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Schubert, Kurtag e Mahler • Fischer

  • Lorenzo Giovati
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Salisburgo, Felsenreitschule. 8 Agosto 2026.

Dopo un Viaggio a Reims da dimenticare in fretta alla Haus für Mozart, senza nemmeno lasciare il complesso dei Festspielhäuser, il Festival di Salisburgo 2026 ha proposto alla Felsenreitschule un concerto della Budapest Festival Orchestra diretta dal maestro Iván Fischer. Uno spettacolo convincente, ma soltanto a metà, a suggellare un pomeriggio/sera salisburghese non particolarmente felice.


Il programma ha accostato Schubert, Kurtág e Mahler, costruendo un percorso di grande interesse, che nella prima parte ha trovato esiti eccellenti, mentre nella seconda si è progressivamente arenato in una lettura della Prima Sinfonia di Mahler sfibrante, segnata da tempi esasperatamente dilatati e da una generale diluizione dell’energia.


È stata infatti soprattutto la prima parte a risultare maggiormente convincente, fin dall’attacco della Sinfonia n. 8 in si minore D 759 di Franz Schubert, l’Incompiuta. Il maestro Fischer ne ha restituito una lettura romantica, morbida e profondamente cantabile, nella quale le meravigliose frasi schubertiane si sono distese con grande naturalezza, conservando quella straordinaria qualità eufonica che rende la partitura immediatamente riconoscibile. Alla dolcezza e alla distensione del canto si sono però contrapposti con efficacia gli improvvisi scatti di inquietudine e di tormento che attraversano la Sinfonia, anticipando con evidenza una sensibilità già pienamente romantica.

Il primo movimento ha trovato così una realizzazione delicata e raffinata, costruita attraverso un fraseggio ampio e un suono orchestrale vellutato, senza che la morbidezza si sia tradotta in inerzia. Il secondo movimento è sembrato quasi proseguire naturalmente il pensiero del primo, mantenendone la qualità del suono e l’intensità espressiva e sviluppandone con grande coerenza la componente più lirica.

Al termine del secondo movimento, il maestro Fischer è tornato sul podio rivolgendosi direttamente al pubblico, ricordando come Schubert avesse effettivamente iniziato a lavorare a uno Scherzo destinato a costituire il terzo movimento della Sinfonia, senza tuttavia riuscire a portarlo a compimento. Del movimento rimane infatti un frammento orchestrato dal compositore, oltre a una più estesa stesura in forma di abbozzo. il maestro Fischer ha quindi fatto eseguire le poche battute orchestrali lasciate da Schubert, invitando il pubblico, una volta interrotta la musica, a immaginare ciò che avrebbe potuto seguire. Un’esperienza sinfonica per certi versi insolita e proprio per questo particolarmente riuscita.


Non meno interessante è stata la successiva proposta, inserita nella rassegna Hommage à György Kurtág, con la quale il Festival ha celebrato i cento anni del compositore ungherese, nato a Lugoj nell’attuale Romania nel 1926. Il maestro Fischer ha accompagnato Lawrence Power nel Movement per viola e orchestra, pagina breve, ma estremamente concentrata. Power ha affrontato una scrittura impervia con tecnica sicurissima e con grande precisione d’intonazione, riuscendo soprattutto a dare continuità a una parte frammentaria. Il maestro Fischer lo ha accompagnato con grande accortezza, mantenendo l’orchestra costantemente sotto controllo e lasciando alla viola lo spazio necessario per emergere.


Come bis Lawrence Power ha proposto l’Imitazione delle campane di Johann Paul von Westhoff, tratta dalla terza Sonata per violino del 1694, naturalmente adattata alla viola.

È stata tuttavia la seconda parte della serata a rappresentare il momento più atteso del concerto, ma anche il suo punto più debole.


Il maestro Fischer ha affrontato la Prima Sinfonia in re maggiore di Gustav Mahler articolandola su un tempo assai dilatato, quasi fosse un grande largo, permettendo, da un lato, di cogliere numerosissimi dettagli della partitura, ma, dall’altro lato, frastagliandoli in mille rivoli sonori e privandola progressivamente di mordente, tensione ed energia. Il problema però non è stata la scelta di singoli tempi dilatati, quanto il mantenimento per l’intero arco dell’esecuzione, che alla fine, con il suo procedere, ha piegato verso l’estenuante e ha finito per perdere quella continua alternanza fra slancio, inquietudine, grottesco e improvvise esplosioni che ne costituisce una parte essenziale.


