Mendelssohn, Ravel e Stravinsky • Bychkov
- Lorenzo Giovati
- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 2 min
Milano, Teatro alla Scala. 28 Febbraio 2026.
La programmazione delle orchestre ospiti del Teatro alla Scala rappresenta una delle rare occasioni in Italia per ascoltare dal vivo alcune tra le migliori compagini sinfoniche del panorama internazionale. Dopo l’esecuzione del Messiah di Handel con la English Baroque Soloists, il prestigioso cartellone ha accolto la Filarmonica Ceca, guidata dalla bacchetta esperta del maestro Semyon Bychkov.
Il concerto si è aperto con la Sinfonia n. 4 di Mendelssohn, la celebre Italiana. Il maestro Bychkov ne ha offerto una lettura di grande eleganza, caratterizzata da un piglio spedito, ma mai frettoloso, capace di mettere costantemente in rilievo la cantabilità delle linee melodiche, soprattutto nei primi tre movimenti. La tensione è stata talvolta accesa con un impeto raffinato, sempre controllato e mai eccessivo. L’esecuzione, complessivamente solida e coerente, ha trovato il suo vertice nel terzo movimento, cesellato con ammirevole cura del dettaglio e finezza timbrica.
È seguito il Concerto per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel, affidato alla pianista Alice Sara Ott, subentrata alla prevista Beatrice Rana. L’interprete tedesca ha offerto una prova di notevole perizia tecnica, interamente posta al servizio di un’interpretazione attentamente meditata. Ogni suono ha trovatouna collocazione precisa, nitida, priva di qualsiasi fretta espressiva. Bychkov ha sostenuto la solista con un accompagnamento orchestrale di grande qualità, evitando effetti ridondanti e privilegiando invece una sobrietà solida e sorvegliata, con tempi e dinamiche calibrati con intelligenza per valorizzare le singole voci strumentali e l’equilibrio complessivo dell’impasto sonoro.
Come bis, la pianista ha proposto un brano raccolto e contemplativo di Arvo Pärt, offrendo un momento particolarmente intenso.
La seconda parte del concerto si è presentata, già sulla carta, come la più intrigante della serata. Non per demerito della prima, quanto per l’opportunità di ascoltare Pulcinella di Igor Stravinsky. Opera che non va confusa con Petrushka, Pulcinella rielabora una serie di brani, orchestrali e vocali, costruiti su materiali musicali attribuiti a Giovanni Battista Pergolesi e rivisitati dalla sensibilità novecentesca di Stravinsky. L’esecuzione si è distinta per rigore e nitidezza stilistica. Gli interventi dei tre solisti sono risultati perfettamente pertinenti per equilibrio e aderenza espressiva: Stefanie Iranyi, soprano dalla linea vocale luminosa; Eric Finbarr Carey, tenore elegante nel fraseggio; Jongmin Park, basso autorevole e ben timbrato. L’accompagnamento orchestrale ha sostenuto la partitura con precisione e vivacità, mantenendo costante attenzione ai tempi, alle dinamiche e alla trasparenza delle tessiture, a testimonianza di una professionalità solida e consapevole.
La Czech Philharmonic ha dato prova di straordinaria eleganza e precisione esecutiva. Gli archi si sono distinti per compattezza e raffinatezza nel fraseggio, mentre trombe e corni hanno brillato per luminosità e smalto timbrico. I fiati, nel loro insieme, hanno contribuito a definire un equilibrio sonoro di grande classe. Ne è risultata un’esecuzione esemplare per pulizia formale, coesione interna e qualità del suono.
Il concerto si è dunque imposto come un’esperienza musicale di notevole pregio, contraddistinta da eleganza e raffinatezza, tanto nella concezione del programma, quanto nella sua realizzazione, accolta da consensi meritati e unanimemente calorosi.
















