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Ravel, Debussy e Prokofiev • Sokhiev

  • Lorenzo Giovati
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Salisburgo, Grosser Festspielhaus. 8 Agosto 2026.

I matinée dei Wiener Philharmoniker al Festival di Salisburgo costituiscono sempre uno degli appuntamenti di maggiore interesse e di più elevato richiamo della programmazione sinfonica. Lo è stato a maggior ragione quello affidato al maestro Tugan Sokhiev, direttore che l’orchestra stessa ha scelto per il Concerto di Capodanno 2027 e con il quale ha ormai costruito un rapporto di particolare familiarità artistica. Il concerto si è inserito, oltretutto, in una di quelle giornate densissime che rappresentano quasi una peculiarità del Festival di Salisburgo, capace di sovrapporre nell’arco di poche ore grandi appuntamenti sinfonici e importanti produzioni operistiche. Una concentrazione di proposte che, per quanto eccezionale altrove, non risulta affatto inconsueta per un Festival che continua a rappresentare uno dei maggiori centri internazionali della musica classica.


Ad accrescere ulteriormente l’interesse dell’appuntamento è stato un programma interamente novecentesco, costruito intorno a tre autori e a tre mondi sonori profondamente differenti: Maurice Ravel, Claude Debussy e Sergej Prokofiev.


Ad aprire il concerto è stato il Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel, breve per durata, ma straordinariamente denso per varietà ritmica, timbrica ed espressiva. L’esecuzione è stata formidabile. Il maestro Sokhiev ha dimostrato fin dalle prime battute una grandissima sensibilità musicale e una capacità notevole di differenziare i tre movimenti, senza tuttavia spezzare l’unità dell’insieme. Il primo è stato scolpito con estrema nettezza, evidenziandone i ritmi nervosi, gli improvvisi contrasti e quella componente jazzistica che percorre tanta parte della scrittura; il secondo è stato affrontato con un tempo molto disteso e contemplativo, capace di creare una sospensione realmente mozzafiato; il terzo, al contrario, è esploso con una rapidità vertiginosa, sostenuta con precisione assoluta dall’orchestra e dal solista.


Altrettanto determinante è stato l’apporto di Lang Lang, pianista dotato di una straordinaria fluidità di tocco. Il suo è sembrato quasi un pianoforte fatto d’acqua, capace di assumere forme continuamente differenti senza perdere mai continuità. Lang Lang ha saputo essere violento e scolpito quando la scrittura lo ha richiesto, costruendo contrasti persino all’interno di singoli accordi o brevi cellule musicali, ma un istante dopo è riuscito a rendere il suono impalpabile, leggerissimo, quasi incorporeo. La tecnica delle dita è apparsa semplicemente superlativa, capace di trasformare anche le armonie più spigolose e le dissonanze di Ravel in materia sonora fluida, dettagliata e facendo percepire la complessità della scrittura senza irrigidirla.


Particolarmente riuscito è stato proprio il rapporto fra pianoforte e orchestra. Il maestro Sokhiev e Lang Lang hanno costruito un dialogo estremamente serrato, nel quale le variazioni di tempo, colore e intensità sono state assecondate con una naturalezza impressionante. L’orchestra ha seguito il solista senza limitarsi ad accompagnarlo e il pianoforte, a sua volta, si è inserito perfettamente nella trama strumentale, fino a raggiungere nel finale una fusione quasi assoluta. Una lettura magistrale, nella quale virtuosismo, controllo e libertà interpretativa sono riusciti a convivere senza mai compromettere l’equilibrio complessivo.


Ai lunghissimi applausi Lang Lang ha risposto con la Mazurka in re maggiore op. 33 n. 2 di Chopin, proposta come bis e affrontata con grande eleganza e morbidezza, quasi a creare un momento di raccoglimento dopo la brillantezza del concerto raveliano.


È seguita La Mer di Claude Debussy, le tre celebri esquisses symphoniques nelle quali il mare non viene tanto descritto quanto continuamente suggerito attraverso il movimento, il colore e la trasformazione della materia orchestrale. Anche in questo caso l’esecuzione è stata eccellente. I Wiener Philharmoniker hanno naturalmente affrontato Debussy con il proprio inconfondibile patrimonio sonoro, distante per natura da quella trasparenza più sottile e luminosa che viene spesso associata alla tradizione orchestrale francese. Ne è nata una Mer meno diafana e più calda, sostenuta da una densità timbrica tipicamente viennese, senza che per questo venissero meno la mobilità e la ricchezza cromatica della partitura.


