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Recital Sokolov

  • Lorenzo Giovati
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Salisburgo, Großer Festspielhaus. 28 Luglio 2026.

Il primo appuntamento della rassegna «Solistenkonzert» del Festival di Salisburgo è stato affidato quest’anno a Grigory Sokolov, pianista russo di fama mondiale, presenza ricorrente al Festival e musicista amatissimo dal pubblico. La Großes Festspielhaus era gremita in ogni ordine di posti, facendo registrare un tutto esaurito tutt’altro che consueto per un recital pianistico.


Che Sokolov sia un pianista dalla tecnica straordinaria, nessuno oserebbe metterlo in dubbio. Sorprende, in ogni passaggio, la sua capacità di ridurre al minimo qualsiasi movimento del corpo, pur producendo un suono fluido e controllato. Il risultato sonoro ha restituito con evidenza un tocco infallibile, capace di scorrere sulla tastiera con naturalezza.


Altrettanto indiscutibile è il rapporto quasi devozionale che Sokolov intrattiene con lo strumento. La sua cura appare impeccabile e si estende a ogni dettaglio: il pianista chiede infatti di essere informato sulle caratteristiche tecniche del pianoforte, così da adattare l’interpretazione allo specifico strumento sul quale è chiamato a suonare. Un perfezionismo assoluto, certamente ammirevole, ma che sembra talvolta trovare la propria principale gratificazione in chi lo pratica. Ne deriva un pianismo profondamente autoreferenziale e, alla lunga, inducente alla noia.


Se nessuno può contestarne il dominio tecnico, altrettanto difficile è definire il suo un pianismo “simpatico”, nel senso originario del termine greco συμπάθεια, sympátheia: la capacità di provare e condividere un sentimento o un’emozione. Quello di Sokolov è invece un pianismo algido, nel quale la perfezione dell’esecuzione non sempre si trasforma in comunicazione. Lo si comprende anche dalla presenza scenica del maestro. Sokolov entra con passo sicuro, si volta verso il pubblico, accenna un inchino con il busto senza quasi muovere il capo, si siede, suona, si alza, si inchina e abbandona il palcoscenico. Una ritualità severa, ripetuta con precisione quasi meccanica, che contribuisce a creare una distanza difficilmente colmabile tra l’interprete e chi lo ascolta.


A rendere il recital particolarmente impegnativo ha contribuito anche un programma tutt’altro che facile: la Sonata n. 4 di Beethoven, le Sei Bagatelle dello stesso autore e la Sonata D 960 di Schubert.


La Sonata di Beethoven è stata affrontata da Sokolov con un piglio marcatamente mozartiano, particolarmente adatto a una partitura ancora legata, per molti aspetti, alla grazia e alla trasparenza settecentesche. La qualità del tocco e la fluidità del fraseggio sono state evidenti fin dalle prime battute, ma non hanno sempre compensato una certa uniformità espressiva, divenuta a lungo andare sempre meno interessante. Tutto è stato perfettamente rifinito, ma raramente la musica è sembrata essere animata.


Più riuscite sono state le Sei Bagatelle, la cui brevità ha impedito alla lettura di irrigidirsi nella medesima staticità. Il maestro Sokolov le ha eseguite tutte in modo eccellente, restituendone con precisione le differenti atmosfere. Particolarmente godibili sono risultate la seconda e la quarta, nelle quali la cura del dettaglio e la straordinaria varietà del tocco hanno trovato una forma più immediata ed efficace.


Sono stati però i primi due movimenti della Sonata D 960 di Schubert a rappresentare il vero colpo di grazia della serata. I tempi, dilatati fino all’esasperazione, hanno privato la musica di ogni naturale continuità, trasformando l’ampiezza musicale in una successione di episodi immobili. La lentezza non ha prodotto maggiore profondità, ma ha finito per indebolire la tensione del discorso, rendendo l’ascolto un poco estenuante.


Ne è emerso un pianismo non emozionante e scarsamente coinvolgente. Uno sfoggio di tecnica posta al servizio di una concezione interpretativa fortemente autoriferita e, proprio per questo, impersonale. Tutto è stato impeccabile, ma raramente davvero trascinante. La lentezza, reiterata come una scelta estetica quasi assoluta, ha finito per appesantire ulteriormente un programma già di per sé severo.


Al termine di un concerto che sembrava non finire mai, Sokolov ha offerto ben sei bis, dedicati a Brahms, Chopin e Skrjabin: la Ballata in re minore op. 10 n. 1, la Ballata in si minore op. 10 n. 3 e la Rapsodia in sol minore op. 79 n. 2 di Johannes Brahms; la Mazurca in re bemolle maggiore op. 30 n. 3 e la Mazurca in do diesis minore op. 30 n. 4 di Fryderyk Chopin; il Preludio in mi minore op. 11 n. 4 di Aleksandr Skrjabin. Tutti eseguiti in modo eccellente, ma anch’essi algidi.


Il pubblico ha comunque tributato al pianista ovazioni e ripetute standing ovation, indubbiamente meritate. Va però riferito, per dovere di cronaca, un certo esodo durante l’intervallo, che ha lasciato qualche posto vuoto, nonché una certa premura nel lasciare la sala durante i bis, oltre a qualche capo chino durante l’esibizione, di chi dalla melodia si è lasciato cullare forse in modo manifestamente eccessivo.  


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