Prokofiev e Tchaikovsky • Chailly
- Lorenzo Giovati
- 31 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Milano, Teatro alla Scala. 19 Gennaio 2026.
Una Scala in grande spolvero ha accolto, come da tradizione, l’inaugurazione della stagione della Filarmonica della Scala, giunta quest’anno alla sua quarantaquattresima edizione. Un appuntamento che assume un valore particolare, trattandosi dell’ultima inaugurazione sotto la guida del maestro Riccardo Chailly in qualità di direttore principale dell’orchestra.
Il programma si è aperto con il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Prokofiev, affidato al talento artistico di Alexandre Kantorow. Chailly ha proposto una direzione accurata e analitica, attentissima al dettaglio strumentale e animata da una sottile ironia musicale, ben aderente allo spirito della partitura. Le percussioni sono risultate particolarmente in evidenza, sempre nitide e incisive, mentre il secondo movimento si è distinto per un carattere più morbido e raccolto, ben sostenuto da un accompagnamento orchestrale trasparente e controllato.
Kantorow, dal canto suo, ha conquistato immediatamente per la qualità del tocco: morbidissimo, naturale, di grande raffinatezza. Alla straordinaria velocità e a una tecnica solidissima egli non sacrifica mai la dimensione espressiva, riuscendo a mantenere una tensione musicale costante e un fraseggio sempre eloquente. Il suo pianismo ha colpito soprattutto per la capacità di rendere il suono duttile e cantabile anche nei passaggi più impervi, a dimostrazione una maturità interpretativa non comune. Applauditissimo dal pubblico, il pianista ha concesso come bis il Liebestod di Isotta dal Tristan und Isolde di Wagner nella celebre trascrizione di Liszt, affrontato con nobile abbandono e con grande controllo del respiro musicale.
La seconda parte della serata è stata dedicata alla Quarta Sinfonia di Tchaikovsky. Il maestro Chailly ha optato per una lettura complessivamente distesa, tesa, ma mai eccessivamente dinamica, improntata a un rigoroso controllo dei tempi. Non sono mancati alcuni guizzi interpretativi e alcuni accenti, soprattutto nel terzo movimento, ma l’approccio è rimasto nel complesso prudente, diligente e mai realmente sorprendente. Il primo movimento è risultato il più convincente: fluido, curato nei dettagli, ben calibrato sul piano dinamico e capace di restituire una tensione lirica efficace. Il secondo movimento è apparso invece leggermente privo di quella malinconica cantabilità che avrebbe potuto renderlo più incisivo. Ben costruito il terzo movimento, mentre il finale, pur energico, ha mancato di quella furia trascinante che dovrebbe portare la sinfonia a una conclusione realmente travolgente.
La Filarmonica del Teatro alla Scala ha offerto una prova complessivamente molto buona nella prima parte del concerto, con un suono vario, duttile, potente e penetrante, capace di adattarsi con flessibilità alle esigenze timbriche di Prokofiev. Nella seconda parte, tuttavia, la resa complessiva, in particolare degli ottoni, è risultata niente affatto inappuntabile. Le trombe si sono distinte quasi esclusivamente per la potenza sonora, senza però un’adeguata modulazione del suono, spesso ruvido, instabile nell’intonazione, penetrante fino a risultare fastidioso. Un suono poco rifinito e completamente privo di rotondità. Non molto meglio i tromboni, leggermente meno instabili ma comunque lontani da una reale morbidezza timbrica. A compensare parzialmente questo squilibrio è intervenuta una sezione degli archi di altissimo livello, compatta, omogenea e sempre sorvegliata nel fraseggio, capace di garantire continuità e qualità al tessuto orchestrale anche nei momenti più problematici.
Nel complesso un concerto piacevole, in cui una prima parte, di alto livello, ha nettamente prevalso su una seconda parte, più diligente che ispirata. Un’inaugurazione che non ha entusiasmato, ma comunque di buon livello e molto apprezzata dal pubblico.














