Aida • Mengoli
Busseto, Teatro Verdi. 2 Ottobre 2026.
Un’Aida in miniatura, ma senza nulla di piccolo.
Il secondo titolo del Festival Verdi 2026 ha riportato il 2 ottobre l’opera di Verdi al Teatro Giuseppe Verdi di Busseto, quella bomboniera che costituisce da sempre uno dei luoghi più preziosi e significativi della manifestazione. È tornato così, a venticinque anni dalla sua creazione per il Centenario Verdiano del 2001, lo storico allestimento di Franco Zeffirelli, ripreso da Stefano Trespidi: una produzione nata dalla sfida di costringere uno dei massimi emblemi del grand-opéra verdiano entro uno spazio scenico di pochi metri e ancora oggi capace di trasformare quella costrizione nella propria principale virtù.
Zeffirelli ha creato uno spettacolo in cui ogni porzione del piccolo palcoscenico è stata utilizzata per creare profondità, moltiplicare i piani dell’azione e suggerire dimensioni ben maggiori di quelle reali. Scene, masse e movimenti sono stati organizzati con una precisione quasi miniaturistica, senza lasciare zone inerti e senza produrre quella sensazione di congestione che un titolo simile avrebbe facilmente potuto generare in un teatro tanto raccolto. I continui mutamenti scenici, che hanno richiesto tre intervalli, hanno restituito la complessità visiva dell’opera senza convertirla in un esercizio di sovraccarico decorativo.
La regia ha mostrato la propria qualità soprattutto nella cura dei rapporti fra i personaggi. Zeffirelli ha introdotto gesti assenti dalle indicazioni verdiane, ma utili a definire con immediatezza le relazioni sceniche, come il bacio fra Amneris e Radamès. Particolarmente efficace anche la soluzione adottata durante la marcia trionfale: invece di mostrare il passaggio dell’esercito, l’attenzione si è concentrata sul dolore di Aida, disperata per il suono della celebrazione della vittoria egizia sul proprio popolo. Sono dettagli che hanno sottratto l’allestimento alla semplice illustrazione della vicenda e ne hanno confermato, a venticinque anni dal debutto, l’intelligenza teatrale del grande maestro.
Se la scena ha imposto la miniaturizzazione, la buca ha posto un problema analogo. Il maestro Giuseppe Mengoli ha risolto il dilemma con una direzione magistrale, che non ha affatto trasformato la riduzione dell’organico in una riduzione delle sonorità e dei dettagli, di cui la partitura è costellata. La sua è stata una direzione di raro livello, non per qualche effetto isolato, ma per la continuità con cui ha sottoposto ogni elemento dell’esecuzione a un preciso pensiero interpretativo. Tempi, attacchi, dinamiche, transizioni e rapporti fra le sezioni sono apparsi inseriti in una concezione unitaria, nella quale nulla è stato affidato all’automatismo della tradizione esecutiva.
Mengoli non ha cercato, né l’originalità forzata, né la rassicurante riproduzione di formule sedimentate. Ha letto invece Aida come una partitura nella quale il dettaglio nasce prima di tutto dalla qualità del suono e dalla capacità di graduare le tensioni orchestrali. I grandi episodi collettivi hanno avuto slancio e imponenza, mentre le pagine più raccolte hanno trovato trasparenza, morbidezza e una diversa qualità del suono. Da questa continua differenziazione sono emersi con particolare evidenza i colori della partitura: la dimensione sacrale, la violenza militare e l’intimità amorosa hanno posseduto ciascuno una precisa fisionomia sonora.
Particolarmente notevole è apparso il lavoro compiuto sulla Filarmonica Arturo Toscanini. Le dimensioni della buca hanno imposto una compagine, soprattutto negli archi, assai più contenuta rispetto a quella normalmente associata ad Aida. Il maestro Mengoli ha lavorato sulla compattezza del suono e sugli equilibri. Gli archi hanno acquistato corpo attraverso la coesione della linea, mantenendo una sonorità piena senza perdere elasticità. Raffinata la sezione dei legni, mentre quella degli ottoni ha suonato particolarmente bene, segno di un ottimo lavoro preparatorio.
Mengoli ha seguito con grande attenzione il palcoscenico, sostenendo le voci senza coprirle e adattando con precisione tempi e dinamiche alle esigenze del canto. La partitura ha così conservato sia la sua dimensione monumentale, sia quella più intima e raccolta dei rapporti fra i personaggi, tenute insieme da una direzione capace di pensare l’opera come organismo unitario nonostante le difficoltà imposte dalle contenute dimensioni della sala.
Ne è emersa una lettura di rara maturità e di estrema profondità, tanto più significativa per un direttore così giovane. Il maestro Mengoli ha trasformato una produzione già teatralmente preziosa in uno spettacolo musicalmente compiuto e di commovente intensità, offrendo una lettura autenticamente verdiana, che non ha fatto rimpiangere in nulla le direzioni storicamente più rilevanti di questa magnifica partitura.
