Mozart e Dvorak • Sokhiev
- Lorenzo Giovati
- 13 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 16 apr
Salisburgo, Grosser Festspielhaus. 2 Aprile 2026.
L’unica altra compagine orchestrale ad essersi esibita quest’anno nell’ambito del Festival di Pasqua di Salisburgo è stata la Be Phil Orchestra, progetto promosso dai Berliner Philharmoniker in occasione del loro ritorno all’Osterfestspiele. Il nome stesso dell’iniziativa gioca su un doppio registro, alludendo tanto all’abbreviazione di Berliner Philharmoniker, quanto al verbo inglese “to be”, suggerendo una dimensione identitaria e partecipativa.
L’orchestra, composta da musicisti non professionisti provenienti dall’Austria e dai paesi limitrofi e selezionati attraverso audizioni virtuali, ha intrapreso un percorso di preparazione culminato in questo concerto, sotto la guida dei membri effettivi dell’orchestra berlinese e del maestro Tugan Sokhiev, che ha offerto la propria disponibilità per dirigere il concerto conclusivo del progetto.
Fin dalle prime battute si è percepita in sala un’atmosfera di viva attesa, prontamente soddisfatta da un’esecuzione che si è imposta per intensità e partecipazione.
La prima parte del concerto ha visto l’esecuzione della Sinfonia concertante per oboe, corno, fagotto e clarinetto di Wolfgang Amadeus Mozart, omaggio evidente alla città di Salisburgo e al suo più illustre cittadino. Opera di ingannevole immediatezza, essa richiede in realtà un controllo stilistico raffinatissimo, capace di coniugare chiarezza formale e flessibilità espressiva. È stata proposta la versione con clarinetto, frutto del secondo ritrovamento manoscritto, che ha progressivamente affiancato la più antica versione con flauto emersa nel Novecento, aprendo a nuove prospettive interpretative.
Particolarmente significativa la scelta dei solisti, coincidenti con le prime parti dei Berliner Philharmoniker: Jonathan Kelly all’oboe, Wenzel Fuchs al clarinetto, Yun Zeng al corno e Stefan Schweigert al fagotto. Tutti hanno dato prova di qualità solistiche di altissimo livello, con una padronanza tecnica e un controllo del suono esemplari. Tuttavia, la scrittura mozartiana ha inevitabilmente posto l’oboe in posizione di rilievo, e Kelly si è distinto per precisione adamantina, suono pieno, ma mai eccessivamente caricato, e una gestione del fraseggio di grande equilibrio. Zeng ha offerto un corno di timbro rotondo e autorevole, mentre Schweigert ha impressionato per la finezza del cesello e la puntualità degli interventi. Fuchs, dal canto suo, ha esibito un clarinetto elegante e virtuosistico, perfettamente integrato nel tessuto orchestrale.
Fondamentale si è rivelato il sostegno della direzione del maestro Sokhiev, che ha offerto una lettura di grande eleganza e di pregevolissima coerenza stilistica. Il suo Mozart non si è piegato a tentazioni barocchiste, pur mantenendo luminosità ed energia, ma ha privilegiato la continuità del fraseggio e la morbidezza delle linee. La coesione orchestrale è stata costantemente sorvegliata, così come il dialogo con i solisti, evidente anche nei frequenti scambi di sguardi tra podio e orchestra. Il secondo movimento si è distinto per una morbidezza quasi sospesa, mentre il terzo ha acquisito una vivacità trascinante, senza mai perdere di chiarezza strutturale. Gli applausi che hanno concluso la prima parte sono stati ampiamente meritati.
Nella seconda parte è stata eseguita la Sinfonia n. 8 di Antonín Dvořák, pagina tra le più celebri del repertorio sinfonico del compositore ceco. Anche qui il maestro Sokhiev ha confermato la propria cifra interpretativa, proponendo una lettura nitida e intensa, mai incline a eccessi di nervosismo o a facili effetti. Il primo movimento ha beneficiato di un suono vivo e ben proiettato, mentre il secondo ha messo in luce un dialogo strumentale accuratamente calibrato. Nel terzo movimento il gesto del maestro, eloquente e plastico, ha guidato con precisione il disegno delle frasi, sollecitando gli archi a sostenere le arcate con continuità. Il finale ha trovato nella direzione del maestro Sokhiev una sintesi esemplare di energia e controllo, grazie a una scansione ritmica chiara e a una definizione puntuale delle dinamiche.
La Be Phil Orchestra ha complessivamente offerto una prova di sorprendente maturità. In Mozart il risultato si è imposto per straordinaria compattezza, con violini omogenei nel suono, fiati precisi e un’eleganza di insieme particolarmente curata nel velluto orchestrale. In Dvořák non sono mancate alcune inevitabili sbavature, soprattutto nei corni e in taluni passaggi degli archi, accanto tuttavia a momenti di grande rilievo, come l’assolo del primo violino Christopher Leighton, risolto con notevole qualità e controllo. Tali imperfezioni, verosimilmente dettate anche da una comprensibile emozione, non hanno in alcun modo compromesso l’esito complessivo, che si è anzi confermato di alto livello per professionalità, attenzione e partecipazione. È emersa con particolare evidenza la capacità di questi musicisti di adattarsi con prontezza alla visione del maestro Sokhiev, senza irrigidirsi, lasciando trasparire con chiarezza l’idea musicale proposta; qualità tutt’altro che scontata e qui perseguita con esiti davvero notevoli.
Il progetto ha rivelato un valore che va oltre il mero risultato esecutivo: musicisti di età e provenienze diverse, affiancati da membri dei Berliner, hanno dato vita a un organismo orchestrale vivo, dotato di ampi margini di crescita. Proprio per questo, l’assenza di un loro coinvolgimento nel prossimo Festival di Pasqua suscita qualche rammarico, pur lasciando aperta la possibilità di future riprese dell’iniziativa.
Il concerto si è concluso tra applausi calorosi e prolungati, rivolti a tutti gli interpreti, ma in particolare agli orchestrali, visibilmente felici ed emozionati al termine di un’esperienza di forte valore umano e artistico.










