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Il viaggio a Reims • Capuano

  • Lorenzo Giovati
  • 23 ago
  • Tempo di lettura: 6 min

Salisburgo, Haus fur Mozart. 8 agosto 2026.

Il libretto di sala, quasi a mettere in guardia lo spettatore ignaro, recitava che la mal assortita compagnia che si era ritrovata all’Albergo del Giglio d’Oro non si preparava ad assistere all’incoronazione di Carlo X, come l'originale storia rossiniana prevedeva, ma si recava al compleanno di una certa "Ceci". L’arcano si è disvelato alla fine dell’opera quando, terminato il coro conclusivo, arbitrariamente modificato alla bisogna come inno alla musica, da una grande torta è uscita la sessantenne sig.ra Cecilia Bartoli, il cui compleanno era il vero evento in celebrazione. Non che, sia chiaro, un’artista con una carriera assolutamente meritoria come la cantante romana non meriti un grande augurio di buon compleanno, anche magari celebrato in grande pompa nella sua elettiva Salisburgo, ma non meno meritorie sarebbero dovute essere le ragioni degli spettatori, tra cui magari alcuni dei quali avevano anche percorso centinaia di chilometri e pagato lautamente un biglietto per assistere a Un Viaggio a Reims e si sono visti dirottati alla festicciola privata di un’artista, pur insigne.


Una grande caduta di stile, di correttezza e di serietà per un Festival, per altri versi, meritevole dei massimi elogi.


Si potrà obiettare: "però quello spettatore, comunque, Un Viaggio a Reims lo ha visto e lo ha sentito". Non è vero.


Quello andato in scena, debitamente e massicciamente manipolato nella dinamica tra i personaggi, nei pezzi musicali e, cosa assai più grave, nel libretto è stato, del Viaggio a Reims rossiniano, solo un’esasperata ed arbitraria parodia, direttamente tratta dal manuale su "Come deturpare un capolavoro", mancando di rispetto a chi lo ha composto (Gioachino Rossini) e a chi lo ha riscoperto (Claudio Abbado). Non è bastato certo per rimediare, l’aver citato nel Gala celebrativo che senza soluzione di continuità è seguito alla rappresentazione (e che è stata comunque la cosa migliore della disastrosa serata) il nome del maestro Abbado come ha fatto il padrone di casa Rolando Villazon.


Non si onora chi ha lasciato Un Viaggio a Reims da ricordare mettendo in scena Un Viaggio a Reims da dimenticare.


La responsabilità maggiore di questa infelice operazione va certamente ascritta al regista Barrie Kosky, solo poche settimane fa apertamente lodato per la sua geniale regia della provenzale Donna senz’Ombra. Il regista, in questo caso, declinando anche per sé stesso la chiave (auto)celebrativa, ha sovrapposto all’ironia lieve, intelligente e iconoclasta del compositore pesarese, evidentemente ritenuta insufficiente o desueta, una regia improntata a un macchiettismo greve e volgare, gravitante su un parterre di personaggi non definiti, perennemente scalmanati, continuamente in preda ad una gesticolante isteria e sempre, ma dicasi sempre, impegnati a fare quanto più rumore possibile, come se la musica non meritasse di essere ascoltata, ora perché calpestavano un pavimento forse studiato apposta per amplificare il calpestio delle scorribande, ora perché sbattevano una porta dopo l’altra, ora infine perché si lasciavano andare a gridolini da adolescenti. Ne è scaturita un’operazione vergognosa e senza alcuna dignità teatrale. Apice, ma è solo un esempio dei tantissimi che se ne potrebbero fare, è stato il personaggio di Don Profondo che, mentre cantava (o provava a cantare) l’aria Medaglie Incomparabili ha ostentato la sua fluidità gender, con tanto di messa in mostra della sua biancheria intima in pelle, per i più duri di comprendonio che non l’avessero già capito. Una cosa da museo degli orrori registici. Nulla, ma proprio nulla, del grande affresco celebrativo che Rossini ha magistralmente costruito con irridente ironia su una trama indubbiamente esile, ma non per questo arbitrariamente manipolabile.


Altra parte, e non piccola, della responsabilità va poi imputata al maestro Gianluca Capuano, anch’egli in altre occasioni apprezzato senza riserve per la sua indubbia capacità direttoriale, non soltanto per essersi prestato a un’operazione artisticamente deplorevole che, tra l’altro, se più seriamente impostata avrebbe anche assai meglio celebrato il compleanno della sig.ra Bartoli, ma anche per aver messo a disposizione dell’apparato scenico una direzione non meno greve, assai poco raffinata, precipitosa nella scelta dei tempi, senza essere briosa, e, soprattutto, tutta volta a fare solo da passiva colonna sonora al palcoscenico. Il maestro Capuano, in questo contesto, nemmeno si è fatto mancare di aver accettato una grande quantità di interpolazioni, di citazioni e di manipolazioni che hanno contribuito a dissolvere ulteriormente l’identità della partitura. Materiali e strumenti estranei sono comparsi nel corso dell’opera, mentre il fortepiano è stato utilizzato per sottolineature di gusto spesso discutibili: durante “Medaglie incomparabili”, per esempio, il riferimento alla Francia è stato accompagnato dalla Marsigliese e da altri brani completamente estranei all’opera. Rossini è stato continuamente alterato, commentato, corretto, come se la sua partitura avesse bisogno di essere resa più divertente da parte di chi la eseguiva, che però ha ampiamente sopravvalutato sé stesso.


