Ariadne auf Naxos • Honeck
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
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Salisburgo, Haus für Mozart. 7 Agosto 2026.
Il rapporto tra Richard Strauss e il Festival di Salisburgo è tanto radicato da rendere ogni nuova produzione di un suo titolo qualcosa di più di un semplice appuntamento di repertorio. Strauss è stato infatti, insieme a Hugo von Hofmannsthal e Max Reinhardt, tra le personalità fondatrici del Festival e proprio il sodalizio fra il compositore e il poeta ha trovato in Ariadne auf Naxos una delle sue espressioni più raffinate e singolari. Un rapporto che la nuova produzione presentata alla Haus für Mozart ha affrontato attraverso uno spettacolo di notevole interesse, affidato alla regia di Ersan Mondtag, alla direzione del maestro Manfred Honeck e a un cast complessivamente molto valido.
Ersan Mondtag ha trasferito l’ambientazione sul pianeta Marte, assumendo questa nuova collocazione quasi come un dato di partenza, senza preoccuparsi di giustificarla attraverso una puntuale trasposizione narrativa. L’idea ha comunque trovato un suo fondamento nel capriccio che sta all’origine dell’opera: un ricchissimo signore ha preteso che un’opera seria e una commedia venissero rappresentate contemporaneamente, affinché entrambe terminassero in tempo per consentire ai suoi ospiti di assistere ai fuochi d’artificio delle ore nove. Mondtag ha trasformato quel facoltoso padrone di casa in una sorta di miliardario del futuro, capace di trasferire il proprio privilegio fin sul pianeta rosso e di costruirvi un ambiente artificiale nel quale continuare a coltivare i propri capricci.
Proprio la sostanziale estraneità dell’ambientazione rispetto alla vicenda ha rappresentato, paradossalmente, uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo. Pur senza instaurare una corrispondenza stringente con ogni passaggio del libretto, la regia ha trovato una rara capacità di convivere con l’opera, rimanendole per certi versi estranea e al tempo stesso inserendosi con naturalezza nel suo meccanismo teatrale. Mondtag ha così trovato un deciso riscatto dopo l’assai deludente regia dei Pescatori di perle vista alla Staatsoper di Vienna, costruendo uno spettacolo intelligente e visivamente molto curato, nel quale non sono mancate trovate brillanti. Particolarmente riuscita è stata la costruzione dello spazio scenico, sostanzialmente unico per il Prologo e per l’opera vera e propria: un grande salone dalle linee volutamente artificiali, attraversato da aperture, livelli e prospettive differenti e dominato sul fondo dalla superficie marziana. Astronavi e altri elementi fantascientifici sono comparsi periodicamente all’orizzonte, mentre un accurato lavoro sulle luci ha modificato continuamente colore e temperatura dello spazio. Costumi, video e scenografia hanno così costruito un universo estetico coerente. Il Prologo è risultato la parte teatralmente più riuscita. Mondtag ha seguito con vivacità il continuo intrecciarsi dei personaggi, assecondandone le movenze febbrile e il progressivo precipitare degli eventi senza rendere confusa la lettura del palcoscenico. Più problematica è risultata invece l’opera vera e propria. La seconda parte si è fatta progressivamente più statica, anche per la volontà di sovrapporre alla vicenda ulteriori significati e azioni sceniche. La permanenza della compositrice all’interno dell’azione, il crescente intreccio fra quanto sarebbe dovuto appartenere alla rappresentazione e quanto sarebbe dovuto rimanerne esterno e soprattutto alcune insistite movenze e allusioni sessuali, per le quali una maggiore allusività sarebbe stata apprezzabile, hanno finito in diversi momenti per appesantire uno spettacolo che avrebbe tratto maggiore efficacia da una più severa economia di mezzi. Alcune di queste aggiunte sono apparse gratuite e fastidiose, incapaci di arricchire realmente la lettura e talvolta persino distraenti rispetto alla musica. Ne è risultata dunque una regia non priva di difetti, ma nel complesso riuscita.
