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Mendelssohn e Tchaikovsky • Hrusa

  • Lorenzo Giovati
  • 27 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Roma, Auditorium Parco della Musica. 20 Giugno 2026.

Prima di ritornare, dopo diversi anni, nella Basilica di Massenzio, dove l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia aveva un tempo la propria stagione estiva di concerti, poi trasferita alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’Orchestra dell’Accademia ha chiuso la stagione sinfonica con un concerto di notevole qualità, affidato all’ottima direzione del maestro Jakub Hrusa.


Il programma ha seguito una struttura tra le più classiche, con ouverture, concerto e sinfonia. In apertura è stata eseguita l’ouverture da Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelssohn Bartholdy, pagina che il maestro Hrusa ha affrontato con energia, scioltezza e grande attenzione alla varietà delle tinte orchestrali. Dal misterioso pianissimo iniziale fino alle successive espansioni sonore, la lettura ha conservato un’eleganza leggera, ma non evanescente, restituendo con precisione il clima fantastico della commedia shakespeariana. La direzione è stata spedita, ben contrastata, ma mai incline alla superficialità. Il maestro Hrusa ha mantenuto sempre leggibile il disegno della pagina e facendo emergere con chiarezza il gioco delle trasparenze, degli impasti e dei contrasti dinamici.


È seguito poi il Concerto per violino e orchestra di Mendelssohn, affidato alla violinista giapponese Karen Gomyo. La concertazione del maestro Hrusa ha conferito alla partitura un carattere intenso, vibrante e molto energico, senza rinunciare alla cura del dettaglio. L’accompagnamento orchestrale non è stato mai ridotto a semplice cornice, ma ha partecipato attivamente alla costruzione drammatica e lirica del concerto, con un primo movimento ben scolpito, un secondo movimento disteso e cantabile, e un finale rapido, brillante, di notevole vivacità ritmica.


La Gomyo ha offerto una prova di sicura padronanza tecnica. Il controllo dello strumento, la nitidezza dell’articolazione e la precisione della gestione dell’arco le hanno permesso di affrontare la pagina con grande chiarezza, ottenendo, comprensibilmente, un consenso molto caloroso da parte del pubblico. Allo stesso tempo, la sua esecuzione non è sempre parsa dotata di una partecipazione emotiva altrettanto evidente. Il suono, pur curato e tecnicamente sorvegliato, non ha sempre avuto il corpo necessario per imporsi con naturalezza sopra l’orchestra. In alcuni passaggi è sembrato leggermente stridulo, e non sempre impeccabile sotto il profilo dell’intonazione. Più che una lettura realmente personale e interiormente necessaria, è sembrata una prova di alto controllo professionale, elegante e precisa, ma non costantemente capace di imprimere alla linea un respiro più ampio e una libertà espressiva che avrebbero potuto renderla più incisiva. Rimane comunque una prestazione solida, seria, tecnicamente molto attrezzata, sostenuta da una concertazione orchestrale eccellente.


Come primo bis, la Gomyo ha proposto la Gavotte dalla Sonata n. 5 di Jean-Marie Leclair, accompagnata dal maestro Andrea Obiso, primo violino dell’Orchestra dell’Accademia. Il brano ha trovato una realizzazione molto sentita, fondata su un equilibrio sonoro elegante e su una notevole intesa. Proprio questo momento, apparentemente laterale rispetto al programma principale, ha permesso di cogliere con particolare evidenza la qualità musicale del maestro Obiso, non soltanto come violinista solista, ma anche come primo violino dell’orchestra. La sua presenza, infatti, non si esaurisce mai nel ruolo formale di guida della sezione o nel momento dell’accordatura. Durante il concerto si è percepita con chiarezza una partecipazione continua alla vita interna degli archi: Obiso ha suonato spesso rivolto verso i colleghi, offrendo attacchi, indicazioni, respiri, piccoli segnali di coesione che hanno sostenuto dall’interno il lavoro del direttore. È una funzione essenziale, incarnata in questo contesto da una figura giovane, ma già dotata di sorprendente maturità musicale. La Gomyo ha poi eseguito, come secondo bis, il Tango n. 3 di Astor Piazzolla, con controllo dello strumento, precisione e bel suono.


