Nabucodonosor • Chailly
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 6 min
Milano, Teatro alla Scala. 19 Maggio 2026.
Verdi è da sempre un elemento imprescindibile delle programmazioni operistiche del Teatro alla Scala. Lo è per storia, per vocazione, per identità musicale e culturale. In particolare, quest’anno, dal momento che la Prima del 7 dicembre è stata affidata, con scelta coraggiosamente legittima, a Dmitri Shostakovich e alla sua Lady Macbeth del distretto di Mcensk, offrendo agli appassionati un titolo diverso dal consueto grande repertorio italiano. Il ritorno verdiano di maggio ha quindi assunto un peso particolare. In un cartellone nel quale la serata inaugurale ha rinunciato a far felici gli appassionati verdiani, il Nabucodonosor (alias Nabucco), diretto dal maestro Riccardo Chailly è apparso fin da subito come uno degli appuntamenti più attesi della stagione.
A rendere ancora più forte l’attesa ha contribuito anche la scelta del cast, certamente di prim’ordine, tale da evocare per qualità e prestigio una serata di Sant’Ambrogio. Il livello complessivo degli interpreti e la serietà dell’operazione hanno inoltre scongiurato ogni rischio di ridurre Verdi a prodotto "commerciale", come talvolta è accaduto anche alla Scala in tempi non lontani, quando titoli popolarissimi del repertorio sono stati affrontati con minore profondità di scavo filologico e con una qualità musicale più superficiale. In questo caso, invece, l’impostazione ha avuto il pregio di una serietà indubbia, percepibile già dalla locandina: Nabucodonosor al posto del più abituale Nabucco, e soprattutto la scelta, filologicamente interessante e musicalmente preziosa, di riproporre i rarissimi ballabili del terzo atto, quasi sempre espunti dall’esecuzione dell’opera, come se di questo titolo verdiano dovesse sopravvivere soltanto il "Va, pensiero".
Raffinata ed elegante è stata la concertazione del maestro Riccardo Chailly, qui alle prese con il suo ultimo Verdi da direttore musicale del Teatro alla Scala, almeno sul versante operistico, prima della Messa da Requiem prevista per il prossimo mese di ottobre. Il maestro Chailly non ha mai nascosto il proprio incondizionato interesse per il cosiddetto “primo Verdi”, esplorandone spesso la drammaturgia e il linguaggio anche in occasioni particolarmente solenni. La sua direzione ha brillato per cura dell’insieme, nitidezza dei piani sonori e coerenza di disegno, con scelte agogiche generalmente meditate e plausibili, sebbene talvolta segnate da qualche indugio eccessivo nei tempi più distesi. La sua idea interpretativa è emersa con chiarezza: sottrarre il primo Verdi al cliché di una scrittura sanguigna e irruente, per ricondurlo invece a una dimensione più nobile e rifinita. È una prospettiva intellettualmente fondata, soprattutto considerando la statura del maestro Chailly, non solo come interprete, ma anche come studioso del repertorio verdiano. Tuttavia, proprio questa ricerca di raffinatezza ha finito talvolta per attenuare quella spinta teatrale, quella forza che in Nabucodonosor appartiene alla natura stessa della partitura. Ciò non ha compromesso, né la tenuta dell’opera, né la sua drammaticità interna. Si è trattato, anzi, di una direzione seria, pensata, sorvegliatissima e lontana da ogni effetto. Nei momenti più esuberanti della scrittura Il maestro Chailly ha saputo comunque imprimere slancio, mantenendo sempre un rapporto attentissimo con il palcoscenico. Eccellente, in particolare, è stato il sostegno offerto alle voci.
Chailly ha potuto contare su un’Orchestra del Teatro alla Scala in splendida forma. Gli archi hanno offerto un velluto sonoro di grande pregio, gli ottoni hanno mostrato compattezza e rotondità, le percussioni sono state precisissime, i fiati hanno confermato una qualità di fraseggio, degna delle migliori serate scaligere.
Il Coro del Teatro alla Scala, preparato magnificamente dal maestro Alberto Malazzi, ha riconfermato la propria eccellenza per coesione, potenza sonora, compattezza di emissione e chiarezza di accento.
Sul palcoscenico il versante vocale ha convinto.
Su tutti si è imposto Luca Salsi, eccellente Nabucodonosor. La sua prova ha avuto il merito di evitare, tanto la genericità del baritono autoritario, quanto l’enfasi esteriore del sovrano travolto dal proprio delirio. Salsi ha costruito un personaggio emotivamente partecipe, ricco di inflessioni, capace di rendere credibile, tanto la ferocia del potere, quanto la fragilità dell’uomo. Il fraseggio è stato cesellato con cura, mai lasciato alla sola imponenza del mezzo vocale. Vocalmente la prova è stata inappuntabile, con un'emissione salda, timbro incisivo, intonazione sicura, nessun cenno di stanchezza o di cedimento lungo una parte che richiede autorità, resistenza e duttilità espressiva.
Anna Netrebko, nel ruolo di Abigaille, ha offerto, a sua volta, una prova di grande rilievo, non soltanto per quelle doti innate di artista e di interprete che le consentono di catturare magneticamente l’attenzione scenica, ma anche per una tenuta vocale che continua a sorprendere. Netrebko ha affrontato la parte con mezzi imponenti, esibendo gravi di notevole corpo, che hanno rafforzato l’incisività del personaggio, e acuti affrontati con sicurezza. Nei filati e nei passaggi più distesi ha saputo inoltre introdurre una componente più morbida evitando di ridurre Abigaille a pura macchina di furore. La sua è stata una prova applaudita con entusiasmo e pienamente meritevole del successo ricevuto.
