Luisa Miller • Mariotti
- Lorenzo Giovati
- 4 ore fa
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Vienna, Staatsoper. 7 Febbraio 2026.
Nonostante Luisa Miller sia forse il più noto tra i titoli comunemente considerati “minori” di Giuseppe Verdi, allo Staatsoper di Vienna, uno dei più importanti teatri europei, mancava da ben trentacinque anni. La sua accoglienza da parte del pubblico, dopo tanto mancare, è stata assolutamente trionfale. Merito del fatto che il teatro ha scelto di riproporre questo titolo, preferendolo ad altri più frequentati e apparentemente più sicuri, costruendo uno spettacolo di eccellente qualità musicale e al tempo stesso interessante sul versante registico. Ne è risultato un Verdi pienamente riuscito, come sempre dovrebbe essere, soprattutto per un compositore che non accetta compromessi: basta che una sola componente dello spettacolo sia insufficiente perché l’intero equilibrio drammaturgico ne venga, se non compromesso, sensibilmente alterato.
La componente che il pubblico ha dimostrato di aver apprezzato meno è stata sicuramente la regia di Philipp Grigorian. Già al termine del primo atto sugli applausi hanno prevalso i segnali di dissenso, provenienti dai "piani alti" della sala, evidentemente rivolti al regista. Alla fine dello spettacolo, poi, la disapprovazione è apparsa ancor più diffusa. Eppure, a ben osservare, la regia, pur lontana dai canoni tradizionali e certamente non conformista, è risultata tutt’altro che avventata. Soprattutto, al di là del gradimento individuale, essa ha rivelato una cifra artistica talentuosa, che ne ha garantito il riscatto chiaro da una dimensione, non di rado ricorrente in questi casi, di modesta pretestuosità. L’opera si è aperta con il funerale di Luisa, mentre Miller attendeva a una fermata dell’autobus. Questa fermata, elemento scenico fisso, ha acquistato un senso pieno all’intonazione di “Andrem raminghi e poveri”, quando, sia Luisa, sia Miller, avendo scelto la vita altrove, si sono messi in attesa di un autobus virtuale che però, per effetto dell’intervento di Rodolfo, non è mai passato, quantomeno per Luisa, già destinata alla morte. In questo contesto, l’azione scenica si è svolta come una sorta di flash back di Miller, in cui il personaggio di Luisa è parso l’unico umanamente completo, capace di esprimere dapprima una giovanile gioia per il suo amore verso Rodolfo, poi il senso gravoso del sacrificio, in nome dell’affetto verso il padre, e infine un positivo attaccamento alla vita, capace di superare il dolore della violenza patita. Per contro, il personaggio di Rodolfo è stato disegnato alla stregua di un bambino capriccioso e immaturo, impiegato nell’azienda paterna, che si rifugia sotto le coperte, come un bambino che va a letto senza cena, quando l’autoritario padre alza la voce e manifesta il suo imperio. Attorno ai due personaggi principali hanno poi gravitato un Conte di Walter ritratto perennemente in sauna e nelle mollezze dei suoi privilegi, un Wurm elementare nella sua malvagità, una Federica viperina al limite del fumettistico ed un Miller sempre dedito all’umile lavoro. Così eccentricamente impostata, la regia, non solo ha sviluppato tutti i temi della trama, mantenendola sempre comprensibile e intellegibile, ma ha anche aggiunto ulteriori livelli di lettura, portando a riflettere su sfaccettature spesso nascoste della storia. Inoltre, è riuscita a trovare una chiave ironica all’interno di una vicenda estremamente drammatica, senza mai banalizzarla. Le scene sono apparse sempre belle e linde, i cambi rapidi e privi di rumore e di distrazioni. Suggestiva è stata anche la presenza dell’orsetto accanto a Luisa, interpretato da una bambina straordinariamente naturale, che ha accentuato la dimensione innocente del personaggio.
A sorreggere l’intero spettacolo, nella sua componente musicale, è emersa invece la qualità orchestrale che in Verdi è il reale fondamento dello spettacolo: la direzione del maestro Michele Mariotti, veterano del repertorio verdiano, ha trovato in questa Luisa Miller viennese una dimensione particolarmente compiuta. La sua è stata una concertazione morbida e dettagliata, sanguigna, ma elegantissima, energica, ma rotonda, italiana, ma mai sguaiata. L’orchestra ha respirato con il palcoscenico, sostenendo il canto senza coprirlo e costruendo una tensione continua, soprattutto nei grandi concertati e nelle transizioni drammatiche. Una direzione di autentica classe, che ha restituito alla partitura il suo carattere di passaggio verso il Verdi maturo.
Molto apprezzabile è stato anche il cast vocale.
Su tutti, la straordinaria Luisa di Nadine Sierra. Una prova maiuscola per qualità della voce, sempre bellissima, per il fraseggio curato e per l’interpretazione. La Sierra, oltre ad essere una cantante bravissima, è anche una grande attrice, capace di valorizzare anche i movimenti del viso e i gesti, potendo contare su una presenza scenica magnetica, sempre da protagonista. La sua voce è potente ma mai sforzata, il suo accento autenticamente verdiano: una Luisa meravigliosa.
Al suo fianco il Rodolfo di Freddie De Tommaso, tenore affermato, ha mostrato un evidente miglioramento vocale nella morbidezza del timbro, passato dalla tendenza alla stentoreità fine a sé stessa di un poco di tempo or sono a un canto sempre sostenuto, ma più nobile e rifinito. Permangono difficoltà nel canto più morbido e disteso, come in “Quando le sere al placido”, ma la prova si è imposta per gli accenti incisivi, la qualità dell’intonazione e l’ottimo mestiere: una prestazione solida, anche se non sempre pura nel colore.
Ottimo è stato il Miller di George Petean, vera rivelazione come interprete verdiano: non una voce di grande volume, ma una voce dotata di un timbro di ottimo fascino, caldo e avvolgente, sorretta da un’intonazione sicurissima, come nell’aria “Sacra la scelta è d’un consorte”. Ottimo fraseggio, morbidezza di canto, interpretazione nobile e profondamente umana, sempre centrata sul valore della parola.
Straordinario è stato anche il Conte di Walter di Roberto Tagliavini, basso parmigiano di prima fascia, che ha affrontato il ruolo con austerità e bellissima voce.
Hanno spiccato inoltre Daria Sushkova (Federica) e Marko Mimica (Wurm), entrambi eccellenti: la prima per qualità vocale e presenza, il secondo per crudezza espressiva e mellifluo fraseggio. Hanno infine completato positivamente il cast Teresa Sales Rebordão (Laura) e Adrian Autard (Un contadino), perfettamente integrati nell’equilibrio complessivo.
Una serata di grande musica che ha segnato il ritorno a Vienna di uno dei titoli verdiani più belli tra quelli meno frequentati, restituendone la ricchezza drammatica e dimostrando quanto, se eseguito senza compromessi musicali, prima ancora che registici, anche il cosiddetto Verdi “minore” sappia esprimere un teatro di prim’ordine.


























