Mahler Sinfonia 8 • Petrenko
- Lorenzo Giovati
- 14 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Salisburgo, Grosser Festspielhaus. 3 Aprile 2026.
Per il loro ritorno al Festival di Pasqua, i Berliner Philharmoniker non hanno certamente scelto la via della prudenza, ma piuttosto quella della sfida. In un’unica edizione si sono confrontati con due vertici della complessità musicale: l’avvio della Tetralogia wagneriana e la monumentale Ottava Sinfonia di Gustav Mahler, forse la più ardua architettura sinfonico-corale mai concepita per la gestione di masse imponenti, tra orchestra, cori multipli, voci bianche e compagini fuori scena. A governare questa maestosa composizione sonora è stato il loro direttore principale, Kirill Petrenko, che ha offerto una lettura di straordinaria lucidità e controllo.
In una sala gremita in ogni ordine di posti, la cosiddetta “Sinfonia dei Mille” si è dispiegata in tutta la sua imponenza. Rispetto all’esecuzione berlinese di marzo, questa resa salisburghese è parsa più rifinita e pensata, soprattutto nella costruzione di una netta dialettica tra le due parti. Se la prima parte ha mantenuto il suo carattere incalzante e serrato, la seconda parte si è distinta per una maggiore distensione, per una respirazione più ampia e per un approfondimento timbrico che ha conferito all’insieme una dimensione quasi contemplativa.
Nel “Veni, creator spiritus” iniziale, il maestro Petrenko ha scelto un tempo sostenuto, privo di rallentamenti, costruendo una tensione continua che si è sviluppata senza pause fino alla conclusione della prima parte. Il gesto del direttore si è confermato di una precisione millimetrica: il maestro Petrenko ha scandito ogni battuta con un controllo assoluto su tutte le componenti, garantendo attacchi sempre preparati e impeccabili. Ogni gesto è parso studiato nel dettaglio, con una bacchetta che non è mai risultata in ritardo o incerta nel guidare l’ingresso successivo, mantenendo una continuità di tensione e di concentrazione dall’inizio alla fine. Tale sicurezza ha assicurato una tenuta complessiva impressionante, soprattutto in una partitura di tale complessità. Talvolta sono leggermente mancati contrasti più marcati, in particolare nei fiati e nelle percussioni, soprattutto nei momenti in cui le campane non hanno inciso con la consueta forza drammatica o nei passaggi in cui timpani e piatti avrebbero potuto aprire squarci più violenti prima degli apici conclusivi. Anche in questo caso, tuttavia, si è trattato verosimilmente di una scelta consapevole, orientata a privilegiare la compattezza del discorso rispetto all’effetto.
Ne è derivata una lettura vibrante, intensa e continuamente protesa in avanti, sostenuta da una tensione quasi febbrile ma sempre governata da una lucidità di controllo che non ha mai lasciato spazio all’approssimazione.
È tuttavia nella seconda parte, il Finale dal Faust di Goethe, che la direzione del maestro Petrenko ha raggiunto il suo vertice interpretativo. Qui il tempo si è dilatato, il respiro si è fatto ampio, e l’intera costruzione sonora si è rarefatta fino a sfiorare una dimensione quasi cameristica, pur nella vastità degli organici coinvolti. Il maestro Petrenko ha scolpito il tessuto orchestrale con una finezza estrema, isolando e valorizzando ogni linea, ogni timbro e ogni sfumatura. Le voci sono emerse con una chiarezza quasi trasparente, inserite in un disegno complessivo di grande coerenza.
La progressione drammatica è stata costruita con sapienza, evitando ogni enfasi e privilegiando invece una tensione interna, più spirituale che teatrale. I momenti corali si sono sviluppati con una luminosità crescente, mentre le sezioni più intime hanno trovato un equilibrio raro tra introspezione e continuità narrativa. Il culmine finale non è stato un semplice trionfo sonoro, ma il risultato di un percorso, in cui ogni elemento ha contribuito a una visione unitaria di straordinaria intensità.
Il cast vocale si è dimostrato all’altezza della complessità dell’opera. Jacquelyn Wagner ha delineato una Magna peccatrix di notevole solidità. Sarah Wegener, subentrata all’indisposta Golda Schultz, ha offerto una prova di grande eleganza, con una linea vocale ambrata e controllata. Liv Redpath, collocata in un palchetto superiore come Mater gloriosa, ha saputo restituire un suono etereo ma sempre intellegibile. Tra le voci gravi, Beth Taylor e Fleur Barron hanno fornito interpretazioni ben scolpite, caratterizzate da timbri caldi e ben amalgamati. Tra gli uomini, Benjamin Bruns ha affrontato la parte impervia del Doctor Marianus con intelligenza, mantenendo sempre intonazione e naturalezza senza mai forzare l’emissione. Gihoon Kim e Le Bu, entrambi dotati di voci imponenti, hanno completato il quadro con interventi solidi, ben inseriti nel contesto complessivo.
Straordinario il contributo delle compagini corali, tra cui il Rundfunkchor Berlin e il Bachchor Salzburg, oltre ai cori di voci bianche. Nella prima parte, i cori sono stati impressionanti per precisione e potenza, con un fraseggio impeccabile anche nei passaggi più impervi. Nella seconda parte hanno saputo trasformare il suono, rendendolo più morbido e luminoso, senza perdere compattezza. La disposizione spaziale attorno all’orchestra ha amplificato l’effetto di avvolgimento sonoro, contribuendo a una resa di grande impatto.
I Berliner Philharmoniker hanno offerto una prestazione di altissimo livello, con un suono ampio, luminoso e straordinariamente ricco di sfumature. Se nella prima parte l’approccio è risultato più severo e controllato, nella seconda parte l’orchestra ha trovato una tavolozza timbrica più calda e articolata. I fiati si sono distinti per precisione e qualità del fraseggio, mentre gli ottoni, inclusi quelli fuori scena, hanno garantito compattezza e sicurezza, pur senza indulgere in effetti eccessivamente perentori.
Questa lettura ha segnato un punto di svolta nel Mahler di Petrenko. Tradizionalmente incline a un approccio più nervoso e novecentesco, il direttore ha qui saputo articolare una visione più sfaccettata, distinguendo nettamente tra tensione e abbandono, tra energia e contemplazione. Ne è scaturita un’interpretazione complessa, profondamente ragionata, capace di coniugare rigore analitico e respiro poetico.
Il risultato è stato accolto da applausi entusiastici e da una lunga e meritata standing ovation, suggellando una serata di straordinaria intensità musicale.












