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Alzira • Conlon

Lorenzo Giovati
5 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Parma, Teatro Regio. 1 Ottobre 2026.

Il Festival Verdi 2026 si è aperto il 1° ottobre al Teatro Regio di Parma con Alzira, una scelta pienamente coerente con quella vocazione alla riscoperta che costituisce da sempre uno dei tratti più preziosi della manifestazione. Fra i titoli meno frequentati del catalogo verdiano, l’opera ha continuato a scontare una reputazione assai più severa di quanto la sua musica meriti. A determinarne i limiti è soprattutto il libretto di Salvadore Cammarano, che ha condensato la vicenda in un tessuto drammaturgico sbrigativo, talvolta schematico e comunque poco incline all’approfondimento psicologico. Verdi vi ha risposto con una partitura relativamente breve e forse più interlocutoria di altre composte dello stesso periodo, ma tutt’altro che priva di energia teatrale, di invenzione melodica e di efficacia.


Proprio per questo la scelta di riportarla al centro dell’attenzione è apparsa molto interessante. Il nuovo allestimento ha restituito Alzira senza scontare complessi d’inferiorità rispetto ai titoli più celebrati e ne ha fatto nascere uno spettacolo solido, intelligente e di forte presa teatrale, accolto, al suo termine, da un consenso caloroso.


Il contributo più originale è arrivato dalla regia di Manuel Renga, che ha affrontato la relativa esilità psicologica dell’opera, evitando opportunamente di limitarsi a illustrarne la vicenda. Anziché cercare una profondità che il libretto concede solo in parte, Renga ha costruito attorno ai personaggi una trama di simboli religiosi e politici che ne ha precisato rapporti, appartenenze e conflitti. Il potere, la fede e l’identità sono così diventati elementi visibili dell’azione.


Particolarmente efficace si è rivelato il motivo del girasole, legato al mondo degli Inca, ma trasformato visivamente quasi in un ostensorio: un’immagine semplice, immediatamente leggibile, che ha anticipato la dimensione religiosa del finale e la conversione di Zamoro e Alzira. Altrettanto significativa è risultata la caratterizzazione di Gusmano, presentato come un uomo brutalmente sedotto dall’autorità, capace di maneggiare e quasi dileggiare i propri attributi di potere mentre proclama l’insufficienza del dominio politico di fronte al desiderio frustrato di possedere Alzira. La simbologia non ha quindi costituito un apparato decorativo sovrapposto alla vicenda, ma uno strumento concreto per dare maggiore spessore ai rapporti fra i personaggi.


A questa concezione hanno contribuito efficacemente anche le scene e i costumi di Aurelio Colombo e soprattutto le luci di Emanuele Agliati, che hanno modellato lo spazio con ombre e immagini di notevole suggestione. Renga non ha inoltre attenuato la componente più brutale della vicenda, ovvero la guerra, lasciando sul palcoscenico segni riconoscibili di devastazione e di sofferenza. Il risultato è stato uno spettacolo dotato di una precisa identità visiva, ma mai tanto insistita da sopraffare la musica. I calorosi applausi tributati alla squadra creativa hanno confermato la piena riuscita dell’operazione.


Sul versante musicale, il maestro James Conlon ha offerto una lettura energica e fortemente teatrale. Il maestro ha affrontato una partitura nuova nel proprio repertorio con la sicurezza di una lunga esperienza e ne ha messo in rilievo anzitutto l’impulso drammatico. La sua direzione ha avuto nerbo, tensione e una pulsazione costantemente vigile, senza però ridurre la musica a una successione di effetti perentori. Nei passaggi più lirici ha saputo alleggerire la trama orchestrale e trovare colori più morbidi.


A tale risultato ha contribuito in misura decisiva la Filarmonica Arturo Toscanini, protagonista di una prova particolarmente felice. Rispetto ad altre occasioni nelle quali l’orchestra aveva lasciato emergere qualche disomogeneità, questa volta il suono è apparso compatto e ben rifinito. Gli archi hanno mostrato duttilità e una morbidezza non scontata, gli ottoni si sono distinti per solidità d’intonazione e controllo, i legni per precisione degli interventi.


Straordinario, come sempre, il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, che ha affrontato la prova con grande compattezza, precisione e professionalità.


Nel ruolo del titolo, Marta Torbidoni ha affrontato la recita nonostante fosse stata annunciata indisposta e ha portato a termine la serata con notevole capacità. La circostanza ha reso ancora più apprezzabile una prova che, al netto di qualche comprensibile segno di fatica (soprattutto nella seconda parte), ha conservato qualità vocali indiscutibili. Il timbro, personale e riconoscibile, ha avuto una consistenza più corposa rispetto a quella di un soprano lirico-leggero tradizionalmente inteso e ha dato ad Alzira una presenza vocale decisa. Particolarmente curati sono risultati anche il rapporto con la parola e il fraseggio.


Antonio Poli ha prestato a Zamoro un mezzo di notevole consistenza. La voce, ampia e ben proiettata, ha mostrato un colore pregevole, un’emissione pulita e una grande sicurezza d’intonazione; qualità che gli hanno consentito di affrontare con autorevolezza il ruolo. Il fraseggio ha restituito con partecipazione l’impeto del personaggio, anche se proprio la generosità del mezzo lo ha condotto talvolta verso un canto talvolta uniforme nelle dinamiche. La prova è rimasta comunque vocalmente importante e saldamente padroneggiata.


Meno convincente è apparso Daniel Luis de Vicente nei panni di Gusmano. Il materiale vocale non è mancato e l’intonazione è rimasta sostanzialmente sicura, ma il canto è risultato spesso stentoreo e poco rifinito. L’emissione ha faticato a distendersi, il fraseggio è apparso frammentario e la respirazione è stata talvoltarumorosa. Se una certa durezza poteva persino accordarsi alla caratterizzazione scenica di un Gusmano brutale e incapace di misurare il proprio potere, sul piano strettamente vocale la prova è rimasta eccessivamente opaca.


Corretti e professionalmente solidi gli interventi delle parti di fianco, da Alessio Cacciamani come Alvaro ad Agostino Subacchi nei panni di Ataliba, con Federico Bonghi, Erica Cortese e Long Ning rispettivamente Ovando, Zuma e Otumbo.


Ne è uscita un’Alzira capace, non soltanto di rivendicare il proprio posto nel catalogo verdiano, ma di aprire il Festival con uno spettacolo compiuto, vitale e pienamente riuscito.


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