Mahler Sinfonia 2 • Dudamel
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 5 min
Salisburgo, Großer Festspielhaus. 27 Luglio 2026.
Il primo programma dei Wiener Philharmoniker al Festival di Salisburgo 2026, inaugurato da pochi giorni, è stato affidato al maestro Gustavo Dudamel, presenza autorevole e ricorrente sul podio salisburghese, reduce dallo spettacolo organizzato durante l’intervallo della finale dei Mondiali di calcio.
La serata si è aperta con un doveroso pensiero al Venezuela, terra natale del maestro Dudamel, colpita nelle settimane precedenti da un violentissimo terremoto. È stato annunciato che una parte del ricavato dei biglietti delle prove generali sarebbe stata devoluta in beneficenza, insieme alle offerte raccolte tra il pubblico nel foyer. Dudamel e i Wiener Philharmoniker hanno inoltre scelto di dedicare il concerto ai sopravvissuti e a quanti continuano a soffrire per le conseguenze della catastrofe.
Tale dedica ha assunto un significato ancora più intenso in relazione al programma musicale della serata, stabilito ben prima che il terremoto si verificasse: la Seconda Sinfonia di Gustav Mahler, la Resurrezione. Il maestro Dudamel, oggi all’apice di una carriera che lo ha già visto protagonista sui maggiori palcoscenici internazionali, ha affrontato fin dagli inizi la musica di Mahler (fin da quando vinse, nel 2004, il concorso Mahler di Bamberga) e, in particolare, la Seconda Sinfonia, diretta anche in questa occasione interamente a memoria. Basti ricordare la celebre esecuzione londinese ai Proms o quella realizzata con i Berliner Philharmoniker. Il suo rapporto con questa partitura si è progressivamente consolidato e ha raggiunto una maturità artistica ormai chiaramente percepibile.
Il maestro Dudamel ha proposto un’interpretazione nella quale sono emersi il suo istinto musicale e la particolare sensibilità per la componente melodica della scrittura mahleriana, affidando il fraseggio a un suono sempre curato e finemente cesellato. Il gesto, nitido ed elegante, sembra ricordare sempre più quello di Claudio Abbado, gli consente di ottenere attacchi precisi, oltre a una gestione attentissima delle imponenti masse orchestrali. L’esecuzione non è tuttavia rimasta estranea a una certa ricerca dell’effetto, talvolta raggiunto attraverso soluzioni di immediata evidenza teatrale e naturalmente favorito dalla capacità dei Wiener Philharmoniker di produrre un suono sontuoso, pieno e quasi inesauribile.
Questa impressione si è manifestata soprattutto nel primo movimento (Totenfeier), affrontato attraverso una lettura vibrante ed energica. Il maestro Dudamel ha governato con grande sicurezza i passaggi più concitati e repentini, a partire dall’incipit, risolto in un accumulo di note rapidamente proiettato in avanti e caratterizzato da un respiro piuttosto contratto. Gli episodi più violenti hanno posseduto una notevole forza d’urto, con accenti netti, scatti improvvisi e una tensione costantemente alimentata. Minore è apparsa invece la profondità dei momenti più raccolti, nei quali la musica non ha sempre raggiunto quella sospensione quasi metafisica che il movimento richiede. Sono mancati alcuni pianissimi realmente impalpabili e, più in generale, una percezione autentica del silenzio come parte integrante del discorso musicale.
Il secondo movimento è stato fraseggiato con grande eleganza. Dudamel ha valorizzato la natura danzante del Ländler, assecondandone le inflessioni con morbidezza e naturalezza. Anche in questo caso non ha però ricercato sonorità davvero incorporee: la rarefazione è stata ottenuta attraverso un progressivo alleggerimento del tessuto orchestrale, più che mediante autentici pianissimi. Il risultato ha conservato una grazia tipicamente viennese, lieve e aristocratica, attraversata da una malinconia discreta e mai eccessivamente sottolineata.
