Messa da Requiem • Rustioni
Parma, Teatro Regio. 23 ottobre 2026.
Ormai stabilmente inserita fra gli appuntamenti più attesi del Festival Verdi, la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi ha visto alternarsi, negli ultimi anni, direttori d'orchestra di grande prestigio, con risultati, a dire il vero, spesso piuttosto discontinui. Fra le esecuzioni più significative rimane soprattutto quella diretta dal maestro Daniele Gatti nel 2021, mai eguagliata, quantomeno per la resa orchestrale, nelle edizioni successive. Quest'anno il capolavoro verdiano è stato affidato alla bacchetta del maestro Daniele Rustioni e a un quartetto di solisti di alto livello, che hanno contribuito alla realizzazione di una Messa eccellente, certamente fra le migliori degli ultimi anni.
Protagonista della serata è stata la direzione attenta e accurata del maestro Rustioni, impegnato nelle stesse settimane anche al Teatro alla Scala con il Faust di Gounod. Il direttore milanese ha privilegiato una lettura raccolta e sobria, profondamente meditata nelle intenzioni musicali e particolarmente sensibile alla ricerca timbrica. Una concezione interpretativa lontana da qualsiasi effetto di maniera, nella quale l'espressività della partitura è emersa attraverso un'attenta selezione delle dinamiche, una precisa definizione dei rapporti fra le sezioni e una continua cura del fraseggio. Il maestro Rustioni ha saputo restituire alla scrittura verdiana una dimensione intima, sobria ed emotivamente partecipe.
Le qualità della concertazione si sono manifestate fin dalle prime battute, con l'attacco dei violoncelli, troppo spesso affrontato senza la necessaria attenzione, eseguito in un pianissimo di grande suggestione, quasi provenisse da una dimensione ultraterrena. Un esordio emblematico della sensibilità con la quale il maestro Rustioni ha affrontato l'intera partitura, valorizzandone anche i passaggi più raccolti e affidando alle sfumature del suono un significato espressivo preciso. Particolarmente felice la scelta dei tempi, calibrati con intelligenza e costantemente funzionali al carattere delle singole sezioni. Il direttore ha evitato tanto la frenesia di certe letture eccessivamente concitate quanto l'uniformità di interpretazioni troppo statiche, restituendo a ogni episodio una propria fisionomia. Emblematico è stato il Lacrymosa, affrontato con un tempo particolarmente dilatato, che ha consentito di approfondirne il carattere dolente e lamentoso attraverso un fraseggio ampio, sostenuto da una tensione musicale sempre viva.
La relativa distensione dei tempi ha contribuito a delineare una concezione del Requiem profondamente umana, quasi laica nella sensibilità, ma tutt'altro che distaccata o emotivamente asettica. Altrettanto significativo è apparso il lavoro svolto dal maestro Rustioni sulle voci, preparate con evidente attenzione alla cura della parola, alla varietà delle inflessioni e alla modulazione del canto. Il direttore ha saputo ottenere dai solisti un'emissione controllata, spesso raccolta e delicata, privilegiando la morbidezza del fraseggio e la precisione degli accenti, in piena sintonia con le proprie intenzioni interpretative. Una concezione che ha restituito alla scrittura vocale quella misura espressiva prescritta dallo stesso Verdi, secondo cui "il Requiem non si canta come un'opera".
A questa concezione ha risposto con professionalità la Filarmonica Arturo Toscanini, dimostrandosi diligente e attenta nel seguire le indicazioni del direttore. L'orchestra ha saputo assecondare i continui mutamenti dinamici e agogici, restituendo con buona precisione, tanto i momenti più rarefatti, quanto le sezioni di maggiore intensità. Permane, tuttavia, una riserva significativa sulle qualità propriamente sonore della formazione, che continua a mostrare una certa limitatezza nella profondità del timbro e, soprattutto, nella capacità di sviluppare volumi orchestrali sontuosi. Una mancanza che pesa particolarmente in una partitura come il Requiem, nella quale le grandi esplosioni sonore richiedono una consistenza e una potenza difficilmente sostituibili con la sola precisione esecutiva. Una prova dunque corretta, talvolta anche raffinata, ma che difficilmente ha superato i limiti di una buona professionalità orchestrale.
Sul versante vocale, le prove più convincenti sono state quelle di Eleonora Buratto e Roberto Tagliavini, rispettivamente soprano e basso, entrambi protagonisti di interpretazioni eccellenti.
La Buratto ha sfoggiato un timbro caldo e omogeneo, sostenuto da un'emissione salda, da un'intonazione impeccabile anche nei passaggi più esposti e da una notevole sensibilità nel fraseggio. Particolarmente apprezzabile la capacità di modulare il canto attraverso una ricca gamma di sfumature, passando con naturalezza dai momenti più raccolti a quelli di maggiore intensità drammatica. Un Libera me intenso e partecipe ha coronato una prova di grande qualità.
Tagliavini, dal canto suo, ha offerto un'interpretazione di assoluto rilievo, grazie a una voce autenticamente grave, profonda e corposa, perfettamente adeguata all'austerità della scrittura verdiana. Una linea di canto salda, un'intonazione sicura e una pronuncia perentoria hanno caratterizzato una prestazione di notevole autorevolezza, occasionalmente arricchita da inflessioni più morbide.
Molto apprezzabili anche le prove di Ekaterina Semenchuk e Saimir Pirgu. Il mezzosoprano ha mostrato una voce piena, ben sostenuta e ricca di colore, accompagnata da una partecipazione espressiva evidente e da un fraseggio capace di alternare momenti di grande delicatezza a interventi di maggiore incisività.
Pirgu ha offerto una prova particolarmente interessante per la cura della linea di canto e la capacità di controllare una vocalità che, in altre occasioni, ha mostrato la tendenza a privilegiare un'emissione più apertamente stentorea. Il tenore ha saputo invece modulare con sensibilità il proprio strumento, alleggerendo il suono e conferendo maggiore morbidezza alle frasi, fino a un Hostias, cantato con notevole eleganza.
Eccellente, infine, è stata la prova del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato come sempre con grande attenzione da Martino Faggiani. Un'ulteriore dimostrazione del valore di una formazione che continua a rappresentare una delle risorse artistiche più preziose del Teatro Regio.
Nel complesso, una Messa da Requiem di notevole qualità. Al di là dei limiti sonori della compagine orchestrale, il maestro Rustioni ha saputo valorizzare con intelligenza la complessità della partitura, dimostrando ancora una volta di essere un musicista di grande sensibilità. Una delle esecuzioni più convincenti ascoltate al Festival Verdi, in grado di restituire alla Messa da Requiem un livello interpretativo all'altezza dell'importanza dell'appuntamento.




