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Schumann, Prokofiev e Sibelius • Gardiner

  • Lorenzo Giovati
  • 21 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Roma, Auditorium Parco della Musica. 27 Marzo 2026.

Sir John Eliot Gardiner ha sempre avuto con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia un rapporto speciale a tal punto che nell’anno 2020 in piena pandemia fu chiamato a dirigere un concerto con la sala vuota, trasmesso in diretta streaming addirittura su Facebook (all’epoca non si aveva ancora dimestichezza con le piattaforme streaming come oggi).

A distanza di sei anni, il direttore britannico è tornato sul podio della Sala Santa Cecilia per dirigere un concerto dal programma che sulla carta poteva apparire poco accessibile, ma che nella realtà è risultato molto piacevole.


La serata si è aperta con l’Ouverture Genoveva di Robert Schumann, una delle pochissime opere del compositore, che mancava dall’Accademia romana da circa 20 anni. Gardiner l’ha diretta con polso sicuro ed elegante, mettendo prima in risalto la struggente cantabilità del brano, fino ad un finale acceso nei colori e vivo nei tempi.


Si è poi passati al Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Prokofiev, in cui la parte solistica è stata molto ben affrontata da Alessandro Taverna. Il maestro Gardiner, unanimemente riconosciuto come uno dei massimi esperti del repertorio del seicento e del settecento musicale, con qualche incursione nell’ottocento, ha diretto questo modernissimo concerto novecentesco ancora una volta con grande sicurezza, ma senza mai cadere nella banalità. Questo è emerso da una scelta dei tempi molto variata, con un inizio lento, uno svolgimento rapidissimo e una continua alternanza di veloce/piano gestita molto bene, garantendo sempre compattezza tra le sezioni orchestrali. Il maestro Gardiner ha messo inoltre ben in evidenza le variazioni che caratterizzano il secondo movimento e la gestione dei volumi, garantendo una lettura coinvolgente e variata. Una fusione particolarmente salda si è quindi creata con il pianoforte in un impasto compatto ed omogeneo, dove il tutto è sembrato fluire come  un’unica voce. Se questo ha garantito grande fluidità al concerto, soprattutto nei movimenti estremi, ha però anche un poco smorzato la voce del pianoforte, le cui note non erano sempre percepibili singolarmente ma sempre molto “impastate” con il resto dell’orchestra, come se il pianoforte fosse uno dei tanti strumenti dell’orchestra medesima. Nonostante questo dettaglio, che non ha compromesso la riuscita del concerto, la prova di Alessandro Taverna è risultata impeccabile per qualità del tocco, fluidità e scorrevolezza della melodia e gestione della pesantezza del tocco. Una prova elegante e di classe. Il suo apice lo ha raggiunto nel primo movimento e nel finale del terzo, scolpiti con grande precisione.


Come bis Taverna ha proposto la Fuga su Tema di Telemann di Max Reger, eseguito con grande sicurezza e con suono ampio.


Nella seconda parte del concerto è stata eseguita la Quinta Sinfonia di Jean Sibelius. L’esecuzione del maestro Gardiner, oltre a garantire la consueta compattezza dell’orchestra, come da prassi per un grande direttore del suo livello, ha messo in risalto perfettamente la morbidezza delle linee e l’impasto dei singoli strumenti, garantendo un insieme luminoso e articolato. Nel primo movimento in particolare la compattezza dell’orchestra è culminata in un finale molto deciso. Il secondo movimento, più disteso, ha nobilitato la linea leggera e piacevole della melodia e l’ultimo movimento ha chiuso con ampiezza di suono, precisione e bellezza della melodia, scolpita con emotività e precisione delle singole voci. Un’esecuzione che ha voluto reinventare Sibelius, ma che è riuscita ad eseguirlo in modo solido, stilisticamente coerente, senza scadere nel banale.


L’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia ha riconfermato il suo indiscusso status di grande orchestra sinfonica italiana, non solo garantendo intonazioni sempre impeccabili (solo una piccola defaillance di una tromba nel primo movimento di Sibelius, che non ha comunque compromesso il concerto) e grande compattezza e rotondità di suono in tutte le sezioni (archi in primis, poi fiati e ottoni), ma anche dimostrando di  saper cambiare i colori durante l’esecuzione, così da essere più romantica in Schumann, più sgargiante in Prokofiev e più “fredda” (nel senso di “finlandese”) in Sibelius.


Il maestro Gardiner ha così riconfermato il suo status di grande direttore, capace di spaziare in ogni repertorio, senza reinventare, ma sapendo leggere e interpretare la musica in modo mai banale, come spesso (anche se con qualche eccezione) si sente fare dalle nuove leve di direttori. Il pubblico, non particolarmente folto, ma assai attento, ha dimostrato di aver apprezzato, ripagando tutti gli interpreti con applausi sinceri.

 


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