Sul podio, il maestro Manfred Honeck ha proposto una lettura delicata e attentamente cesellata, sfruttando appieno le peculiarità della straordinaria orchestrazione di Strauss. Ariadne auf Naxos rappresenta infatti un caso particolarissimo nella produzione del compositore: dopo gli organici monumentali di opere come Salome ed Elektra, Strauss ha concentrato qui la propria scrittura in appena trentasei strumentisti, ottenendo tuttavia una tavolozza timbrica di ricchezza sorprendente, nella quale fiati, percussioni, pianoforte, celesta, harmonium e arpe acquistano una funzione quasi cameristica e possono, al momento opportuno, generare un volume sonoro assai superiore a quello che le dimensioni dell’ensemble lascerebbero immaginare. Il maestro Honeck ha impresso nel Prologo il giusto carattere incalzante, leggero ed energico, mantenendo vivo il gioco di rapide alternanze e accompagnando con precisione il fitto dialogo fra buca e palcoscenico.
Nella seconda parte la lettura si è fatta invece più raccolta e distesa, attenta soprattutto alla dimensione lirica della partitura e al rapporto con le voci. Honeck ha dimostrato una particolare sensibilità nell’accompagnamento, lasciando ai cantanti spazio e respiro e costruendo con loro un rapporto sempre molto saldo. È mancato forse, soprattutto nell’ultima parte dell’opera, quel surplus di tensione capace di sostenere fino in fondo un segmento drammaturgicamente più statico: la direzione ha perso leggermente mordente e ha faticato, verso la conclusione, a mantenere costantemente alta la soglia dell’attenzione. Ma si è trattato comunque di una lettura tutt’altro che banale o trascurata, professionalmente ineccepibile.
All’ottima prova del maestro Honeck si è aggiunta quella, altrettanto convincente, dei Wiener Philharmoniker. Forse il direttore non è sempre riuscito a imprimere all’orchestra quella forza propulsiva e quell’energia potente che hanno caratterizzato molte delle sue interpretazioni più riuscite, ma la compagine viennese ha risposto con un suono rotondo, ricco e sorprendentemente ampio, nonostante le dimensioni ridotte dell’organico. Particolarmente pregevoli sono risultati i fiati, nitidi e duttili nel delineare il carattere mutevole della scrittura.
La componente vocale, pur con una variazione importante rispetto a quanto inizialmente annunciato, ha saputo farsi apprezzare attraverso alcune individualità di notevole interesse.
La figura della compositrice, che Mondtag ha reso esplicitamente femminile, è stata affidata a Kate Lindsey, protagonista di una prova eccellente. La cantante americana ha brillato innanzitutto per le sue qualità vocali di prim’ordine, muovendosi con grande agilità attraverso una parte che richiede continui cambiamenti di accento e di colore. La voce ha mostrato notevole duttilità, passando dall’impeto quasi febbrile delle esplosioni del personaggio ai momenti di maggiore abbandono lirico e facendo apparire la compositrice via via contraddittoria e sfaccettata.
Il principale cambiamento rispetto al cast originariamente annunciato ha riguardato Ariadne. Elīna Garanča ha infatti rinunciato con largo anticipo alla produzione, spiegando di avere accettato inizialmente l’impegno con entusiasmo, ma di avere poi deciso, dopo un’attenta riflessione, di non aggiungere il ruolo al proprio repertorio. Al suo posto il Festival ha chiamato Christina Nilsson, che proprio con questa produzione ha compiuto il suo debutto salisburghese. La sostituzione ha permesso di ascoltare un soprano molto interessante, appartenente a una giovane generazione, ma già in possesso di una personalità interpretativa e vocale ben definita. Nilsson ha affrontato Ariadne con il giusto equilibrio fra nobiltà, malinconia e progressiva apertura emotiva. Vocalmente ha mostrato grande precisione, intonazione impeccabile e soprattutto un timbro ricco, corposo e voluminoso, capace di espandersi nello spazio senza perdere compattezza. La linea di canto è rimasta salda e controllata anche nei passaggi più esposti, mentre nei momenti più raccolti la cantante ha saputo concentrare il suono senza impoverirlo. Già apprezzata come Elisabeth nel recente Tannhäuser di Zurigo, Nilsson si è confermata dunque soprano di ottima pasta, sicuro, preparato e dotato di mezzi che rendono particolarmente interessante seguirne l’evoluzione.
