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Nabucodonosor • Lanzillotta

Lorenzo Giovati
14 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Parma, Teatro Regio. 3 Ottobre 2026.

Dopo i due felici esordi di Alzira e Aida, il Festival Verdi 2026 ha conosciuto con Nabucodonosor, tornato il 3 ottobre al Teatro Regio di Parma, un inatteso arretramento. Se infatti le precedenti produzioni avevano trovato nella coerenza fra la concezione scenica e la realizzazione musicale una delle chiavi del loro successo, nell’occasione è mancato anzitutto uno spettacolo capace di imporsi come sintesi unitaria e riconoscibile fra la narrazione orchestrale, la componente vocale e la rappresentazione scenica.


È invero assai difficile spiegare per quali ragioni una messa in scena che, sulla carta, disponeva di tutti i requisiti per raggiungere un esito teatrale pienamente soddisfacente, potendo contare su professionisti affermati e di indubbio valore, non sia riuscita ad andare oltre la mera esibizione delle singole individualità artistiche, senza tradursi in uno spettacolo corale e coinvolgente. Tale comprensione è ancor più preclusa a chi, accostandosi allo spettacolo da appassionato, non dispone degli strumenti necessari per indagare le ragioni tecniche per cui la somma di elementi, individualmente considerati di valore, non abbia prodotto un risultato all'altezza delle aspettative.


Ciò che l’appassionato può però registrare è di aver assistito a uno spettacolo frammentario, scarsamente coinvolgente e privo di una caratura interpretativa riconoscibile. La dimostrazione plastica ne è stata l’esecuzione del coro «Va, pensiero», che, nonostante la consueta bravura del Coro del Teatro Regio di Parma, non ha suscitato una sola richiesta di bis, certificando la tiepida temperatura emotiva della serata e segnando l’interruzione di una tradizione le cui origini affondano nel profondo della memoria.


Non ha in ciò aiutato la regia del maestro Pizzi, la quale ha ospitato con la consueta eleganza l’azione scenica, offrendo però ad un racconto musicale già di per sé carente di una vera caratterizzazione, uno spazio scenico generico, statico e privo di una precisa identità teatrale. Uno spazio, in altre parole, che avrebbe dovuto essere diversamente riempito, ma che tale non è stato, evidenziando in tal modo, insieme ai suoi pregi estetici, anche i suoi limiti narrativi. Tali limiti non sono poi stati sufficientemente compensati, né dai costumi, non propriamente e non sempre raffinati, né dalla gestualità scenica, anch’essa alcune volte scontata e goffa.


Il versante musicale, per parte sua, non è riuscito a qualificare in modo significativo la serata. Il maestro Francesco Lanzillotta è certamente un musicista sensibile e un concertatore esperto. Anche in questa occasione, quindi, la sua direzione ha rivelato un’attenzione costante al rapporto con le voci. Egli ha seguito con cura il palcoscenico, ha lavorato sugli interventi del coro, ha cercato di articolare le frasi e di differenziare i diversi episodi. A questa meticolosità del gesto non ha però corrisposto un risultato esecutivo altrettanto caratterizzato. La sua lettura è apparsa spesso poco incalzante, certamente concertata con ordine, ma senza trasformarsi in percettibile tensione. Molti episodi hanno proceduto con una regolarità emotivamente asettica.


L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha contribuito solo in parte a dare rilievo a questa lettura. Gli archi hanno garantito una base complessivamente solida e gli ottoni hanno mostrato una tenuta migliore rispetto ad altre serate, così come le percussioni hanno svolto il proprio compito con precisione. Più problematica è risultata la sezione dei legni, spesso aggressiva nell’emissione e poco incline alla sfumatura. Il limite è emerso con particolare evidenza nel Va’, pensiero. L’inizio è stato segnato da un accompagnamento orchestrale che ha sottratto spazio al coro.


Al centro della compagnia, Ariunbaatar Ganbaatar ha affrontato il personaggio di Nabucodonosor, disponendo di un materiale vocale di indubbia ricchezza. La voce è ampia e fluida, ma allo stesso tempo è anche persistentemente volta alla declamazione stentorea. Il tono non di rado forzato, usato sin dall’esordio in scena e quasi sempre mantenuto, non gli ha consentito quindi di rendere in modo adeguato la dimensione regale del personaggio, come anche la sua dimensione ripiegatamente umana, riducendolo a un cattivo di maniera, privo di una sua propria definizione. Nulla vi è stato di quella nobiltà di canto che la grande tradizione interpretativa del ruolo ha dimostrato essere essenziale proprio per renderne credibile il percorso pubblico e privato di Nabucodonosor.


Più interessante è stata indubbiamente la Abigaille di Lidia Fridman. La voce ha conservato un colore personale e penetrante, mentre la presenza scenica, imponente e magnetica, ha dato immediata evidenza al personaggio. Fridman ha mostrato una comprensione della parola e una cura del fraseggio certamente apprezzabili, cercando accenti diversificati e mantenendo una certa attenzione alla costruzione delle frasi. È rimasta tuttavia l'impressione un’ottima interprete, ma che fatica a fare i conti con una vocalità piuttosto spigolosa. Ne è emersa una protagonista professionalmente solida e scenicamente forte, ma non pienamente incisiva sul piano emotivo.


Su tutt’altro livello si è elevato lo Zaccari di Michele Pertusi, che ha costituito il punto di maggiore compiutezza vocale della serata. La voce ha conservato solidità e nobiltà di emissione, ma è stato soprattutto il fraseggio a ricordare cosa significhi trasformare la parola verdiana in vera interpretazione. Il suo Zaccaria è apparso forse più paterno che profetico, meno imperioso di quanto altre letture del ruolo abbiano proposto, ma questa scelta ha avuto una propria coerenza e ha confermato la statura di un artista capace di governare il personaggio senza ricorrere a effetti di maniera.


Molto meno persuasivo è parso invece Andrés Moreno García come Ismaele. Il colore vocale è risultato poco seducente e l’emissione non sufficientemente rifinita.


Una valutazione differente merita invece Laura Verrecchia, la quale ha affrontato la parte in condizioni evidentemente difficili, in quanto afflitta nell’ultima parte della recita da una insistente tosse, udibile anche fuori scena. La Verrecchia ha tuttavia portato a termine la prova con serietà e notevole determinazione, amministrando il mezzo senza cedere alla tentazione di forzarlo, e venendo a capo bene dell’aria Oh dischiuso è il firmamento. Il timbro ha mostrato qualità interessanti e, nelle condizioni date, la tenuta complessiva è apparsa più che dignitosa.


Di alto livello, come ormai abitualmente, il Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. La compagine ha mostrato coesione, precisione e duttilità, affrontando una parte che in Nabucco non rappresenta un semplice elemento ornamentale, ma uno dei veri protagonisti dell’opera. Se persino una formazione di tale qualità è apparsa meno trascinante del consueto, la responsabilità è sembrata risiedere più nell’assetto complessivo della serata che nella sua prestazione.


Al termine dello spettacolo non sono mancati gli applausi, frammisti a qualche segno di dissenso, che hanno però suggellando una fine tiepida di uno spettacolo che ha mantenuto meno di quello che aveva promesso.


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