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Mahler Sinfonia 8 • Nelsons

  • Lorenzo Giovati
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Vienna, Konzerthaus. 9 Maggio 2026.

Non poteva concludersi in modo più trionfale il ciclo mahleriano di Andris Nelsons con i Wiener Philharmoniker, avviato nel 2021 e sviluppatosi attraverso numerosi appuntamenti tra il Festival di Salisburgo e Vienna, fino a configurarsi come una vera e propria esplorazione integrale del catalogo sinfonico del genio boemo. Un percorso di grande ambizione, destinato a trovare esito discografico per Deutsche Grammophon nell’ottobre 2026, che ha contribuito a definire con sempre maggiore evidenza la figura del maestro Nelsons come uno dei mahleriani più interessanti e convincenti del nostro tempo. A suggello di questo itinerario non poteva che porsi l’Ottava Sinfonia, mastodontica e visionaria, la cosiddetta Sinfonia dei Mille: opera immensa, più che una sinfonia in senso tradizionale, quasi un edificio sonoro, spirituale e teatrale insieme.


Per l’occasione l’evento si è spostato alla Wiener Konzerthaus, sala decisamente più capiente rispetto al Musikverein, non soltanto per l’accoglienza del pubblico, ma anche per le esigenze sceniche e spaziali di un organico tanto imponente. La disposizione delle masse corali, dei solisti e dell’orchestra ha trovato così un respiro più ampio, necessario a sostenere la dimensione monumentale della partitura senza sacrificarne la compattezza d’insieme.


Il primo accordo, decisissimo, dei fiati e dell’organo è bastato da solo a far intuire la qualità della serata. Un attacco di impressionante sicurezza, pieno, radioso, perentorio, che ha immediatamente collocato l’esecuzione su un piano di grandezza sonora fuori dall’ordinario. Nel prosieguo il maestro Nelsons ha dimostrato di padroneggiare la sinfonia con controllo assoluto, non soltanto nella gestione dell’imponente massa orchestrale e corale, ma soprattutto nella capacità di coglierne e restituirne una visione d’insieme di mastodontica imponenza. Non ha cercato una lettura fondata sul cesello minutissimo del singolo dettaglio, né su una dissezione analitica della scrittura; ha preferito piuttosto costruire un grande affresco sonoro, ampio, pulsante, emotivamente travolgente, fatto di masse enormi, di tensioni continue, di colori accesi e di contrasti talvolta abbaglianti.


La prima parte, l’inno Veni creator spiritus, ha avuto un’esuberanza trascinante. Il maestro Nelsons ha saputo alimentare la pagina con energia inesauribile, governando l’urgenza del discorso musicale senza mai lasciarla precipitare nel caos. Le emozioni sono state molte, così come molte sono state le sfumature, le tinte orchestrali, le accensioni improvvise e le variazioni di temperatura espressiva. Non sono mancati i contrasti estremi tra fortissimi di impressionante pienezza e improvvisi pianissimi. Sono emersi squarci di suono ruvido, colpi inattesi di campane, pizzicati violenti, ottoni luminosi e penetranti, capaci di incidere la trama orchestrale con una forza quasi tellurica. Uno degli aspetti più impressionanti della lettura del maestro è stata la gestione dei tempi. Il maestro Nelsons ha mantenuto una precisione ferrea, ma sempre animata da un senso interno di necessità drammatica. Nei momenti di maggiore tensione ha persino accelerato, delineando un turbine continuo di melodie, voci, slanci e sovrapposizioni sonore, senza però perdere il controllo dell’insieme. Proprio questa capacità di tenere insieme l’impeto e la chiarezza, l’abbandono e la lucidità, ha reso la prima parte davvero sconvolgente per qualità, potenza ed entusiasmo comunicativo.


