Bruch e Berlioz • Sokhiev
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
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Salisburgo, Grosser Festspielhaus. 4 Aprile 2026.
Penultimo appuntamento sinfonico del Festival di Pasqua di Salisburgo è stato il concerto diretto dal maestro Tugan Sokhiev, che ha proposto un programma di grande fascino e coerenza espressiva, accostando il Primo Concerto per violino e orchestra di Max Bruch alla Sinfonia fantastica di Hector Berlioz. Un binomio che, pur nella diversità dei linguaggi, ha trovato una sua unità nell’intensità romantica e nella tensione narrativa.
Il concerto di Bruch è subentrato in questa occasione al Doppio Concerto di Johannes Brahms, già eseguito nella prima rappresentazione di questo stesso programma all’interno del festival e anche alla Philharmonie di Berlino, conferendo all’esecuzione un carattere eccezionale, di un "fuori programma" preparato appositamente per questa occasione salisburghese.
Sul versante solistico si è esibita Janine Jansen, violinista di altissima classe, che ha offerto una prova di straordinaria raffinatezza. La Jansen ha sfoggiato un fraseggio elegantissimo, costruito su contrasti sapientemente calibrati tra momenti di intenso lirismo e altri più concitati, sempre sostenuti da una tecnica impeccabile e da un controllo assoluto dell’arco. Il suo modo di sostenere la linea melodica è apparso sempre naturale, mai forzato, con un senso della musicalità profondamente interiorizzato. Il suono del violino si è rivelato accuratamente calibrato, luminoso e penetrante soprattutto nel registro acuto, mentre nei gravi è parso talvolta meno ampio, privilegiando una qualità timbrica più chiara e definita rispetto a una piena espansione sonora. Ciò non ha comunque intaccato la coerenza complessiva della sua interpretazione, sempre sorvegliata e stilisticamente impeccabile.
Il maestro Sokhiev ha accompagnato con un’orchestra vibrante e concitata, perfettamente in linea con i grandi concetti del romanticismo tedesco, qui tradotti in suono con estrema chiarezza. La Sehnsucht, intesa come desiderio e struggimento, è emersa nelle ampie arcate melodiche, mentre lo Streben, la tensione verso un fine, si è incarnato in una sezione degli archi particolarmente infuocata, tesa e reattiva. La direzione si è distinta per la capacità di alternare slancio e controllo: vibrante nei momenti di maggiore tensione, ma anche morbida, dilatata e rarefatta quando si trattava di lasciare spazio alla voce del violino solista. Il celeberrimo terzo movimento, in particolare, ha raggiunto un’intensità notevole, grazie ad arcate ampie e veloci che hanno restituito un suono luminosissimo, compatto e proiettato. Sokhiev ha dimostrato inoltre una cura quasi minuziosa per il dettaglio, valorizzando anche le acciaccature più nascoste della partitura e restituendo così una lettura densamente cesellata, sempre viva e tesa.
Come bis, la Jansen ha proposto una pagina di Johann Sebastian Bach, affrontata con la stessa eleganza e concentrazione espressiva già dimostrate nel concerto.
Nella seconda parte ha preso vita la straordinaria e controversa Sinfonia fantastica di Berlioz, banco di prova decisivo per qualsiasi orchestra e direttore. Il maestro Sokhiev ne ha offerto una lettura energica ma al tempo stesso raffinata, profondamente idiomatica, restituendo un suono che si è potuto definire autenticamente francese per eleganza, trasparenza e controllo del colore.
Nel primo movimento ha prevalso una verve sottile, quasi febbrile, ma mai pesante, sostenuta da un tempo piuttosto rapido che ha consentito alla linea melodica di emergere con chiarezza nei momenti più concitati. Accanto a questa tensione, il maestro Sokhiev ha saputo ritagliare spazi di leggerezza e riflessione, creando un gioco di contrasti estremamente efficace e mai artificioso.
Il secondo movimento, il valzer, si è sviluppato su un tempo agile, ma non frenetico: inizialmente intellegibile, elegante, quasi controllato, si è progressivamente trasformato in una spirale sempre più vorticosa, fino a culminare in un finale di abbagliante luminosità, in cui l’orchestra ha brillato per precisione e brillantezza timbrica.
Il terzo movimento, più disteso e riflessivo, ha messo in evidenza uno dei momenti più suggestivi dell’intera partitura, ovvero il dialogo tra corno inglese in scena e oboe fuori scena. Questo scambio è avvenuto con grande naturalezza, restituendo pienamente quell’atmosfera sospesa e cupa voluta da Berlioz. Sokhiev ha evitato ogni rischio di pesantezza, mantenendo un flusso musicale sempre vivo e impedendo al movimento di cadere nella monotonia, come talvolta accade. Ne è emersa una pagina carica di turbamento, attraversata da una tensione interiore costante.
Il quarto movimento ha sprigionato un’energia travolgente, sostenuta da una sezione degli ottoni di precisione millimetrica. Tromboni e corni hanno offerto un suono volutamente spinto, quasi sforzato, ma sempre perfettamente controllato nell’intonazione e nella rotondità, integrandosi con grande efficacia nella Marcia al supplizio. La compattezza dell’insieme e la chiarezza delle linee hanno reso questo movimento di straordinaria incisività.
Il quinto movimento ha rappresentato il vertice dell’intera serata. Qui la direzione del maestro Sokhiev si è fatta ancora più analitica, scavando nella trama orchestrale per rivelarne ogni dettaglio. Particolarmente significativa è stata l’indicazione, chiaramente visibile nel gesto, di sostenere le ultime note delle frasi, conferendo loro un rilievo espressivo che raramente si ascolta con tale consapevolezza. La capacità di portare a compimento la frase, di chiuderla con eleganza senza disperderne la tensione, ha dato alla lettura una coerenza formale e un respiro davvero notevoli. La sezione degli archi è parsa incendiarsi, anche nei passaggi eseguiti col legno dell’arco, contribuendo a un clima sonoro febbrile. Il finale, rapidissimo, vorticoso e travolgente, ha condotto l’orchestra a un’esplosione conclusiva di impressionante compattezza.
I Berliner Philharmoniker hanno confermato di essere una delle migliori orchestre al mondo. La sezione degli archi, in particolare, è apparsa quella sera in particolare straordinariamente infuocata, capace di unire potenza e precisione con una naturalezza stupefacente. Gli ottoni si sono distinti per intonazione impeccabile e coesione, mentre le percussioni hanno raggiunto livelli di eccellenza assoluta: i timpani, incisivi e perfettamente controllati, e soprattutto le campane fuori scena, autentiche e non tubolari, hanno aggiunto un elemento di profondità sonora e di realismo di grande effetto. L’insieme è risultato semplicemente straordinario, compatto, reattivo, capace di rispondere con prontezza a ogni minima indicazione del direttore.
Ne è scaturito un concerto da ricordare, una Sinfonia fantastica davvero degna del suo nome, culminata in una standing ovation pienamente meritata, a suggello di una serata di rara intensità artistica.












