Recital Bronfman
- Lorenzo Giovati
- 30 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Milano, Teatro alla Scala. 8 Marzo 2026.
Nell’ambito della rassegna Grandi Pianisti, la presenza di Yefim Bronfman si è imposta come una presenza di alto profilo, appartenente a una generazione di grandi interpreti ormai sempre più rara, in cui la solidità tecnica non è un mero obiettivo, ma l'accompagnamento di un pensiero pianistico più ampio e strutturato.
Il programma, costruito con intelligenza e non privo di una sottile consapevolezza storica, si è articolato secondo una linea di rimandi e corrispondenze che, pur senza dichiararsi esplicitamente, sono emerse con chiarezza all’ascolto. L’apertura con l’Arabeske op. 18 di Robert Schumann si è inscritta infatti in un ideale preludio alla successiva Sonata n. 3 di Johannes Brahms, opera che segnò l'incontro artistico tra i due compositori.
In Schumann, Bronfman ha fatto valere una qualità di tocco di rara finezza, capace di restituire la grazia del pezzo senza indulgere in eccessi di sentimentalismo. Il fraseggio si è mantenuto costantemente sorvegliato, sostenuto da una linea fresca e luminosa.
Nel passaggio a Brahms, tuttavia, la prospettiva è mutata sensibilmente. La Terza Sonata è stata affrontata con un dominio tecnico assoluto, quasi imperturbabile, che però, almeno nei primi movimenti, è sembrato privilegiare una visione strutturale a scapito di una più marcata tensione drammatica. Bronfman ha scolpito con precisione ogni dettaglio, cesellando le linee con impeccabile lucidità, ma mantenendo una certa distanza espressiva. Solo nell’ultimo movimento si è avvertita una vera liberazione dell’energia. Qui il pianista ha lasciato emergere una vitalità più immediata, un impeto finalmente non trattenuto, capace di dare compimento all’intero arco narrativo della Sonata.
La seconda parte del concerto ha segnato un netto cambio di orizzonte. Le Images di Claude Debussy sono state proposte secondo una lettura che ha privilegiato la chiarezza del disegno rispetto alla rarefazione timbrica. Bronfman ha evitato deliberatamente ogni eccesso di sfumatura impressionistica, restituendo invece una tessitura sonora nitida, in cui le immagini sono apparse meno evanescenti. Piuttosto che dissolversi, esse si sono definite, si sono organizzate in una logica coerente, rivelando un Debussy meno etereo e più cesellato.
Il passaggio alla Settima Sonata di Sergej Prokofiev ha rappresentato il vero culmine del recital. Qui Bronfman è parso ritrovare una dimensione a lui particolarmente congeniale, in cui la potenza del suono e la sicurezza tecnica si sono potuti esprimere senza riserve. Il pianoforte ha acquistato profondità e peso, senza mai perdere compattezza. Il celebre finale, con la sua corsa implacabile, è stato affrontato con una veemenza travolgente, in un equilibrio tra precisione e furia. L’effetto complessivo è stato quello di una tensione perfetta, che ha trovato nel pubblico una risposta immediata e calorosa.
I bis, Ottobre da Le stagioni di Pëtr Il'ič Čajkovskij e lo Studio n. 2 dai Grandes Études de Paganini di Franz Liszt, si sono inseriteicon misura a conclusione del programma.
Resta da segnalare un elemento che ha accompagnato l’intera serata: un pubblico vivace, forse fin troppo, incline ad applaudire tra un movimento e l’altro, spezzando talvolta la continuità musicale. Eppure, in questa apparente inadeguatezza si è potuto cogliere anche un segnale incoraggiante, ovvero la presenza di molti giovani (forse attratti dal passare una serata in compagnia della propria dolce metà per festeggiare la Festa della Donna) di nuove generazioni che si avvicinano al teatro non con la rigidità del rituale, ma con un entusiasmo spontaneo generato esclusivamente dal loro gradimento. Se ciò comporta qualche inevitabile ingenuità, non si può non riconoscerne il valore in prospettiva.
Il recital ha dunque confermato, ancora una volta, la statura di Bronfman. Non un interprete che cerca la profondità attraverso l’indagine psicologica o la rarefazione del suono, come poteva essere Maurizio Pollini, ma un artista che fonda il proprio discorso su un equilibrio formale rigoroso e su una qualità timbrica di notevole ampiezza. A quasi sessantotto anni, Bronfman continua a offrire un esempio di integrità artistica e di controllo assoluto dello strumento. Il suo pianoforte, pieno e rotondo, si è imposto per consistenza e per una veemenza che, lungi dall’attenuarsi con il tempo, sembra anzi rimanere una delle sue cifre più riconoscibili.