Dopo l’intervallo, il clima è cambiato radicalmente con l’esecuzione della Quarta Sinfonia di Tchaikovsky. Qui il maestro Hrusa ha dato la misura più piena della propria statura interpretativa. Fin dall’attacco del primo movimento, nonostante un evidente errore dei corni sull’incipit, la direzione ha imposto una tensione fortissima, costruita, non soltanto sulla potenza del suono, ma soprattutto sulla capacità di organizzare il discorso musicale in grandi arcate coerenti. Il tema del destino, con la sua fisionomia quasi marziale, è stato trattato come un elemento strutturale destinato a condizionare l’intero movimento. Il maestro Hrusa ha creato un contrasto molto efficace tra le zone più drammatiche e i successivi momenti di distensione, lavorando con grande attenzione sull’intensità orchestrale, sui rallentamenti, sulle accelerazioni del tempo e sulle singole frasi. Ciò che ha colpito maggiormente è stata proprio la qualità del fraseggio. Le frasi non sono state semplicemente eseguite, ma sono state articolate con chiarezza, come se la musica venisse continuamente pensata nel suo sviluppo. Il maestro Hrusa ha mostrato una rara capacità di rendere leggibile la costruzione del discorso, evitando una lettura puramente muscolare. I contrasti sono stati netti, talvolta anche molto accesi, ma sempre governati da una logica. I momenti di grande volume orchestrale si sono alternati a zone di rarefazione attentamente calibrate. Il secondo movimento ha ulteriormente confermato questa impostazione. La vena malinconica di Tchaikovsky è emersa con naturalezza, senza compiacimenti e senza indugi eccessivi. Il maestro Hrusa ha saputo dare alla pagina un carattere struggente, ma sempre sorvegliato. Spigliato e rapido il terzo movimento, interamente fondato sul pizzicato degli archi e sugli interventi dei fiati. È stato forse uno dei momenti in cui si è percepita con maggiore evidenza la qualità tecnica dell’orchestra. Gli archi sono apparsi compattissimi, precisi, estremamente reattivi, capaci di mantenere leggerezza e definizione. Nel quarto movimento sono tornate le impressioni più forti già emerse nel primo: grande fraseggio, cura dei contrasti, controllo dell’intensità e notevole capacità di accumulare energia senza perdere lucidità. Il finale ha avuto un carattere travolgente, ma non confuso; la spinta ritmica è stata poderosa, l’orchestra ha risposto con prontezza e il suono è rimasto sempre compatto, saldo, ben proiettato.


Ne è risultata una Quarta Sinfonia non rivoluzionaria, ma profondamente interpretata, attraversata da alcune idee molto interessanti e da una visione complessiva salda. Non una semplice esecuzione ben suonata, dunque, ma una lettura pensata e ben concertata.


L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha offerto una prova eccellente. Gli archi hanno avuto velluto, spessore e volume considerevole; i fiati sono stati precisi e ben caratterizzati; le percussioni hanno mostrato una notevole nettezza d’intervento; gli ottoni, nel complesso, hanno suonato con sicurezza, con una menzione particolare per trombe e tromboni. I corni, al netto dell’errore iniziale nella Quarta Sinfonia, hanno comunque dato prova di solidità nel prosieguo dell’esecuzione. L’impressione complessiva è stata quella di un’orchestra duttile, versatile, capace di comprendere rapidamente il gesto del direttore e di tradurlo in una risposta sonora compatta, energica e musicalmente consapevole.


Il concerto ha chiuso in bellezza una stagione ricca e di altissima qualità, confermando ancora una volta il livello dell’Orchestra dell’Accademia e la statura del maestro Hrusa. Una chiusura di stagione pienamente riuscita, che lascia ottime attese anche per quella successiva, annunciata sulla carta con particolare interesse e destinata ad aprirsi con Siegfried di Richard Wagner.


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