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Die Walkure • Soddy

  • Lorenzo Giovati
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano, Teatro alla Scala. 3 Marzo 2026.

Dopo il trionfale successo di Das Rheingold, il pubblico del Teatro alla Scala non ha dovuto attendere i quattro mesi che separavano le rappresentazioni quando le opere del ciclo venivano proposte singolarmente, ma solo un paio di giorni. Quarantott’ore dopo, il pubblico del Piermarini era già pronto a tornare ai propri posti per la prima grande giornata del Ring di Richard Wagner.


Sul podio, ancora una volta, il maestro Alexander Soddy ha firmato una direzione complessivamente riuscita, sebbene leggermente al di sotto delle aspettative suscitate dalla serata precedente. Si è rivelata nuovamente convincente la scelta di non indugiare eccessivamente nello scavo analitico della partitura, operazione che può risultare efficace quando l’orchestra è il centro esclusivo dell’azione (cosa che non accade con una regia così coinvolgente), ma piuttosto di governare con gesto esperto e saldo il flusso continuo e inesorabile del discorso musicale. In Die Walküre, tuttavia, il polso del maestro Soddy è apparso meno risoluto rispetto a Rheingold e, per certi versi, forse eccessivamente inclinato verso una lettura di impronta romantica. Fatta eccezione per alcuni momenti di maggiore evidenza espressiva (come il finale del primo atto, l’inizio del secondo e la celeberrima Cavalcata delle Valchirie) la sensazione generale è stata quella di una direzione talvolta un poco inerziale e non sempre incisiva. Anche nel momento culminante dell’addio tra Brünnhilde e Wotan non è stata raggiunta quella particolare tensione orchestrale che la scena avrebbe richiesto.


A confermare questa incertezza sul piano orchestrale, neppure l’Orchestra del Teatro alla Scala, che nel Rheingold aveva offerto una prova di grande livello, ha mantenuto integralmente la stessa qualità. Gli archi hanno confermato il consueto alto standard per morbidezza e velluto sonoro, mentre gli ottoni sono apparsi meno precisi nelle intonazioni (soprattutto le trombe) e talvolta poco rotondi nel timbro, fatta eccezione per i tromboni, come si è percepito anche nel già citato addio tra Brünnhilde e Wotan.


Sul palcoscenico, invece, il livello complessivo si è mantenuto decisamente alto.

Ancora una volta, su tutti si è imposto Michael Volle, che ha nuovamente costruito un Wotan di impressionante spessore. La potenza vocale si è fusa con una recitazione magnetica e con una costante attenzione alla dimensione interiore del personaggio, confermandosi, non solo come interprete di riferimento per il ruolo, ma più in generale come un’artista di rara profondità.


Die Walküre è anche l’opera in cui fa il suo ingresso il personaggio di Brünnhilde, qui interpretata dalla bravissima Camilla Nylund. La sua è una voce calda e morbida, non sempre marcatamente guerriera sul piano vocale, quanto piuttosto sul piano scenico. Una scelta che si è rivelata felice, poiché ha lasciato già intravedere il destino del personaggio, votato a trasformarsi progressivamente da valchiria combattente a semplice donna. La sua prova si è distinta per qualità timbrica, accento perentorio e attento scavo psicologico del ruolo, ricevendo eccellenti consensi.


Accade raramente che un cantante chiamato a sostituire un collega indisposto riesca a conquistare un consenso tale da superare quello tributato agli interpreti titolari. È quanto avvenuto con Vida Miknevičiūtė, sostituta della prevista Elza van der Heever, alla quale il pubblico scaligero ha riservato un autentico trionfo ai saluti finali, segno di un entusiasmo superiore persino a quello riservato agli altri protagonisti. Il soprano lituano, che ha già affrontato il ruolo in numerose occasioni (con Kirill Petrenko a Berlino, almeno per il primo atto, e più recentemente con Daniel Harding a Roma) ha dimostrato di possedere una vocalità limpida e ampia, sostenuta da un fraseggio preciso e autorevole, da intonazioni impeccabili e da un notevole fascino vocale e scenico. Ne è emersa una Sieglinde di altissimo livello.


David Butt Philip ha interpretato il ruolo di Siegmund, che nelle recite di febbraio 2025 era stato sostenuto da Klaus Florian Vogt, destinato poi a vestire (ma a distanza di mesi) anche i panni di Siegfried, probabilmente qui risparmiato in vista delle successive giornate del ciclo. Philip ha mostrato una voce sensibilmente più scura, ma nondimeno pregevole per qualità e precisione d’intonazione, accompagnata da un canto sicuro e da un’interpretazione attentamente cesellata.


Nel ruolo di Hunding si è riconfermato interprete di primo piano Günther Groissböck, che ha conferito al personaggio la necessaria autorevolezza e una convincente dose di brutale durezza, sostenute, tanto da una voce volutamente poco rifinita nell’emissione, in senso positivo, quanto da una presenza scenica imponente.


Okka von der Damerau ha infine dato nuovamente voce al complesso ruolo di Fricka, restituendolo con rotondità timbrica e autorevole presenza.


Hanno completato il quadro il folto gruppo delle Valchirie, tutte appropriate: Gerhilde (Caroline Wenborne), Ortlinde (Olga Bezsmertna), Waltraute (Catherine Carby), Schwertleite (Freya Apffelstaedt), Helmwige (Kathleen O’Mara), Siegrune (Virginie Verrez), Grimgerde (Nadine Weissmann) e Rossweisse (Eva Vogel).


La regia di David McVicar ha riproposto infine l’impostazione stilistica già osservata nel Rheingold, ma l’ha sviluppata con varietà sufficiente da evitare qualsiasi sensazione di ripetizione, salvo nei momenti in cui è divenuto necessario stabilire collegamenti visivi tra le diverse opere del ciclo. E’ rimasta di grande effetto la scena finale, nella quale il fuoco è realizzato attraverso un suggestivo gioco di luci, fumi e colori. È ritornata inoltre l’idea di un mondo già in declino, disseminato di statue infrante. Notevole è stata anche l’attenzione posta nel delineare i personaggi, mettendone in evidenza i tratti caratteristici e offrendo agli interpreti strumenti scenici efficaci, sempre strettamente collegati alla parola cantata.


Ne è risultata una Walküre di alto livello, per qualità complessiva della proposta, coerenza del progetto, bellezza della regia e solidità della componente vocale. La direzione d’orchestra è apparsa talvolta leggermente in ombra, ma la forza intrinseca del Ring è comunque riuscita a imporsi e a raggiungere il pubblico in tutta la sua potenza.


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