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Prokofiev • Fischer

  • Lorenzo Giovati
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Milano, Teatro alla Scala. 21 Marzo 2026.

Una serata interamente dedicata a Sergej Prokofiev nel più importante teatro lirico italiano rappresenta, di per sé, un evento raro. Si può dunque ritenere fortunato il pubblico che ha assistito al terzo appuntamento del prestigioso cartellone delle orchestre ospiti del Teatro alla Scala di Milano, che ha accolto la Budapest Festival Orchestra guidata dal suo fondatore e direttore principale Iván Fischer: un concerto di grande interesse, capace di coniugare coinvolgimento e raffinatezza musicale ad altissimo livello.


La serata si è aperta con la deliziosa Ouverture su temi ebraici, resa con un’esecuzione di rara finezza. Gli interventi del primo clarinetto, Ákos Ács, sono stati di precisione e dolcezza esemplari, valorizzati anche da una disposizione quasi solistica davanti all’orchestra. Fischer ha saputo imprimere accenti vivaci, mantenendo sempre il ritmo in primo piano e governando la materia sonora con misura ed eleganza.


È seguito il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra, una delle pagine più impervie e tormentate del repertorio novecentesco. Il pianista Igor Levit ha affrontato la partitura con una sicurezza ammirevole, dominandone le asperità tecniche e restituendone al contempo la complessità espressiva. Fin dal primo movimento, la monumentale cadenza è stata resa come un turbine di energia: un susseguirsi impetuoso e quasi violento di figurazioni che Levit ha scolpito con lucidità e controllo, mettendo in luce una tecnica impeccabile unita a una visione interpretativa coerente. Dal podio, Fischer ha sostenuto il discorso musicale con attenzione costante, mantenendo alta la tensione e instaurando un dialogo serrato e perfettamente calibrato con il solista.


Come bis, Levit ha scelto il Lied ohne Worte in Mi maggiore op. 30 n. 3 di Felix Mendelssohn, offrendo un momento di raccolta intimità dopo la travolgente tensione di Prokofiev.


La seconda parte del concerto ha assunto un carattere più singolare: una selezione di brani dal balletto “Cenerentola”. Prima di ciascun tempo, Fischer ha introdotto il pubblico con brevi spiegazioni, collocando ogni episodio all’interno della trama e contribuendo così a una fruizione più consapevole e partecipe del brano. Sul piano musicale, la direzione ha mostrato solidità e fine sensibilità, con un’attenzione costante al dettaglio timbrico e alla caratterizzazione espressiva. Particolarmente riuscita è risultata la scena delle sorellastre che si contendono lo scialle, restituita con un realismo quasi crudele, dove il tratto caricaturale si è fatto incisivo.


La Budapest Festival Orchestra ha confermato una qualità esecutiva di prim’ordine lungo l’intero arco della serata. Gli archi hanno esibito un suono vellutato e compatto, i fiati si sono distinti per chiarezza e precisione, gli ottoni sono risultati saldi e ben intonati, mentre le percussioni hanno scandito con efficacia ogni snodo ritmico. Un equilibrio complessivo che ha testimoniato un lavoro d’insieme di altissimo livello.


Il bis orchestrale ha infine sorpreso le aspettative: invece di una prevedibile danza ungherese di Brahms, i professori d’orchestra si sono trasformati in coro, intonando a cappella un canto religioso ortodosso, dedicato alla pace nell’Europa orientale. Una chiusura densa di significato, eseguita con sorprendente qualità vocale e con profonda partecipazione, che ha lasciato il pubblico sospeso in un silenzio carico di emozione prima dell’applauso finale.

 

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