Beethoven • Buchbinder
- Lorenzo Giovati
- 6 ore fa
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Milano, Sala Verdi del Conservatorio. 11 Febbraio 2026.
Nell’ampia stagione della Società dei Concerti di Milano, stabilmente ospitata nella Sala Verdi del Conservatorio, un appuntamento emergeva con particolare evidenza: un recital interamente dedicato alle sonate di Beethoven affidato al pianismo di Rudolf Buchbinder. Il pianista austriaco intrattiene da decenni con questo repertorio un rapporto quasi simbiotico, costruito su una frequentazione costante e approfondita che oggi lo pone tra i più autorevoli interpreti viventi del compositore, soprattutto dopo la scomparsa di Maurizio Pollini.
Il programma riuniva cinque sonate appartenenti a differenti momenti creativi, dalle pagine ancora legate alla classicità viennese fino ai capolavori della piena maturità, tra cui le celebri “Al chiaro di luna” e “Waldstein”.
L’apertura con la Sonata op. 22 ha subito rivelato la cifra interpretativa del maestro Buchbinder: chiarezza architettonica, articolazione limpidissima e un uso calibrato dei tempi volto a far emergere la naturale eloquenza del discorso musicale. Nelle sezioni più distese il fraseggio respirava con eleganza, mentre nei passaggi virtuosistici la brillantezza tecnica non comprometteva mai la nitidezza del dettaglio.
La Sonata op. 49 n. 2, pagina spesso considerata minore, ma di raffinata grazia, è stata restituita con spirito quasi mozartiano. Buchbinder ne ha sottolineato la freschezza e la leggerezza attraverso una scioltezza delle dita che non + mai diventata mai mero esercizio di agilità, ma ha sostenuto un carattere luminoso e sereno, già percorso da accenti di maggiore complessità armonica.
A chiudere la prima parte la Sonata op. 27 n. 2. Il primo movimento, eseguito con un tempo più scorrevole rispetto alla tradizione esecutiva più contemplativa, ha acquistato una dimensione di moto interno continuo, evitando ogni staticità. La danza centrale ha trovato equilibrio tra eleganza e impulso ritmico, mentre il finale si è dispiegato in un turbine controllato, dominato con precisione assoluta.
La seconda parte del concerto si è aperta con la Sonata op. 79, resa con naturalezza e con brillante immediatezza. La concisione della pagina ha preparato efficacemente la grande arcata conclusiva: la Sonata op. 53 “Waldstein”.
Fin dai primi accordi Buchbinder ha mostrato un dominio sonoro impressionante, ottenuto non solo attraverso la velocità, ma grazie a un controllo della pressione e del peso capace di scolpire il timbro. Il primo movimento, di trascinante energia, ha suscitato un applauso spontaneo al termine, infrangendo la consuetudine del silenzio tra i movimenti. Non si è trattato però di un entusiasmo superficiale, ma della naturale reazione davanti a una costruzione musicale di straordinaria perfezione. Nel seguito il pianista ha mantenuto una tensione crescente fino alla conclusione, creando un arco narrativo continuo che ha tenuto sospeso l’ascolto fino all’ultima risonanza.
Come bis, per un pubblico entusiasta, anche se non giovanissimo, l’ultimo movimento della “Tempesta” e una bagatella hanno offerto un’ulteriore dimostrazione di lucidità tecnica e freschezza espressiva.
Buchbinder si è confermato così figura di raccordo tra la grande tradizione pianistica del Novecento e il presente: non solo un esecutore impeccabile, ma un interprete che sembra aver interiorizzato la logica profonda del linguaggio beethoveniano. Comprenderne la struttura e la tensione interna equivale, per un pianista, a raggiungere una forma di verità musicale rara, e in questa serata quella verità è apparsa con evidenza luminosa.











