Ravel, Salonen e Sibelius • Salonen
- Lorenzo Giovati
- 2 giorni fa
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Milano, Teatro alla Scala. 2 Marzo 2026.
Profondo e non episodico è il legame che unisce Esa-Pekka Salonen alla città di Milano. Proprio nel capoluogo lombardo il direttore finlandese compì, sul finire degli anni Settanta, i suoi studi di composizione, àmbito che ancora oggi rappresenta una componente essenziale della sua identità artistica. Dopo diverso tempo, e considerando anche il forfait del 2019, quando fu sostituito da Christian Thielemann, Salonen è tornato al Teatro alla Scala alla guida dell’orchestra stabile in un programma ampio, raffinato e pienamente aderente alla sua sensibilità musicale.
La serata si è aperta con Le tombeau de Couperin di Maurice Ravel, restituito con rigorosa eleganza e vibrante intensità. Sin dalle prime battute sono emersi con nitidezza, tanto i complessi intrecci ritmici, quanto quelle preziose melodie che costellano la partitura. Le dinamiche, sempre misurate con intelligenza, e le scelte agogiche, meditate e coerenti, hanno dato forma a un’interpretazione salda e luminosa. L’ultimo movimento, affrontato con un tempo particolarmente sostenuto, ha colpito per compattezza, vertiginosa energia e brillantezza.
È seguito il Concerto per corno e orchestra dello stesso Salonen, proposto per la prima volta in Italia. Il solista era Stefan Dohr, primo corno dei Berliner Philharmoniker, che ha offerto una prova di impressionante controllo del fiato e di assoluta padronanza dello strumento, con un suono costantemente teso, nervoso e finemente articolato. La sua è stata una prestazione di altissimo livello tecnico ed espressivo. Dal podio, Salonen ha governato con lucidità l’equilibrio orchestrale, valorizzando in particolare il terzo movimento, il più vivo e ritmicamente incisivo. I primi due, pur impeccabili sotto il profilo esecutivo, non hanno rivelato, a dire il vero, una scrittura altrettanto memorabile sul piano dell’invenzione musicale.
Nella seconda parte Salonen ha affrontato la Quinta Sinfonia di Sibelius con un’esecuzione di ammirevole compiutezza formale. La lettura ha messo in risalto, tanto l’austerità nordica delle linee melodiche, quanto la cura meticolosa della compattezza orchestrale e dell’equilibrio timbrico. Il primo movimento si è dispiegato da un avvio morbido e raccolto fino a un finale di travolgente slancio. Il secondo ha cantato con lirica naturalezza, mentre il terzo si è imposto per imponenza architettonica e tensione espressiva, culminando in un epilogo di impetuosa solennità, scandito da quegli accordi intervallati da sospensioni cariche di elettricità.
L’Orchestra del Teatro alla Scala ha offerto una prova di altissimo profilo in ogni sezione del programma. In Ravel il suono è apparso terso e luminoso; nella partitura di Salonen è emersa una straordinaria attenzione al gesto direttoriale e una coesione ammirevole, nonostante le imponenti difficoltà tecniche; in Sibelius si è distinta per compattezza e per un suono tornito e omogeneo. Particolarmente riusciti il finale del primo movimento e l’intero terzo tempo, entrambi eseguiti con potenza controllata e perfetta saldezza d’insieme.
Un concerto di rara qualità, nel quale Salonen ha potuto restituire al pubblico milanese le molteplici sfaccettature del proprio talento, confermandosi interprete di riferimento.
