Il primo movimento è risultato ancora complessivamente ben realizzato. Il maestro Fischer ne ha curato attentamente l’atmosfera iniziale, lasciando emergere con precisione i richiami naturalistici e le singole voci dall’immobilità del tessuto orchestrale. Quando però il movimento è progressivamente sfociato verso la conclusione, la costruzione della tensione è diventata più faticosa.

Il secondo movimento ha accentuato ulteriormente la tendenza. Gli archi hanno restituito il Ländler con un suono scuro, marcato e fortemente accentato, ma la danza è risultata appesantita. Mahler indica Kräftig bewegt, doch nicht zu schnell: vigorosamente mosso, ma non troppo veloce. La sensazione è invece stata che il maestro Fischer abbia sottolineato certamente la robustezza e la componente terrigna della scrittura, ma abbia forse interpretato in modo estremamente radicale il "non troppo veloce", trasformandolo in un “molto lento”.

Ancora più evidente ciò è emerso nel terzo movimento. Il maestro Fischer ne ha ulteriormente dilatato l’andamento, ottenendo una marcia certamente meditativa e suggestiva in alcuni momenti, ma troppo indugiante per fare emergere pienamente quella componente deformata e quasi sarcastica che attraversa la pagina. La percezione è stata quella di una marcia asmatica. 

È stato però soprattutto il quarto movimento a rendere evidente il limite complessivo dell’interpretazione. Mahler lo apre con l’indicazione Stürmisch bewegt, tempestoso, agitato: già la natura stessa della scrittura richiede un senso di irruzione e di violenza, in fortissimo contrasto con quanto appena ascoltato. Il maestro Fischer lo ha invece mantenuto entro un andamento ancora eccessivamente controllato e dilatato, impedendo ai diversi blocchi sinfonici di contrapporsi con sufficiente intensità.


Le grandi esplosioni orchestrali, che pur ci sono stati, hanno prodotto molto suono, ma non altrettanto movimento. Anche i successivi ripiegamenti lirici, proprio perché inseriti in un quadro già fortemente rallentato, hanno perso parte della loro funzione di contrasto. Ne è derivato un flusso progressivamente uniforme e faticoso, nel quale la monumentalità ha preso il posto della tensione. Il lungo percorso verso la conclusione, anziché acquistare gradualmente energia e senso di inevitabilità, è diventato quasi agonico.


Durante la seconda parte anche il gesto del maestro Fischer è apparso meno efficace rispetto a quanto ascoltato in Schubert e Kurtág. In una partitura come la Prima di Mahler, nella quale sovrapposizioni, improvvisi cambi di carattere e una fittissima articolazione delle sezioni richiedono grande precisione, la gestualità del direttore è sembrata talvolta poco nitida e progressivamente più dispersiva. Ne sono derivati alcuni momenti nei quali l’orchestra ha perso compattezza negli ingressi e nell’assemblaggio fra le sezioni, senza compromettere seriamente l’esecuzione, ma rendendo meno saldo un discorso già indebolito dalla lentezza.


La Budapest Festival Orchestra ha infatti risposto splendidamente nella prima parte. In Schubert ha esibito un suono vellutato, rotondo e precisissimo, con archi morbidi e molto ben amalgamati e fiati capaci di inserirsi nel tessuto senza spezzarne la continuità. Anche in Kurtág la qualità dei singoli interventi e la precisione dell’insieme sono state di altissimo livello. Più problematica è risultata invece la prova in Mahler. Gli ottoni hanno espresso grande potenza, ma non sono sempre risultati impeccabili nell’intonazione e nella compattezza; i violini hanno mostrato qualche difficoltà nel mantenere omogeneità, soprattutto nel registro acuto, dove il suono è apparso talvolta sottile e poco compatto.


Ne è risultato dunque un concerto sicuramente di buon livello, al quale il pubblico ha tributato applausi calorosi, ma profondamente diseguale nei suoi esiti. Alla bellissima Incompiuta, all’interessante esperienza del frammento schubertiano e all’eccellente prova di Lawrence Power in Kurtág si è contrapposta una Prima di Mahler segnata da una lettura che non ha coinvinto.


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