Brahms ed Elgar • Harding
- Lorenzo Giovati
- 21 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Roma, Auditorium Parco della Musica (in diretta su Rai Radio 3). 10 Aprile 2026.
Un concerto di grande pregio musicale ha visto protagonista il maestro Daniel Harding alla guida della “sua” Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, poco prima della partenza per una nuova tournée che, insieme al pianista Igor Levit, porterà ancora una volta l’ensemble romano oltre i confini nazionali. Negli ultimi tempi, infatti, l’orchestra ha intensificato sensibilmente la propria attività internazionale, confermando una qualità che la distingue come una delle realtà sinfoniche più solide del panorama italiano.
La partecipazione in presenza avrebbe certamente giustificato un viaggio nella città eterna; tuttavia, le difficoltà legate ai collegamenti ferroviari ad alta velocità hanno reso poco praticabile l’impresa. In questo contesto, l’invenzione di Guglielmo Marconi si è riconfermata ancora una volta la più efficace nel superare ritardi e disagi, permettendo di seguire il concerto da casa in buona qualità e, fatto non secondario, in un orario frequentabile.
Il programma si è aperto con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Johannes Brahms, pagina giovanile ma già densissima di tensioni e contrasti. Dopo il secondo concerto affrontato qualche tempo fa con Daniil Trifonov, Harding ha scelto per questo primo concerto brahmsiano Igor Levit, che ha offerto una lettura di grande coerenza stilistica. Il pianista ha messo in campo una tecnica saldissima, ma soprattutto ha privilegiato un fraseggio ampio e riflessivo, capace di restituire un Brahms più lirico che drammatico. Il tocco è risultato sempre ben dosato, con una notevole attenzione ai piani sonori e alla costruzione del discorso musicale.
Dal podio, Harding ha saputo coniugare tensione e morbidezza, alternando momenti di energia controllata a passaggi di grande trasparenza. La direzione si è distinta per chiarezza e precisione, e il dialogo con il pianista è apparso costantemente equilibrato e partecipe.
Come bis, Levit ha proposto la Romanza senza parole op. 30 n. 3 di Felix Mendelssohn, restituita con un fraseggio etereo e sospeso.
Nella seconda parte del concerto sono state eseguite le Variazioni Enigma di Edward Elgar, capolavoro costruito su un doppio livello di mistero: da un lato l’identità dei personaggi ritratti nelle singole variazioni, in gran parte ormai chiarita; dall’altro l’enigma più sottile, ossia l’allusione a un tema nascosto che attraverserebbe l’intera composizione senza mai essere eseguito per intero. Un gioco che può essere interpretato tanto come enigma autentico quanto come uno scherzo che Elgar ha portato con sé senza mai offrirne soluzione.
Harding ha offerto una lettura luminosa e ben articolata, curando con attenzione il carattere specifico di ciascuna variazione. Pur nella mediazione radiofonica, si è percepita chiaramente la volontà di costruire un arco narrativo coerente, capace di alternare episodi di grande eleganza a momenti più incisivi e sonoramente ampi. Le scelte agogiche sono risultate generalmente equilibrate; solo in Nimrod si è avvertita una certa adesione a una prassi contemporanea che tende a tempi meno dilatati rispetto a interpretazioni storiche come quella di Leonard Bernstein, ancora oggi difficilmente eguagliabile per capacità di respiro e intensità espressiva.
L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha confermato un livello esecutivo molto elevato per l’intero arco del concerto. Nel Brahms sono emersi in particolare i fiati, che hanno suonato con precisione e qualità timbrica notevoli, sostenuti da archi ben compatti. Nelle pagine di Elgar, invece, l’orchestra ha accentuato i contrasti dinamici e timbrici: le percussioni e gli ottoni hanno acquistato maggiore incisività, mentre gli archi hanno saputo rendere con decisione e vibrante intensità il mutare dei caratteri.
Nel complesso, si è trattato di un concerto di grande valore artistico e musicale.