Il terzo movimento ha trovato una realizzazione ancora più compiuta. Dudamel ne ha messo in evidenza la spigliata energia interna, evitando tuttavia che il movimento si trasformasse in un episodio semplicemente grottesco o convulso. Il ritmo è rimasto controllato e rifinito; gli attacchi sono apparsi secchi e precisissimi, mentre le diverse sezioni dell’orchestra hanno dialogato con notevole nitidezza. Il maestro ha cesellato la complessa trama strumentale con attenzione, lasciando affiorare, tanto l’ironia, quanto l’inquietudine che percorrono la pagina.
Il meraviglioso quarto movimento, Urlicht, è stato scandito su un tempo lento e sognante, nel tentativo di creare una parentesi contemplativa prima dell’immenso finale. L’esito è stato però seriamente compromesso dalla prova del mezzosoprano Nadezhda Karyazina, la cui voce è risultata opaca, disomogenea e segnata da un vibrato tendente al belante. Il canto non è riuscito a restituire la purezza, né il raccoglimento richiesti dal testo, privando il movimento di gran parte della sua forza spirituale.
Il quinto movimento ha rappresentato invece il momento migliore della serata. Il maestro Dudamel ne ha costruito l’enorme architettura con un’acuta sensibilità teatrale, differenziando con grande libertà le numerose sezioni e assegnando a ciascun episodio il tempo più adatto. La direzione non è mai apparsa uniforme o metronomica, ma il maestro ha accelerato nei momenti di maggiore concitazione, ottenendo un movimento travolgente e quasi scenico, mentre ha disteso generosamente le sezioni nelle quali la musica richiede di respirare e di preparare le successive esplosioni. Particolarmente efficace è stata la gestione dei contrasti. I momenti più concitati hanno posseduto una forza quasi teatrale, mentre le lunghe attese precedenti all’ingresso del coro sono state mantenute sotto una tensione costante.
Il soprano Ying Fang ha mostrato una voce più educata e omogenea rispetto a quella della collega, sebbene l’attacco iniziale sia apparso incerto e il dosaggio dei volumi non sempre perfettamente controllato.
L’ingresso del coro ha rappresentato uno dei momenti più suggestivi dell’intera esecuzione. Dal silenzio è emersa una sonorità inizialmente trattenuta, che Dudamel ha progressivamente ampliato fino a coinvolgere tutte le forze presenti. Il finale è stato un tripudio sonoro, di una qualità talmente elevata da non far rimpiangere la, forse eccessiva, rapidità con cui è stato eseguito.
Decisiva è stata la prova dei Wiener Philharmoniker, orchestra sublime. Gli archi hanno offerto un suono rotondo, voluminoso e perfettamente amalgamato; i legni si sono distinti per precisione e ricchezza di caratterizzazione. Gli ottoni sono apparsi sontuosi, profondi e potenti, soprattutto nei tromboni, mai sguaiati o gracchianti, e nei corni, capaci di attraversare la massa orchestrale con straordinaria autorevolezza. Eccezionale anche la sezione delle percussioni, fluida e perentoria, dotata di una potenza impressionante ma sempre perfettamente controllata. Una prova splendida, nella quale la qualità dei singoli strumentisti si è congiunta alla compattezza dell’insieme.
Non meno importante è stato l’apporto del Wiener Singverein, preparato da Johannes Prinz. Il coro ha fornito una prova di altissimo livello, passando con sicurezza dalla sonorità quasi impercettibile dell’ingresso iniziale alla potenza travolgente delle battute conclusive.
Quella di Dudamel non è stata però una Resurrezione costantemente spirituale, né un’interpretazione capace di condurre l’ascoltatore attraverso un vero itinerario interiore. Il maestro ha privilegiato la dimensione teatrale dell’opera, l’immediatezza dei contrasti, la forza delle esplosioni e la progressiva costruzione del grande effetto conclusivo. Una Resurrezione più vissuta come grandioso teatro del suono che come esperienza metafisica. Il pubblico del Großes Festspielhaus, gremito in ogni ordine di posti, le ha in ogni caso tributato una lunga e meritatissima standing ovation.














