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La Boheme • Bignamini

  • Lorenzo Giovati
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Roma, Teatro dell'Opera. 17 Gennaio 2026.

La Bohème è tornata al Teatro dell’Opera di Roma in uno spettacolo che ha trovato la propria ragione d’essere soprattutto nella qualità musicale dell’esecuzione e, in particolare, in un cast di livello decisamente elevato. Più che per scelte interpretative radicali o per una lettura dirompente dell’opera, questa produzione ha convinto per la solidità complessiva e per l’equilibrio fra palcoscenico e buca, che hanno consentito di restituire con intelligenza quel mondo delicato e quotidiano che Puccini costruisce attraverso raffinate sfumature e piccoli dettagli.


Su tutti si è stagliata la splendida Mimì di Carolina Lopez Moreno, interprete ormai pienamente acquisita al repertorio pucciniano e oggi, con ogni probabilità, fra le migliori cantanti al mondo. La sua Mimì è stata un autentico capolavoro di dolcezza e di tenerezza, che ha trovato il proprio apice nella scena del quarto atto, intrisa di un realismo straziante e di una profonda commozione. La Lopez Moreno non vi ha esibito solo elevate qualità attoriali in senso stretto, ma anche una rara capacità di “recitare con la voce”: modulare il suono, alleggerire l’emissione, ricreare vocalmente la fatica del parlare, il respiro spezzato, la fragilità fisica ed emotiva del personaggio. L’emissione, piena nel volume e naturalmente rotonda, si presta con naturalezza alle brevi frasi tenere, ai lunghi filati generosi di colore, permettendole di restituire una Mimì di rara completezza e di assoluta verità. La sua è stata una prova di straordinaria bravura.


Non alla pari, invece, è stata la prova di Saimir Pirgu nel ruolo di Rodolfo. Il suo canto, sempre sicuro nell’intonazione e animato da un temperamento baldanzoso, ha mostrato a tratti un eccesso di nervosismo, con momenti di forzatura che, pur senza scadere in uno stentoreo costante o in un monocromatismo sistematico, hanno inciso sull’equilibrio complessivo della linea di canto. Va riconosciuto al tenore il merito di aver delineato un Rodolfo autentico e credibile, sebbene talvolta poco romantico, anche a causa di un timbro non particolarmente seducente. Non sono mancati tentativi di ammorbidire il canto e di cesellare la frase, ma questi momenti non sono risultati sufficienti a rendere la prova impeccabile.


Ottimo nel complesso è stato invece il gruppo degli amici, ben affiatato e scenicamente credibile. Ha spiccato l’eccellente Marcello di Nicola Alaimo, baritono dotato di una naturale verve simpatica, che in questa occasione ha saputo affiancare anche a momenti di maggiore introspezione e lirismo, soprattutto nel terzo e nel quarto atto, restituendo un personaggio sfaccettato e partecipe. Molto riuscita è stata anche la prova di William Thomas nel ruolo di Colline, cantato e interpretato con misura e con profondità, con particolare efficacia nell’aria “Vecchia zimarra”, affrontata con nobile semplicità e solido controllo vocale. Convincente anche Alessio Arduini come Schaunard, parte spesso considerata di contorno, ma qui ben valorizzata grazie a una presenza scenica vivace e a un canto curato.


Ben delineata la Musetta di Desirée Rancatore, attenta all’interpretazione e alla resa scenica, magnetica nella presenza, che ha  restituito al personaggio una civetteria non caricaturale.

Corretti e puntuali infine i ruoli di fianco, con Matteo Peirone nelle vesti di Benoît e Alcindoro, Giordano Massaro nel ruolo di Parpignol, Alessandro Fabbri come Sergente dei doganieri e Andrea Jin Chen come Doganiere.


La direzione di Jader Bignamini ha puntato su un suono orchestrale luminoso e brioso, valorizzando la tavolozza timbrica e mostrando particolare attenzione ai passaggi più delicati e lirici della partitura. Il fraseggio orchestrale è apparso spesso ben articolato, con una chiara volontà di sostenere il canto e di accompagnare la linea vocale senza appesantirla. Non sempre, tuttavia, il dosaggio dei volumi è risultato pienamente equilibrato, con alcuni momenti in cui l’orchestra ha ecceduto nei decibel, rischiando di coprire il palcoscenico. Il finale, pur non risultando travolgente, è stato comunque costruito con coerenza e controllo, dando corpo ad una lettura complessivamente ben fatta, sorvegliata e musicalmente solida.


La regia di Davide Livermore si è presentata esteticamente curata e di grande impatto visivo, senza però riuscire a entusiasmare pienamente. Interessante è parsa l’idea di legare l’impianto scenico al lavoro pittorico di Marcello, evocando suggestioni impressioniste che ben si inseriscono nell'atmosfera parigina dell'opera, comunque sempre pienamente restituita. L’impostazione generale ha chiaramente rievocato la tradizione zeffirelliana, aggiornata attraverso un linguaggio tecnologico e contemporaneo. Una regia bella esteticamente, elegante e coerente, ma che non sorprende, né lascia un segno davvero personale, dando la sensazione di essere più un’efficace riproposizione piuttosto che a una rilettura incisiva.


Nel complesso, comunque, uno spettacolo di alto livello, sorretto da un cast di grande qualità e da una concertazione attenta, che conferma la bellezza de La Bohème quando è affidata a interpreti capaci di rispettarne l'essenza poetica.


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