A questa concezione ha risposto una compagnia di canto giovane e complessivamente molto valida. Federica Vitali, al debutto nel ruolo del titolo, ha delineato un’Aida vocalmente ricca e scenicamente credibile. Il timbro ha mostrato un colore ambrato, pieno e sostenuto da un’emissione salda e da acuti sicuri nell’intonazione. Il pregio maggiore è consistito nella varietà dell’accento. La Vitali non ha affidato il personaggio a una generica intensità drammatica, ma ha differenziato con cura i vari sentimenti di Aida, mantenendo sempre leggibile la parola e modellando la linea con naturalezza. Il fraseggio è risultato elegante e partecipe, il vibrato controllato, la presenza scenica naturale. Ne è uscita un’Aida femminile e vulnerabile senza essere fragile, capace di conservare nobiltà anche nei momenti di maggiore tensione. Una prova molto promettente.
Vincenzo Costanzo, annunciato indisposto prima dell’inizio, ha affrontato comunque il proprio debutto come Radamès e per buona parte della serata è riuscito a contenere gli effetti del suo contingente problema vocale. Dal terzo atto la difficoltà è diventata però più evidente, ma il tenore, con lodevole generosità, ha scelto di portare a termine la recita, amministrando il mezzo con notevole intelligenza e senza ricorrere a forzature che avrebbero potuto compromettere ulteriormente l’emissione. Costanzo ha continuato a costruire il personaggio con determinazione, fino a trovare quasi una singolare consonanza con lo stesso Radamès: un guerriero che, nel finale, tenta ancora di opporsi con tutte le proprie forze al destino che lo sta chiudendo nella tomba. Anche sul piano strettamente vocale sono emerse qualità interessanti: un timbro educato, una linea ben modulata, un'attenzione alla parola e una capacità, nonostante l’indisposizione, di mantenere un suono ancora saldo e controllato. La professionalità di un interprete si misura anche nella capacità di comprendere fin dove possa spingersi il proprio strumento, di adattarlo alle circostanze e, quando e se possibile, di non sottrarsi all’impegno assunto con il pubblico. Costanzo lo ha fatto con coraggio, lucidità e grande rispetto per il teatro. Gli applausi particolarmente affettuosi ricevuti al termine hanno riconosciuto proprio questo: non soltanto la prova artistica, ma la generosità e la determinazione con cui ha sostenuto fino alla fine un debutto reso assai più arduo dall’indisposizione.
Teresa Iervolino ha delineato un’Amneris di grande intelligenza musicale e scenica, aristocratica nel portamento, fiera nell’accento e capace di una progressiva intensificazione drammatica. Il personaggio ha acquistato una fisionomia ricca e articolata attraverso una linea di canto nobile, una parola attentamente scolpita e un fraseggio sempre consapevole. Il timbro caldo, ha sostenuto con naturalezza, tanto i momenti di maggiore autorità, quanto quelli più vulnerabili. Particolarmente riuscita è stata la scena del giudizio, nella quale Iervolino ha costruito la disperazione di Amneris attraverso un crescendo espressivo saldo e controllato. Ne è emersa un’Amneris autorevole, intensa e profondamente consapevole.
Una delle sorprese più felici della serata è poi arrivata da Hae Kang, che ha prestato ad Amonasro un materiale vocale di rilevante interesse. Il baritono ha mostrato una pasta ricca, salda e ben proiettata, ma soprattutto ha evitato di identificare l’autorità del re etiope con un canto costantemente stentoreo. Ha modulato la linea, curato con attenzione il rapporto fra frase musicale e testo e mantenuto una dizione nitida, facendo percepire con precisione il significato di ogni accento. La scena con Aida ha trovato così una tensione costruita, non sulla sola potenza vocale, ma sulla progressiva trasformazione del padre ferito nel sovrano che impone alla figlia il proprio dovere. Una prova che ha lasciato intravedere qualità particolarmente congeniali al repertorio verdiano.
Alberto Comes ha offerto a Ramfis un’autorevolezza severa, sorretta da una voce composta ed elegante, oltre che da una presenza scenica austera; Adriano Gramigni ha dato solidità al Re, con un’emissione ben centrata e un’intonazione sicura. Efficiente Francesco Congiu nel ruolo del Messaggero, apparso in netto miglioramento, e sostenuto da un evidente lavoro sul canto, ora più sfumato e morbido. Ottima anche Nicoletta Briguglio come Sacerdotessa, la cui voce fuori scena si è distinta per purezza e sicurezza d’intonazione.
Di grande livello, ancora una volta, il Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. Ha saputo conservare compattezza e potenza senza saturare costantemente il teatro. Le diverse masse sono risultate coese, l’intonazione salda e la parola nitida; soprattutto, la formazione ha saputo differenziare i colori richiesti dalla partitura.
Questa Aida ha trovato dunque nella propria apparente contraddizione la ragione del successo. Un’opera abitualmente associata a masse, grandi spazi e dispiego spettacolare è stata racchiusa in uno dei più piccoli teatri lirici italiani senza perdere, né grandiosità, né respiro. Busseto non ha accolto dunque un’Aida minore, ma un’Aida più concentrata. Ancora una volta il Teatro Verdi ha confermato di non essere una sede periferica della manifestazione, ma uno dei luoghi nei quali il rapporto fra Verdi, il suo territorio e il teatro musicale riesce a farsi più intimo e, proprio per questo, più interessante.