A guidare l’orchestra è stato il meraviglioso gesto del maestro Sokhiev. Senza bacchetta, attraverso movimenti ampi e spesso quasi coreografici, il direttore ha dimostrato una straordinaria capacità di modellare fisicamente il fraseggio. Ogni indicazione è sembrata contenere non soltanto un attacco o una dinamica, ma già la qualità del suono desiderato: agli archi Sokhiev ha indicato l’ampiezza e la distensione delle frasi, ai legni la morbidezza e la durata del respiro. Particolarmente suggestivo è stato l’avvio di De l’aube à midi sur la mer, emerso quasi dal nulla e progressivamente costruito attraverso una stratificazione attentissima dei colori. Nel secondo movimento Sokhiev ha restituito invece la mutevolezza e l’instabilità del mare attraverso una maggiore leggerezza e mobilità, mentre nel Dialogue du vent et de la mer la tensione è cresciuta fino a liberare tutta la potenza dei Wiener Philharmoniker. Proprio nei momenti più concitati, alla conclusione del primo e soprattutto del terzo movimento, il direttore ha dimostrato di saper ottenere una massa sonora imponente senza rinunciare alla leggibilità delle singole sezioni.


Dopo l’intervallo il concerto è proseguito con una Suite da Romeo and Juliet di Sergej Prokofiev, costruita dallo stesso maestro Sokhiev attraverso una propria selezione di numeri del balletto. Il direttore non si è limitato ai passaggi universalmente più celebri, ma ha assemblato una vera e propria successione narrativa, utilizzando prevalentemente la seconda Suite e aggiungendo due numeri della prima. Ad aprire è stato Montecchi e Capuleti, con la celeberrima Danza dei cavalieri, mentre La morte di Tebaldo ha portato il percorso alla sua conclusione attraverso una delle pagine più violente e trascinanti dell’intero balletto.


Proprio in Prokofiev la sintonia fra Sokhiev e i Wiener è sembrata raggiungere il proprio vertice. Il direttore ha impresso a ciascun episodio un carattere immediatamente riconoscibile, evitando però che la Suite si trasformasse in una semplice successione di pezzi ad effetto. Il peso quasi brutale di Montecchi e Capuleti ha trovato il proprio opposto nella leggerezza di Giulietta fanciulla; le pagine più liriche sono state distese con naturalezza, mentre quelle drammatiche hanno acquistato progressivamente tensione e violenza. Romeo alla tomba di Giulietta ha assunto una gravità scura e profondamente dolorosa, prima che la conclusiva Morte di Tebaldo liberasse nuovamente tutta l’energia ritmica dell’orchestra. La sequenza scelta da Sokhiev ha compreso anche Frate Lorenzo, Danza, Romeo e Giulietta prima della separazione, Danza delle fanciulle con i gigli e Maschere, costruendo così un percorso molto più articolato di una semplice antologia dei “grandi successi” del balletto.


Sokhiev è stato incredibilmente attento nella gestione del fraseggio, dei dosaggi dinamici e degli equilibri interni. Ancora una volta, la qualità del suo gesto si è rivelata determinante: ampio, chiarissimo e sempre estremamente espressivo, capace di suggerire con immediatezza non soltanto gli attacchi e le dinamiche, ma anche il carattere, il peso e la direzione di ogni frase.


I Wiener Philharmoniker hanno suonato splendidamente per l’intera mattinata. Gli archi sono apparsi solidi, compatti e perfettamente amalgamati; i legni hanno unito precisione a quella particolare rotondità di emissione che caratterizza l’orchestra viennese, mentre gli ottoni sono stati formidabili per profondità, compattezza e intonazione. L’impasto complessivo è risultato caldo, ambrato e particolarmente ricco, forse persino superiore a quanto abitualmente ci si possa aspettare da un’orchestra che già parte da standard eccezionali. L’impressione è stata quella di un’orchestra non soltanto perfettamente preparata, ma particolarmente disponibile alle indicazioni del direttore, pronta a seguirlo nelle variazioni più improvvise di dinamica, fraseggio e colore e soprattutto capace di trasformare immediatamente il suo gesto in suono.


Un concerto bellissimo, costruito attraverso tre universi sonori differenti e tenuto insieme dalla personalità interpretativa di Tugan Sokhiev, dalla straordinaria qualità dei Wiener Philharmoniker e, nella prima parte, da un Lang Lang eccezionale.


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