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Recital Buchbinder

Lorenzo Giovati
11 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

Milano, Teatro alla Scala. 4 Ottobre 2026.

Fra i più autorevoli interpreti beethoviani di sempre, Rudolf Buchbinder, di fronte a un teatro gremito, ha proposto quattro sonate di Beethoven, offrendo una prova di altissimo livello, nella quale la straordinaria familiarità con questo repertorio non si è mai tradotta in un'esecuzione di routine. Al contrario, Buchbinder ha restituito una lettura sempre viva, attenta alle peculiarità di ciascuna pagina, con una naturalezza espressiva che soltanto una conoscenza profonda della scrittura beethoveniana può consentire.


In un panorama pianistico nel quale il virtuosismo tende non di rado a diventare merce da esibire, Buchbinder ha ricordato quanto la grandezza di un interprete risieda anzitutto nella capacità di dare significato alla musica. La padronanza tecnica, tuttora formidabile, non ha mai avuto bisogno di essere ostentata. Il pianista ha saputo alternare la fluidità del fraseggio alla nettezza degli accenti, la leggerezza del tocco a una sonorità vigorosa, senza perdere il controllo della struttura del discorso musicale.


La prima parte del concerto ha accostato la Sonata n. 17 in re minore op. 31 n. 2, «La tempesta», alla Sonata n. 8 in do minore op. 13, «Patetica». Nella prima Buchbinder ha valorizzato la mobilità del discorso musicale, rendendo con efficacia il contrasto fra i momenti di sospensione e le improvvise accensioni drammatiche, ma è stata soprattutto la «Patetica» a offrire uno dei momenti più emozionanti della serata. L'interpretazione ha colpito per la forza espressiva e la capacità di restituire i repentini mutamenti di carattere della scrittura beethoveniana, senza che questi compromettessero la continuità del discorso musicale. Alla solennità drammatica del Grave introduttivo e all'impeto dell'Allegro di molto e con brio ha fatto seguito un Adagio cantabile di grande intensità, la cui celebre melodia, evocata da Elgar nelle battute iniziali di «Nimrod», la nona delle sue «Variazioni Enigma», è stata restituita con un fraseggio disteso.


Dopo l'intervallo, la Sonata n. 6 in fa maggiore op. 10 n. 2 ha mostrato un altro aspetto della sua sensibilità interpretativa, più leggero e brillante, nel quale la chiarezza dell'articolazione e la vivacità ritmica hanno avuto il sopravvento sulla ricerca di effetti sonori.


A conclusione del programma, la Sonata n. 23 in fa minore op. 57, «Appassionata», ha confermato la straordinaria maturità interpretativa del pianista. Buchbinder ne ha restituito la forza drammatica senza mai sacrificare la lucidità della costruzione musicale. Particolarmente significativo il conclusivo Allegro ma non troppo, affrontato con un andamento incalzante.


Ciò che ha maggiormente colpito, nell'arco dell'intera serata, è stata proprio la capacità di Buchbinder di conferire a ciascuna sonata una fisionomia distinta, senza imporre alla musica un'unica concezione interpretativa.


Il pubblico scaligero ha tributato al pianista applausi calorosissimi e prolungati, ai quali Buchbinder ha risposto con la consueta cordialità, concedendo due bis: l'Improvviso n. 4 op. 90 di Schubert e la Giga dalla Partita n. 1 BWV 825 di Bach. Due ulteriori occasioni per apprezzarne l'eleganza del fraseggio e la limpidezza dell'articolazione, prima di congedarsi da una sala entusiasta.


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