Les Musiciens du Prince — Monaco hanno fornito, per parte loro, una prova inelegante e sguaiata. Il suono, sebbene ottenuto con strumenti originali, è stato frequentemente duro e pesante, gli ottoni hanno accumulato imprecisioni e l’insieme ha mostrato ben poca di quella levità e di quella trasparenza che una simile partitura richiede.


La compagnia vocale, anch’essa composta da artisti meritatamente blasonati, non ha offerto risultati migliori. Risulta impossibile dedicarle una minuziosa disamina tecnica, perché ognuno degli artisti ha cantato pochissimo, tanto erano impegnati a rendere irriconoscibile il loro personaggio, ad alterare la voce con urletti e cachinni di ogni genere, a dimenarsi e a correre su è giù per il palcoscenico. Il fallimento è stato collettivo.


Si scriverà comunque che Cecilia Bartoli ha affrontato male il personaggio di Corinna con uno strumento che è apparso evidentemente impoverito e consumato. Marina Viotti, mezzosoprano vocalmente di gran pregio, ha trasformato la Marchesa Melibea in una caratterizzazione continuamente sopra le righe; Mélissa Petit, Contessa di Folleville, ha mostrato invece un materiale vocale luminoso e piacevolissimo, ma è stata costretta a una sequenza di trovate sceniche talmente invasive da rendere quasi secondaria la qualità del suo canto, compresa l’assurda interpolazione di un frammento dell’aria della Regina della notte nel concertato a 14 voci. Dmitry Korchak ha affrontato il Conte di Libenskof con un canto costantemente stentoreo, fors’anche costretto dal fatto che doveva librarsi sulle urla degli altri; Ildebrando D’Arcangelo ha cercato di conservare a Lord Sidney una maggiore nobiltà, senza riuscire tuttavia a sottrarlo completamente alla generale deformazione scenica. Florian Sempey ha trasformato Don Profondo in una figura di insistita volgarità, alla quale anche l’emissione è sembrata adattarsi. Misha Kiria ha fatto del Barone di Trombonok un personaggio grossolano e urlatore, sacrificando sistematicamente il canto ad un’interpretazione caricaturale richiesta dalla regia stessa; Tara Erraught come Madama Cortese, Edgardo Rocha come Cavalier Belfiore, Peter Kellner come Don Alvaro, Giovanni Romeo come Don Prudenzio, Helena Rasker come Maddalena, Rodolphe Briand come Zefirino e Rafał Pawnuk come Antonio hanno completato una compagnia che non ha mai trovato una vera identità collettiva e alla quale lo spettacolo ha concesso ben poche possibilità di costruirla.


Paradossalmente, la parte migliore del pomeriggio è cominciata quando Il viaggio a Reims è finito. Ad esso, infatti, come si è poc’anzi scritto è seguita una parte celebrativa che, per rendere omaggio alla sig.ra Bartoli, ha riunito artisti di livello autenticamente internazionale e, proprio il confronto con essi, ha reso ancora più evidente la modestia di ciò che era poco prima terminato. Rolando Villazón ha duettato con la Bartoli nel “Libiamo”; l'immenso Plácido Domingo ha emozionato, cantando una canzone, accompagnato al pianoforte dal maestro Antonio Pappano, un artista che non si finisce mai di apprezzare, non solo per il suo talento, ma anche per la sua sobria eleganza; Pretty Yende si è esibita in un brano ben cantato dal Don Pasquale; Lang Lang ha suonato Chopin, confermando in pochi tocchi il suo eccezionale talento pianistico; Maxim Vengerov è intervenuto insieme alle figlie, con un’esibizione breve, ma apprezzabilissima. Sono stati momenti affidati ad artisti capaci di restituire finalmente alla serata, pur in una parte di pura e celebrativa esibizione, quella qualità musicale che per l’intero spettacolo era mancata.


Si poteva, e forse si doveva, finire lì. Sono invece arrivati “Una voce poco fa”, cantata male dalla sig.ra Bartoli in onore di sé stessa e il finale primo del Barbiere di Siviglia, che non c’entravano nulla e di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, come di tanto altro. Il pubblico, però, non ha comunque fatto mancare i suoi applausi, più di affetto che di reale apprezzamento nei confronti di uno spettacolo di rara bruttezza, o almeno si spera per la stima che si porta al pubblico salisburghese.


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