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Kodaly, Tchaikovsky e Beethoven • Mallwitz

  • Lorenzo Giovati
  • 21 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Roma, Auditorium Parco della Musica. 3 Maggio 2026.

Un debutto scintillante quello di Joana Mallwitz alla guida dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: uno di quei debutti che, per energia, lucidità e qualità del rapporto con l’orchestra, lasciano fin dalle prime note un’ottima impressione. La direttrice tedesca, da tempo tra le figure più interessanti della scena musicale europea, si è presentata al pubblico romano con un programma ampio, capace di mettere in luce, tanto la sua chiarezza gestuale, quanto la sua capacità di tenere insieme brillantezza e controllo dell'orchestra.


L’apertura del concerto è stata affidata alle Danze di Galánta di Zoltán Kodály, compositore non frequentatissimo nelle stagioni ceciliane, ma qui restituito con notevole precisione e grande vitalità. L’orchestra ha risposto con prontezza al gesto nitidissimo della Mallwitz, che ha diretto con sicurezza, senso del ritmo e una chiara idea interpretativa. La grande Sala di Santa Cecilia, con la sua acustica talvolta un poco dispersiva, non ha sempre aiutato la piena definizione dei dettagli, ma l’esecuzione ha comunque conservato compattezza, energia e brillantezza. La Mallwitz ha saputo far emergere la ricchezza di colori della pagina, evidenziandone anche il carattere danzante.


È seguito il Concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, con Augustin Hadelich nel ruolo di solista. Nel primo movimento la direzione della Mallwitz ha privilegiato un andamento piuttosto spedito, più orientato all’efficacia complessiva che allo scavo espressivo ed emotivo della partitura. L’esito è stato brillante e accattivante. Il secondo movimento è apparso invece più rifinito, più raccolto e partecipe. Il terzo movimento è stato senza dubbio il momento più riuscito dell’intero concerto. La Mallwitz ha impresso alla musica uno slancio deciso, mantenendo però un controllo totale sulle sezioni dell’orchestra. La velocità sostenuta non ha mai prodotto confusione, e la scrittura, pur nella sua esuberanza, è rimasta sempre interamente intelligibile. Il finale ha avuto una bella riuscita, trascinante, ma non scomposto.


Hadelich, dal canto suo, ha offerto un’interpretazione molto elegante, sorretta da una tecnica di assoluta sicurezza e da un suono pieno, rotondo, sempre ben proiettato. Non capita spesso, nella Sala Santa Cecilia, che il violino solista riesca a restare così chiaramente udibile, a causa della naturale sottigliezza del timbro dello strumento, ma in questo caso Hadelich ha mostrato un controllo molto raffinato del peso dell’arco, ottenendo un suono costantemente definito, morbido e insieme sufficientemente presente. Il fraseggio non è parso sempre ricchissimo di sfumature, ma la qualità del suono, la pulizia tecnica e la fluidità del discorso musicale hanno restituito un’impressione eccellente.


Come bis, il violinista ha proposto Louisiana Blues Strut: A Cakewalk di Coleridge-Taylor Perkinson e Orange Blossom Special di Ervin T. Rouse, due pagine dal carattere apertamente americano, quasi da Far West, affrontate con straordinaria precisione e con notevole gusto.


Nella seconda parte del concerto è stata la volta della Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven, forse la composizione più celebre dell’intero repertorio sinfonico. La Mallwitz ne ha dato una lettura non particolarmente innovativa, ma molto solida, chiara e ben costruita. Fin dal celeberrimo incipit, la sua direzione si è imposta per nettezza di attacchi e per precisione ritmica. La direttrice ha lavorato soprattutto sulla ritmicità delle frasi, sulla chiarezza delle articolazioni e sulla continuità del movimento. Questo ha conferito alla sinfonia una notevole scorrevolezza, senza però sacrificarne la tensione drammatica. Il primo movimento è avanzato con passo deciso e compatto. Nel secondo, invece, la cantabilità degli archi ha trovato un respiro più ampio, favorita da una scelta dei tempi molto felice. Il terzo movimento è stato ben scolpito, condotto sottovoce con efficace senso della progressione. Il quarto movimento è arrivato così con giusto slancio: grintoso, luminoso, ma non nervoso. Molto riuscita l’alternanza tra spinte dinamiche e i momenti più raccolti, fino a una coda veloce, energica e controllatissima, nella quale l’orchestra ha seguito la direttrice con ammirevole compattezza.


Da sottolineare, ancora una volta, la prova dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che si conferma complesso di livello pienamente internazionale. Non tanto, forse, per profondità di suono, quanto per qualità musicale, coesione, eleganza e attenzione al gesto direttoriale. Con la Mallwitz, l’orchestra ha mostrato una risposta pronta, flessibile, partecipe, segno di un’intesa solida e convinta. Ottimo lo smalto dei violini e molto buona anche la prova degli ottoni. I fiati, in generale, hanno offerto una prova di grande precisione.


Al termine del concerto, applausi calorosi per tutti. Ha colpito anche la composizione del pubblico, formato in larga parte da giovani ascoltatori, dato tutt’altro che secondario in una serata di questo tipo. Per Joana Mallwitz è stato dunque un debutto pienamente riuscito, accolto con entusiasmo e sostenuto da una prova orchestrale di altissimo livello.


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