Di notevolissimo livello è stata anche Ziyi Dai nel ruolo di Zerbinetta. La cantante ha affrontato il personaggio con leggerezza, energia e la necessaria frivolezza, senza trasformarlo mai in una caricatura. Alla brillantezza scenica ha corrisposto una vocalità di notevole qualità, agile e saldamente controllata. Il temibile registro acuto, sul quale Strauss non concede alcuna indulgenza, è stato affrontato con sicurezza e pulizia, così come le lunghe colorature della grande aria, mentre il registro centrale ha conservato corpo e consistenza, evitando che la parte si riducesse a una semplice esibizione virtuosistica. Una prova vocalmente sorprendente.
Nel comparto maschile si è fatto apprezzare innanzitutto Christoph Pohl nel ruolo del Maestro di musica. Il baritono ha mostrato una linea di canto distesa e ben emessa, morbida, ma al tempo stesso risoluta, sostenuta da intonazione precisa e da una presenza scenica autorevole. Ne è risultata una caratterizzazione sicura e ben delineata, particolarmente efficace nel Prologo, dove il personaggio costituisce uno dei principali punti di equilibrio nel caos che progressivamente invade la preparazione dello spettacolo.
Eric Cutler ha invece affrontato la temibile parte del Tenore/Bacco, chiudendo l’opera con una prova di sicuro interesse. L’emissione non è risultata sempre completamente distesa, ma nel complesso, tuttavia, Cutler ha potuto contare su una vocalità ampia e sontuosa, adeguatamente eroica, e su una caratterizzazione scenica coerente con l’impostazione dello spettacolo.
Molto ben assortito è risultato anche il resto del cast. Jonas Hacker ha conferito al Maestro di ballo vivacità e un’efficace mobilità scenica, partecipando con naturalezza al ritmo vorticoso del Prologo; Johannes Silberschneider, unico interprete chiamato a sostenere un ruolo esclusivamente parlato, ha dato al Maggiordomo autorevolezza e incisività. La compagnia di Zerbinetta (Leon Košavić come Arlecchino, Michael Porter come Scaramuccio, Lukas Enoch Lemcke come Truffaldino e Theodore Browne come Brighella) si è mostrata compatta e ben equilibrata, riuscendo a conservare la leggerezza e la brillantezza richieste alla componente della commedia dell’arte. Anche Blaž Stajnko e Fabian-Jakob Balkhausen hanno completato con efficacia il movimentato quadro del Prologo rispettivamente come Parrucchiere e Lacchè.
Eccellenti sono state infine le tre ninfe, Jasmin Delfs, Anja Mittermüller e Marlene Metzger, rispettivamente Naiade, Driade ed Eco. Le tre cantanti hanno trovato un equilibrio particolarmente felice, fondendo le voci in un impasto leggerissimo ed etereo, di grande precisione e omogeneità. Gli interventi sono emersi con naturalezza dalla trama orchestrale, conservando quella qualità sospesa e quasi irreale che Strauss ha affidato al terzetto. Vocalmente impeccabili e perfettamente amalgamate, hanno costituito uno degli elementi più raffinati della seconda parte.
Nel complesso, questa nuova Ariadne auf Naxos ha offerto dunque uno spettacolo certamente non convenzionale, non sempre risolto in ogni sua componente, ma ricco di elementi attrattivi. Un’Ariadne imperfetta, ma intelligente, capace di suscitare discussione senza rinunciare alla qualità musicale e, proprio per questo, complessivamente molto interessante.



