Valchiria, il canto è apparso leggermente meno ampio e più raccolto, quasi a suggerire musicalmente il progressivo indebolimento del dio. Volle ha scolpito con grande intelligenza il dialogo con Mime, carico di mistero e sottile ironia, per poi affrontare con forza lo scontro con Alberich e, infine, il confronto con Siegfried, culminato nella rottura della lancia e nella definitiva sconfitta del padre degli dèi.


Ottimi anche gli altri interpreti: l’Alberich di Ólafur Sigurdarson, incisivo soprattutto sul piano interpretativo, e il Fafner di Ain Anger, imponente per qualità vocali e profondità. Sempre solida e autorevole l’Erda di Christa Mayer, dalla voce ampia e austera. Delizioso, infine, l’uccellino del bosco di Francesca Aspromonte, di straordinaria precisione e purezza della voce, sempre perfettamente intonata, che ha reso l’intervento del personaggio particolarmente vivido.


Resta infine la regia di David McVicar, che proprio in Siegfried ha raggiunto il punto più alto dell’intero ciclo. Qui il regista scozzese non si è limitato a stupire con effetti spettacolari, pur presenti e di grande impatto. Straordinaria, ad esempio, è stata la realizzazione del drago Fafner, animato con un realismo impressionante. Ma ciò che ha colpito maggiormente è la minuziosa cura del dettaglio. La scena della forgiatura della spada è stata costruita con un realismo quasi artigianale: i frammenti di metallo vengono limati, fusi e reimmersi nella fornace, entrando grigi e riemergendo incandescenti, mentre la fucina fuma e vibra grazie a un enorme soffione da camino. Nulla è lasciato al caso. Persino elementi apparentemente marginali, come i tre teschi oscillanti tra gli alberi o la citazione delle Tre Grazie di Canova, hanno contribuito a costruire un universo visivo coerente e ricchissimo. McVicar ha dimostrato così di possedere un’idea stilistica forte e riconoscibile, senza tuttavia ripiegare su un’unica soluzione registica reiterata. Ogni opera del ciclo ha trovato una propria identità scenica, evitando, sia la ripetizione, sia il ricorso a simbologie astruse o arbitrariamente intellettualistiche. Il risultato è uno spettacolo di straordinaria efficacia teatrale.


Questo Siegfried si è dunque imposto come una delle serate più riuscite dell’intero Ring scaligero. Orchestra, canto e regia hanno trovato qui un equilibrio raro e convincente, offrendo una lettura complessivamente magistrale dell’opera. Un esito di altissimo livello che ha preparato nel modo migliore il terreno per l’ultimo capitolo della Tetralogia, il Götterdämmerung.


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