Michele Pertusi, nel ruolo di Zaccaria, ha confermato ancora una volta la nobiltà di un canto fondato su misura e consapevolezza stilistica. La parte, tra le più insidiose del primo Verdi, non soltanto per l’estensione e per l’autorevolezza richieste, ma per la necessità di coniugare solennità profetica, accento religioso e sostegno vocale costante, è stata affrontata da Pertusi con emissione sicura e naturale eleganza che appartiene ai cantanti di vera tradizione. Il suo Zaccaria non ha cercato l’imponenza granitica, ma ha preferito una linea più composta, ottenendo comunque unanimi consensi.
Bravissimo è stato anche Francesco Meli nei panni di Ismaele. In un ruolo spesso considerato di minore centralità drammatica, Meli ha saputo invece imprimere una qualità vocale e interpretativa di primissimo ordine. La voce ha mostrato una freschezza timbrica notevole, unita a sicurezza di emissione, controllo del vibrato e precisione d’intonazione. Ma ciò che più ha colpito è stata la ricchezza del fraseggio, ormai merce rarissima in molti cantanti. Meli ha scolpito la parola con un lavoro di cesello finissimo, dando pieno valore alle doppie, alle consonanti, alla chiarezza dell’articolazione, e così rendendo perfettamente comprensibile il testo cantato senza mai sacrificare la linea melodica.
Ha convinto anche la Fenena di Veronica Simeoni, che ha portato al personaggio equilibrio, sensibilità scenica e partecipazione espressiva. La sua Fenena è stata tratteggiata con misura, restituendo la dimensione più raccolta del personaggio.
Hanno completato il cast con eccellente professionalità Simon Lim, autorevole Gran Sacerdote, Haiyang Guo, preciso Abdallo, e Laura Lolita Perešivana, Anna.
Meno convincente è risultata invece la regia di Alessandro Talevi, al suo debutto scaligero. Il suo spettacolo non ha offerto una chiave di lettura particolarmente affascinante e innovativa dell’opera. È parso più un efficace arredamento di palcoscenico, visivamente d’impatto in alcuni momenti, non sostenuto però da una vera profondità interpretativa. Le strutture sceniche si sono ripetute nel corso dell’opera, accompagnando la trama con correttezza, ma senza aggiungere elementi di reale scavo, né nella partitura, né nella vicenda, né men che meno nelle tematiche religiose, politiche e identitarie che il titolo inevitabilmente porta con sé. Gli elementi ricorrenti hanno definito in modo abbastanza schematico i due mondi contrapposti: sul fronte degli ebrei è tornata una cupola in stile Pantheon, mentre sul versante babilonese si è imposta una sorta di stilizzata torre di Babele, scenicamente efficace, ma concettualmente non sviluppata. Alcune idee hanno lasciato perplessità anche sul piano iconografico, come Nabucco che percorre il palcoscenico su una fune. Di indubbio effetto sono stati i cavalli che formavano la biga di Nabucco, così come il teatrino che ha ospitato i ballabili che il regista ha voluto ricondurre alla storia di Semiramide. Tuttavia, anziché affidare tale riferimento alla scena, ai balli o ai costumi, ha scelto di scriverlo semplicemente sul sipario, senza giustificare la scelta.
La regia, dunque, è apparsa alterna. Non ha disturbato l’opera, non l’ha tradita, non ha imposto sovrastrutture arbitrarie; ma allo stesso tempo non è riuscita a trasformarsi in una lettura davvero significativa. È rimasta a un livello medio, con alcune intuizioni d’effetto e altre più nebulose.
L’esito di questo Nabucodonosor sembrava annunciato ancora prima che si alzasse il sipario: un trionfo per tutti. E così è stato. Gli applausi sono stati convinti e meritati. Resta l’impressione di uno spettacolo indubbiamente di qualità, ben fatto, pensato per soddisfare il pubblico più esigente e capace di offrire una serata musicalmente importante, ma non tale da offrire nulla di più di un'eccellente esecuzione. È mancata una prospettiva ulteriore, una necessità di rendere più complessa l'opera, la capacità di trasformare una grande esecuzione in un evento realmente memorabile. Non è bastata la semplice sommatoria di eccellenze, per quanto altissime. I singoli elementi, infatti, sono stati spesso di grande valore, eppure è rimasta la sensazione che tali componenti, pur così pregevoli, non si siano sempre fusi in un organismo teatrale davvero unitario. Perché una produzione possa diventare davvero “uno spettacolo”, nel senso più pieno del termine, occorre che i singoli fattori, per quanto qualitativamente eccellenti, non restino soltanto accostati, ma trovino una necessità comune e una coesione profonda. In questo Nabucodonosor la qualità della somma è stata altissima; meno evidente, però, è stata la forza dell’insieme. È stato dunque un grande spettacolo, ma non uno spettacolo memorabile. Ha soddisfatto, ha strappato applausi meritati, ha confermato la serietà dell’operazione e l’eccellenza di molti suoi protagonisti, ma ha lasciato anche la sensazione che, per imprimersi davvero nella memoria, Verdi abbia bisogno, non solo di grandi nomi e grandi mezzi, ma di un’idea capace di far coincidere musica, scena e dramma in un unico insieme.




