L’inizio della seconda parte ha avuto invece un piglio più misterioso, quasi sospeso, come se la materia sonora si fosse improvvisamente rarefatta dopo l’esplosione corale del "Veni creator". Qui il maestro Nelsons ha saputo districarsi nell’infinità di sfumature, cambi di atmosfera, tinte, trapassi di tono e improvvise aperture luminose che la partitura dissemina in ogni suo anfratto. Anche in questo caso la lettura non ha brillato, né ha voluto brillare, per scavo microscopico del singolo dettaglio, ma per la coerenza dell’insieme, per la forza del respiro narrativo, per la partecipazione emotiva e per la capacità di mantenere sempre viva la tensione verso il compimento finale. La coda conclusiva è stata poi strepitosa. Il maestro Nelsons ha costruito un crescendo di straordinaria efficacia, capace di sollevarsi quasi dal nulla con progressione impercettibile, partendo da un pianissimo corale di estrema concentrazione per giungere, dopo quasi cinque minuti, a un fortissimo conclusivo dell’intera compagine: orchestra, cori, solisti e una "delegazione" di ottoni collocata sopra l’organo centrale che domina la meravigliosa sala. L’effetto è stato di una potenza rara. Non un semplice accumulo di decibel, ma una vera ascesa sonora e spirituale, un moto di elevazione progressiva che ha scosso profondamente e ha catturato l’animo con forza.


Il comparto vocale ha confermato l’altissimo livello della serata. Sul fronte femminile hanno brillato in modo particolarmente evidente i soprani Jacquelyn Wagner, Magna Peccatrix, e Sarah Wegener, Una Poenitentium, entrambe notevoli per la precisione degli acuti, sempre saldi, luminosi e perfettamente proiettati. Nel finale della seconda parte, soprattutto, il loro gioco di passaggi sulle note acute si è rivelato eccellente per nitidezza, intonazione e sicurezza. Le voci hanno inoltre mostrato una potenza considerevole, senza mai essere coperte dall’orchestra, anche nei momenti di maggiore densità sonora.

Una menzione speciale va anche all’eccellente prova di Ying Fang, Mater Gloriosa, collocata sopra l’organo della sala insieme alla delegazione degli ottoni.

Tra i contralti, Beth Taylor, Mulier Samaritana, e Tamara Mumford, Maria Aegyptiaca, hanno offerto un contributo di grande professionalità e musicalità. Particolarmente significativa è stata la prova di Beth Taylor, chiamata a sostituire all’ultimo l’indisposta Wiebke Lehmkuhl.

Eccellente anche il trio delle voci maschili. Benjamin Bruns, Doctor Marianus, si è confermato tenore dall’ottima pasta vocale, musicalissimo, attento agli accenti, alle morbidezze della linea e alla tenuta espressiva della frase. Michael Nagy, Pater Ecstaticus, ha offerto una prova sicura, ben timbrata, sostenuta da una vocalità solida e di apprezzabile qualità. Tareq Nazmi, Pater Profundus, è stato autorevole e precisissimo, capace di conferire alla propria parte il necessario peso drammatico senza mai irrigidire il canto.


I cori, poi, sono stati semplicemente straordinari: Wiener Singverein e Wiener Singakademie si sono fusi in un insieme di sconcertante potenza e precisione, occupando il palco in ogni suo anfratto e restituendo la scrittura corale mahleriana con compattezza, energia e impressionante disciplina. Non meno eccellente è stato il contributo dei Wiener Sängerknaben, storica compagine viennese, che ha aggiunto al grande impasto sonoro una tinta chiara, giovane e necessaria.


Non vi è quasi bisogno di ribadire la grandezza dei Wiener Philharmoniker, orchestra dotata di una rotondità di suono e di una profondità interpretativa che le consentono di cogliere sempre qualcosa di più della semplice nota scritta. Anche in questa occasione la compagine viennese ha offerto una prova maiuscola per compattezza, potenza, ricchezza di sfumature, qualità timbrica e precisione (anche se si sono verificate un paio di imprecisioni nella sezione dei corni). Gli impasti orchestrali hanno avuto una densità sontuosa, gli ottoni una luminosità penetrante, gli archi una compattezza di straordinario pregio, i legni una finezza di colore sempre riconoscibile.


È stato un pomeriggio musicale di qualità altissima, degna conclusione di un percorso che ha riconfermato il maestro Andris Nelsons come un mahleriano straordinario. Non solo un direttore capace di dominare le grandi masse, ma un interprete in grado di restituire a Mahler la sua dimensione più ampia, emotiva e spirituale. Un concerto memorabile.


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